Caligula’s Horse: Live Report della data di Milano

La soprannominata All-Aussie Invasion passa finalmente anche dall’Italia e in particolare nel sempre ricettivo Legend Club, locale perfetto per eventi underground; tra l’altro non avevo ancora visto di persona il nuovo palco allargato che fa fare un notevole salto di qualità alla fruizione dello spettacolo.

A formare questo trittico troviamo gruppi della cosiddetta seconda generazione progressive/alternative australiana, a ruota di prime mover come Cog, The Butterfly Effect, Arcane e Dead Letter Circus che aprirono la strada per una proposta davvero congenita in quel continente e che riscuote ormai on discreto successo anche in Europa e Stati Uniti. Purtroppo la serata di giovedì scorso non ha riscosso grande affluenza di pubblico (complici anche altri eventi musicali milanesi in contemporanea) ma l’interscambio musicisti/pubblico è stato di livello assoluto anche grazie a tre esibizioni davvero sopra le righe.

Arrivo al locale proprio in concomitanza con l’inizio dell’esibizione degli I Built The Sky da Melbourne; questo trio strumentale autore di un progressive post rock estremamente “metallizzato” e tecnico è la versione live del progetto del solo Rohan Stevenson, giovane talento della chitarra da accodare a nomi in voga come Plini, Sithu Aye, Jakub Zytecki (Disperse) e David Maxim Micic il quale ha già realizzato un buon numero di EP ma soprattutto l’ottimo album “The Sky Is Not The Limit” dal quale sono state estratte quasi tutte le canzoni presentate insieme agli ultimi singoli “Celestial”, “NGC7293” e “Merry Christmas”. Davvero notevole l’esibizione di questi tre ragazzi sia come tecnica  sugli strumenti che sapienza melodica.

Sono poi approdati sul palco i Circles, freschi di contratto con Season Of Mist che ha pubblicato l’ultimo “The Last One”; i nostri sono una vera e propria band ormai in circolazione dall’inizio di questo decennio e potrebbero essere accomunati alle band citate ad inizio report. Qualche problema tecnico alla cinghia della chitarra di Ben Rechter e al jack del basso di Drew Patton non ha sabotato un’altra esibizione coi controfiocchi, forse meno centrata sulla tecnica ma dal pathos decisamente coinvolgente; Rechter si è dimostrato un ottimo cantante e la sua voce a tratti acuta ben si stagliava su partiture davvero pesanti di chitarra e con la batteria di David Hunter a pestare imperterrita… insomma un approccio decisamente più metal alla materia rispetto alle altre band del lotto ma che ci ha consegnato una bell’oretta di metal moderno.

Nonostante conosca molto bene i loro quattro album e fossero già passati dall’Italia era la prima volta che mi trovavo ad assistere ad un concerto dei Caligula’s Horse. Non nego che nonostante abbia sempre apprezzato il progressive metal moderno del quintetto di Brisbane e il tracimante stile chitarristico di Sam Vallen (l’ideatore del gruppo) ho sempre avuto difficoltà a promuoverli a pieni voti per una certa freddezza di fondo nonostante ritornelli sapientemente concepiti e tecnica superlativa.

Bene, questa esibizione ha fugato ogni remora: i Caligula’s Horse sono una grande band o perlomeno rendono tantissimo su un palco guidati da un Jim Grey che modula la voce a suo piacimento tra falsetto delicato a momenti più aggressivi senza perdere un’oncia di espressività; la setlist è stata incentrata principalmente sugli ultimi due album “In Contact” e “Bloom” con la sola “Dark Hair Down” estratta da “The Tide, The Thief & River’s End”. L’ultimo arrivato Adrian Goleby è un’ottima spalla al già citato ipertecnicismo di Vallen, Dave Couper accompagna con le sue linee di basso il potentissimo drumming di Josh Griffin esibendosi anche in bellissimi controcanti in appoggio a Grey… insomma un ingranaggio che funziona dannatamente bene (nonostante anche in questo caso alcuni problemi tecnici al cavo del microfono del cantante).

“Dream The Dead” apre le danze con le sue atmosfere e ritmi cangianti seguita a ruota dalla sua ideale e sostenuta prosecuzione “Will’s Song (Let The Colours Run)”; la band fa scegliere al pubblico una canzone in scaletta e questa ricade su “Rust” perfettamente eseguita ma che lascia poi spazio al momento più coinvolgente del concerto, che coincide con l’esecuzione di “Fill My Heart”, l’epica “Graves” e “Marigold” prima di un’altrettanto coinvolgente bis.

Bilanci iper-positivo per questo appuntamento infrasettimanale al Legend Club, il classico concerto che non ti aspetti ma ti lascia con un sorrisino ebete sulla via verso casa.

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