Cannibal Corpse + Revocation: Live Report della data di Milano

Una serata di musica come si deve quella in programma all’Alcatraz, un concerto con tre band interessanti che ha però il, per noi, insormontabile problema di cominciare troppo presto. Una scelta che sappiamo essere dettata dalla ormai consolidata norma che vuole gli show milanesi doversi concludere entro le 23. Resta però il dubbio che le tempistiche non siano state di quelle meglio studiate, soprattutto se teniamo conto che alle 20,40 i Revocation hanno già terminato i loro show (abbiamo fatto in tempo ad ascoltare gli ultimi minuti dell’esibizione, potendo al massimo constatare che il suono non fosse proprio dei meglio calibrati). Con un headliner che suona poco più di un’ora ci pare che si potesse andare avanti con i tempi e permettere anche a chi non ha modo di arrivare presto di assistere ad una fetta maggiore di show. Così non è stato, non ci resta che prenderne atto e attendere l’inizio dello spettacolo più atteso.

Va subito detto che se in una band cercate solidità e coerenza con i Cannibal Corpse avete trovato ciò di cui avete bisogno. Presenti fin dagli albori della scena i maestri dell’american death metal non hanno mai mollato il colpo e apportato ben poche variazioni al loro stile, rimanendo fedeli alla linea sia nella proposta in studio che nelle esibizioni live.

Il concerto di questa sera non è infatti nient’altro che l’ennesima riproposizione di una formula largamente collaudata e incredibilmente efficace nella sua semplicità. Oggi come venti anni fa Geroge Fisher, Alex Webster, Rob Barret e compagnia salgono sul palco senza grandi scenografie o presentazioni roboanti, prendono posizione, suonano da paura, ringraziano il pubblico e tornano ad essere le persone semplici di sempre. Il tutto incredibilmente in contrasto con l’immagine estremamente sopra le righe e brutale che la band parrebbe portare avanti con lyrics e artwork, ma, a differenza di tanti altri artisti contemporanei, i Cannibal Corpse si sono concentrati maggiormente sulla qualità musica e il risultato è quello che tutti possiamo sentire.

Si comincia con tre brani classici, estrapolati direttamente da “The Bleeding”: “Staring Through the Eyes of the Dead”, “Fucked With a Knife” e “Stripped, Raped and Strangled”. Che dire, in casi come questi l’effetto annichilente è servito senza troppo convenevoli (nonostante ancora qualche piccolo problema nell’equilibrio dei suoni, comunque risolto quasi subito). Come da copione la band si ferma per qualche istante, Mr. Corpsegrinder arringa la folla, ricorda a tutti che la band ha appena pubblicato un nuovo (eccellente) album e si ricomincia a pestare come dei folli con “Kill or Become”, “Sadistic Embodiment” e “Icepick Lobotomy”. Tutte song tratte appunto dall’ultimo “A Skeletal Domain” (la recensione) che vengono presentate con la consueta potenza d’esecuzione e precisione chirurigica.

I nostri sono una macchina inarrestabile, capaci di passare da mid tempo massacranti ad accelerazioni distruttive con totale naturalezza e senza mai diventare troppo caotici. Brani come “Scourge of Iron” o “Demented Aggression” rappresentano bene quanto appena spiegato, ma far saltare in piedi ed esaltare la folla saranno soprattutto le canzoni più amate tratte dai vecchi album.

“Addicted to Vaginal Skin”, la love song (così la presenta lo stesso Fisher) “I Cum Blood” e la primordiale “A Skull Full of Maggots” accendono gli entusiasmi di tutti i presenti e preparano il terreno ad un finale al fulmicotone in cui la band esegue in sequenza due vere hit come “Hammer Smashed Face” e “Devoured by Vermin”. Ancora una volta tutti contenti. E ci mancherebbe!

 

 

CANNIBAL CORPSE

 

REVOCATION

Mairo Cinquetti

view all posts

Inguaribile punkettone e amante di tutto ciò che fa tupa-tupa. La mia dimensione ideale è dentro al pit, armato di reflex e pronto a immortalare tutti ciò che va oltre la musica.

riccardo.manazza

view all posts

Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login