Darkest Tour: Live Report della data di Milano

Dopo l’edizione di Dicembre, il Darkest Tour torna in Italia per altre due tappe. Guidato dai celeberrimi Cradle Of Filth e dai portoghesi Moonspell, tra le band più amate nell’ambito del gothic metal, il festival ospita per le date di Aprile altre due realtà del panorama estremo attuale: i Dead Shape Figure e i Turisas.

I primi ad esibirsi sono appunto i finlandesi Dead Shape Figure, una band di recente formazione dedita a un thrash metal compatto e dai risvolti moderni che vede i suoi punti di riferimento negli Slayer dell’ultima decade e nei Soilwork, con in più gli immancabili accenni –core alla As I Lay Dying. Nella mezz’ora a disposizione, i nostri riescono a convincere il pubblico con la loro miscela di certo non così fresca ma comunque energica e d’impatto. Il five-piece tiene molto bene il palco, guidato dal carisma del vocalist Galzi Kallio.

Si rimane in Finlandia ma si cambia nettamente registro con i Turisas. L’ensemble, che ai tempi del debutto “Battle Metal” proponeva uno schietto epic metal sinfonico, ha poi virato con il secondo album “The Varangian Way” verso i lidi più disincantati del folk, complice (oltre al successo riscosso un po’ ovunque dal genere) l’ingresso in formazione del violinista Olli e della fisarmonicista Netta. Questa sera i nordeuropei si presentano con tanto di war-paint e costumi d’epoca, mostrano subito i muscoli e la loro grande capacità di intrattenere i convenuti con uno show tanto fisico quanto divertente. Mathias “Warlord” Nygard è un vero asso nel coinvolgere il pubblico, mentre il resto della band compie il suo dovere con professionalità lasciandosi andare di tanto in tanto all’atmosfera da Oktober Fest messa in piedi dall’inarrestabile front-man. In occasione di “Rasputin”, cover dei Boney M entrata da alcuni anni nel repertorio della band, il vocalist divide il pubblico in due parti e fa cantare tutti dirigendo l’improvvisata orchestra; nel mentre, c’è proprio da divertirsi ascoltando la versione folk/metal di un classico della disco-music degli anni ’70!. Il finale, più sobrio, è affidato alla sempre splendida “Battle Metal”, inno di furore epico che chiude una performance riuscita sotto tutti i punti di vista.

Torniamo su dei lidi decisamente più eleganti con i Moonspell. I lusitani, trascinati come sempre dal carisma e dalla voce sensuale di Fernando Ribeiro, decidono di sfruttare al meglio i circa sessanta minuti a loro disposizione offrendo una sorta di greatest-hits dal vivo, comprensiva delle gemme estratte dalla ormai corposa discografia. Spazio dunque alla recente “Night Eternal”, a classici come “Alma Mater”, “Opium” e “Vampiria”, oltre all’inaspettata, delicata ballad “Luna”, vera sorpresa della serata. L’atteggiamento ancora una volta un pizzico distaccato dei nostri, dona allo show un alone di introspezione , smorzato dal fascino del front man e dalla naturalità con cui interpreta i brani. Il calore del metal mediterraneo ha trionfato un’altra volta.

Adolescenziali per alcuni, pilastri del gothic metal per altri, i Cradle Of Filth hanno una capacità innata di dividere il pubblico tra stimatori e detrattori. Se i loro spettacoli dal vivo hanno la pessima abitudine di far pendere l’ago della bilancia a favore di chi li vede come una manica di fighetti, questa sera Dani Filth e soci riscatteranno in toto l’infelice nomea grazie ad uno spettacolo davvero convincente, inficiato solo da suoni non esattamente perfetti e la conseguente impossibilità di godersi appieno gli innumerevoli risvolti melodici delle canzoni. Ma poco importa. Toccando solo marginalmente l’ultimo studio album “Godspeed On The Devil’s Thunder”, al pari dei Moonspell anche i vampiri di Albione proporranno una scaletta in prevalenza basata sui classici, inanellando un successo dietro l’altro. Si va da “Dusk And Her Embrace” alle immancabili “Nymphetamine” e “From The Cradle To Ensalve”, in un crescendo apprezzato dagli astanti. Dani canta in modo convinto e trova anche il tempo per dialogare con i fan senza perdersi troppo in atteggiamenti da rock star. La band mostra invece un bagaglio tecnico di ottima fattura e un insieme compatto: l’unico rammarico, come abbiamo sottolineato sopra, è l’impossibilità di gustarsi appieno gli innesti melodici a causa di suoni troppo legnosi. Gli inglesi, comunque, ci salutano dopo uno show assolutamente positivo.

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