Cannibal Corpse: le foto e il live report della data di Milano

Tornano dalle nostri, a seguito della pubblicazione del nuovo album “Red Before Black” i maestri dell’american death metal Cannibal Corpse. Ad accoglierli un Live Club di Trezzo sufficientemente gremito dagli appassionati del genere che raramente si lasciano scappare l’occasione di godersi live la band di Fisher e Webster. Ad aprire il concerto ci sono gli In Arkadia, band a me completamente sconosciuta e destinata a rimanere tale, vista l’impossibilità ad arrivare in loco per l’orario della loro esibizione.

Assisto invece con curiosità allo show degli americani The Black Dahlia Murder, formazione della quale onestamente non conosco quel granché a livello discografico, ma che mi è stata segnalata da più parti per l’energia profusa durante le esibizioni dal vivo. Su questo punto niente da dire, la grinta ce la mettono e anche dal punto di vista tecnico il gruppo c’è tutto (d’altronde non stiamo certo parlando di una band esordiente)… purtroppo il sound non proprio nitido mi è parso penalizzare non poco la resa dei singoli brani, rendendo l’insieme per chi, come me, non conosce alla perfezione le canzoni, difficile da giudicare. Sicuramente una piccola parte del pubblico era lì anche per loro e ha mostrato di gradire, anche perché la durato dello show non è stata quella tipica di una band di supporto, ma qualcosa in più. Bravi, senza discussione, ma con qualche riserva da sciogliere.

Così come qualcosa di meglio mi sarei aspettato, soprattutto visti i precedente, dalla band headliner. Ed invece in questo caso devo mettere a referto quella che personalmente ho recepito come una piccola delusione. Se infatti in senso assoluto è davvero impossibile criticare una leggenda come i Cannibal Corpse, sempre estremamente precisi e altrettanto in linea con le aspettative (se cercate una band che salta e si sbatte sul palco, avete sbagliato indirizzo), in altre occasioni i nostri erano stati decisamente più coinvolgenti.

Una parte di questo minor impatto va addebitata alla scaletta. Ben cinque brani dal recente, e non certo spettacolare, “Red Before Black” hanno finito per appesantire lo show, soprattutto la prima parte. Ed infatti, a parte le file più vicine al palco, il pubblico in generale fatica a scaldarsi. In molti guardano con attenzione, ma il livello di partecipazione non è ai massimi. Si sa, molti dei fan cominciano ad avere qualche annetto e sono legati soprattutto ai classici, ma prima di poter ascoltare qualcosa che arrivi dagli anni novanta tocca aspettare metà concerto (forse un po’ troppo). Non è un caso, credo, che il primo vero boato venga tributato a “Pounded Into Dust”, canzone presa direttamente da un vecchio album come “Bloodthirst”.

Discorso sulla scaletta a parte ci sembra che stasera qualcosa non sia scattato e tutto stia si filando liscio, senza sbavature, ma anche senza una vera e propria empatia emotiva tra la band e una consistente parte del pubblico. L’esecuzione di canzoni come “Gutted”, “Devoured By Vermin” o “I Cum Blood” alza il livello della tensione, ma non si raggiunge mai quella vibrazione unica che è assolutamente nelle corde di un gruppo sicuramente tra i migliori del genere in sede live.

Dopo circa un’ora e un quarto lo show arriva al capolinea, con un finale, quello si da manuale, lasciato a due superclassici come “Stripped, Raped And Strangled” e “Hammer Smashed Face”. All’uscita un conoscente mi chiede: “Piaciuto il concerto?” Rispondo “Si, abbastanza”… lui mi ribadisce “Si. Non male.” Ecco. Tutto riassunto in due frasi semplici semplici.

IN ARKADIA

THE BLACK DAHLIA MURDER

 

 

 

CANNIBAL CORPSE

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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