Dan Baird and Homemade Sin: Live Report della data di Londra

Se fossimo in Italia, un locale come il Borderline dichiarerebbe fallimento dopo un paio di mesi di attività. Per fortuna siamo nel cuore di Londra, a Soho, e il Borderline, nato nel 1976, è uno stanzone (anzi, forse sarebbe meglio dire uno stanzino) dalla forma irregolare con pareti e pavimento in legno, il cui ingresso si affaccia su un vicoletto a ridosso di un pub decisamente adatto per i rockettari incalliti. È qui che Dan Baird, ex cantante e chitarrista dei Georgia Satellites, si esibisce di fronte a una platea non particolarmente numerosa (il locale è sold out, ma nel senso che c’è gente dappertutto e anche un chihuahua avrebbe difficoltà a muoversi) ma entusiasta. Come potrebbe essere altrimenti? Dan Baird è prima di tutto un’ulteriore dimostrazione di come il rock and roll ti mantenga giovane; a quasi 57 anni di età (li compirà pochi giorni dopo, il 12 dicembre) il musicista statunitense è il motore di uno show che si protrae per due ore e mezza senza praticamente nessuna interruzione, che nella sua essenzialità punta dritta al cuore di chi ascolta, ottenendone in cambio un consenso e un calore straordinari. La band, composta semplicemente da Keith Christopher al basso, da Warner Hodges alla seconda chitarra e dall’ex Georgia Satellites Mauro Magellan alla batteria, un mostro di precisione a cavallo di una Ludwig argentata, riesce a creare un muro sonoro maestoso, utilizzando pochi effetti e puntando tutto sulla qualità del suono. Si tratta inoltre di uno show coerente, dove il southern rock dell’epoca Georgia Satellites trova continuità nei brani della carriera solista di Baird, in un excursus che copre diversi decenni. Fra i tanti momenti emozionanti si può citare un lungo duetto tra basso e chitarra, in cui uno strumento ripete in loop quello che esegue l’altro, con un crescendo di volume, intensità e velocità, il tutto in perfetta sincronia e senza perdere mezza nota per strada. Il repertorio proposto spazia naturalmente nella storia dei Georgia Satellites, grazie a brani come “I Dunno”, “Keep Your Hands To Yourself” e “All Over But The Cryin’”ma non mancano cover di Ramones, Creedence Clairwater Revival, Elvis Presley, Bad Company (“I Can’t Enough”) e Humble Pie (“Four Day Creep”). In sostanza, un vero e proprio trattato enciclopedico di storia del rock a tutto tondo. Dan Baird dà fondo a tutte le (tante) energie a sua disposizione, e il risultato finale è di quelli che si dimenticano difficilmente. Due piccole note di colore finali: un merchandise ricco e finalmente a prezzi accettabili, e una piacevole chiacchierata a fine concerto con Warner Hodges a proposito delle bellezze paesaggistiche italiane. Peccato dover andare in terra d’Albione per far parte di eventi di questa portata.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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