Cave In: Live Report della data di Biella

Approdano finalmente in Italia i nuovi alfieri del rock psichedelico e spaziale, ovvero i Cave In, la cui fa fama si sta progressivamente ed inesorabilmente facendo strada anche in Italia. Un pubblico sparuto (la nebbia ha implacabilmente sortito i suoi effetti), ma estremamente motivato accoglie i francesi Brazen, che dei Cave In sembrano essere degli immarcescibili estimatori visto come ne riprendono temi e sonorità. Buone le idee a livello strumentale che incorporano anche qualche reminescenza dei Motorpsycho di qualche anno fa, assolutamente intollerabile invece la prestazione vocale che finisce per svilire il buon lavoro prodotto.

Niente di trascendentale, quindi, ma non è da escludere che in futuro ci possano essere sorprese. Quando entra in scena il quartetto statunitense gli spettatori si compattano e si dispongono sotto il palco in fremente attesa: una maglietta d’annata degli Anthrax ricorda le radici da cui proviene la band, i Pink Floyd e Syd Barrett nella testa ne delineano le movenze presenti (e future).

‘Jupiter’ proietta subito i presenti nell’immaginario liquido ed etereo dell’album da cui prende il titolo e l’atmosfera sembra cambiare improvvisamente: c’è un feeling particolare nelle note che escono dagli amplificatori, un senso di continuo e lento movimento che ti porta a cantare a squarciagola la trascinante ‘In The Stream Of Commerce’ con il suo chorus irresistibile o l’eccitante ‘ Innuendo And Out The Other’. Suoni saturi che esplodono in un rincorrersi di delay e flanger, un andamento alienante e dilatato che non perde mai d’occhio la forma canzone: i Cave In hanno la rara capacità di essere concreti e allo stesso tempo eterei, di avvolgerti con melodie senza tempo e di prenderti allo stomaco con riff micidiali.

E’ il caso dei due brani nuovi, ad esempio, l’impalpabile ‘Lost In The Air’ e la splendida ‘Lift Off’, meravigliosamente circolare nel suo continuo altalenarsi melodico. L’intimismo di ‘New Moon’ non fa che aggiungere un ulteriore tassello ad un mosaico già perfetto, che si concede il lusso di andare ripescare dal passato ‘Bottom Feeder’ e riportarla al presente lasciando di stucco i presenti. Alla fine l’impressione di avere assistito ad un esibizione a suo modo unica è innegabile, così come il sospetto che questo sia solo l’ inizio e che, con un po’ di fortuna, i Cave In possano presto diventare ancora più grandi di quanto già non siano.

Le foto sono di Corrado Breno

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