Dark Fest: Live Report della data di Bologna

Nella cornice dell’Estragon di Bologna, si svolge la nuova edizione del Dark Fest, manifestazione dedicata alla musica dark e gotica esplorata in ogni sua sfaccettatura. La particolarità di questo evento è quella di abbinare ai concerti, che rimangono comunque l’attrazione principale della giornata, degli stand di abbigliamento e oggettistica, oltre alle esposizioni di artisti e illustratori. Un’iniziativa senz’altro lodevole, piuttosto popolare all’estero (ne è un esempio il celebre festival M’Era Luna) ma ancora troppo rara dalle nostre parti. Apprestiamoci dunque ad assistere ad una kermesse piacevole e ben organizzata sotto ogni punto di vista. Peccato per un’affluenza di pubblico non proprio entusiasmante, che tuttavia aumenterà le proprie fila nelle ore serali.

Ad aprire la manifestazione sono i giovani croati Omega Lithium, band dedita a un industrial rock orecchiabile ma altrettanto incisivo. Nel poco tempo a disposizione gli Omega Lithium convincono gli astanti in forza di una buona presenza scenica, trascinati dalla vocalist Andrea che interpreta i brani con fare drammatico e teatrale.

A seguire troviamo gli olandesi Sin7Sins, un act più canonico che offre un gothic metal molto sostenuto e ricco di intrusioni in chiave melodic death. Sarà il consueto alternarsi tra il growl e una voce femminile delicata (che in questo caso appartiene all’eccentrica Lotus), sarà che i brani pur ben eseguiti si assomigliano un po’ tutti e non vantano un particolare coinvolgimento, la loro performance scivola via in modo abbastanza anonimo.

Di ben altro spessore è invece lo spettacolo dei Bare Infinity, power/gothic band di Atene. La proposta non è poi così nuova (una sorta di trait d’union tra Nightwish e Children Of Bodom) ma i greci vantano una presenza scenica di prim’ordine e comunicano una grande energia al pubblico bolognese. La vocalist Christiana svolge il suo dovere con grande carisma, non si limita a cantare ma chiede e ottiene la partecipazione dei presenti, aiutata dal tastierista Vincent. Questi sottolinea con il suo growl le parti più rocciose dei brani e con le sue mille smorfie appare più che mai coinvolto nella performance.

Si cambia registro ma ci si mantiene su ottimi livelli qualitativi con i belgi Valkyre. I Valkyre propongono un folk rock lento e sognante ma con altrettanti sprazzi di dinamicità assicurati dai “duelli” tra il violino e le tastiere. Strano, ma affascinante incrocio tra Enya e gli Skyclad, i belgi catturano fin dall’inizio grazie alla voce sensuale e interpretativa della bella cantante Mieke Diependaele, che purtroppo annuncia proprio sul palco dell’Estragon l’intenzione di lasciare il gruppo.

Del tutto differente è invece la proposta dei Weltenbrand, dal principato del Liechtenstein. La band gioca le sue carte sul duetto tra le voci femminili accostate al suono del violino e della chitarra acustica. Una formula sonora di estrema competenza e nel suo genere senz’altro ben realizzata, ma va detto che il pubblico emiliano prova diverse punte di noia ad ascoltare una serie di brani pressoché uno identico all’altro, tanto che l’attenzione scema rapidamente. Godibili in fondo, ma forse troppo particolari per essere apprezzati pienamente in un contesto festivaliero. Il nostro applauso al giovanissimo drummer appena quattordicenne, oggi al suo primo concerto.

E dalla melodia degli ultimi due act, passiamo al bizzarro goth’n’roll dalle forti tinte industrial degli Stoneman, dalla Svizzera. Un po’ Marilyn Manson e un po’ 69 Eyes, gli Stoneman ce la mettono tutta per offrire una performance che, secondo lo spirito del rock’n’roll, dovrebbe essere divertente e carica di energia. E in effetti il buon album “Sex.Drugs.Murder” lascia ben sperare in questo senso, peccato però che i ragazzi siano ancora un po’ troppo atteggiati e il modo di fare del vocalist (che supponiamo fosse ubriaco!) talvolta fastidioso nelle sue insopportabili movenze da rockstar. Ne esce una prova confusa e caciarona. Dalla loro hanno una grinta indiscutibile, ma andrebbe utilizzata meglio.

Si ritorna su lidi ben più professionali ma altrettanto coinvolgenti con i Macbeth, unica band italiana in cartellone. Con un pizzico di orgoglio possiamo dire che la prova del five-piece meneghino è stata una delle più convincenti della giornata. I nostri attaccano con “Veils” e subito Andreas e Morena si mettono in luce con il loro carisma, alternando le voci con naturalezza e a proprio agio. Buona parte dell’audience è già coinvolta nello show, che vive le sue emozioni maggiori in occasione di “Miss Murderess”, uno dei brani più trascinanti dei lombardi e delle più aggressive “Watch Us Die” e “H.A.T.E.”. I due front-man non perdono mai la concentrazione né il contatto con il pubblico, lasciando che anche il resto della band si metta in luce. Si chiude con il classico “Forever” e i Macbeth si congedano tra l’entusiasmo degli astanti.

Non ce ne vogliano i Jesus On Extasy (dalla Germania), ogni volta che parliamo di loro su queste pagine vengono puntualmente stroncati! Ma se le cose stanno così, evidentemente c’è qualcosa che non va. La band si fregia delle etichette di gothic rock, industrial, eccetera, eccetera, ma in realtà sembra non aver ancora trovato una propria identità. Ed eccoci dunque ancora alle prese con uno scolorito pop elettronico che scimmiotta i Depeche Mode e gli And One più spenti, con ritornelli prevedibili anziché accattivanti e una presenza scenica dei protagonisti che tende a calare nel corso del concerto. Infatti l’attenzione del pubblico diminuisce rapidamente e ben presto di fronte al palco rimane solo un piccolo gruppo di fan. Talvolta la band riesce ad essere divertente, ma nel complesso ci si annoia, nonostante la prestanza della bella bassista e qualche base elettronica indovinata. La maggior parte dei convenuti ne approfitta per rifocillarsi e attende i Katatonia: questo dovrebbe per lo meno suonare come un campanello d’allarme per i tedeschi.

Si fanno attendere un po’ gli svedesi, ma non appena i Katatonia prendono possesso dello stage, capiamo come sia valsa la pena aspettare qualche minuto in più. Non hanno mai brillato per una presenza scenica di alto livello e oggi non faranno eccezione, ma in fondo, sono una sicurezza con il grande (in tutti i sensi!) Jonas Renkse ben piantato al centro del palco, che senza muoversi di un millimetro saprà cavalcare alla perfezione le emozioni degli astanti e interpretare con naturalezza brani vecchi e nuovi. Il profondo growl di una volta lascia più spazio a un cantato morbido ed emotivo, ma c’è comunque un posto di rilievo per le glorie del passato. La scaletta tocca episodi come “Ghost Of The Sun”, “Deliberation”, “Criminal”, “Follower” per concludersi con il trittico composto da “July”, “Evidence” e “Murder”. Un mèlange di vecchio e nuovo che accontenta tutti e saluta un pubblico partecipe a quasi un’ora e mezza di concerto scorrevole e di spessore.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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