Brutal Assault: Live Report dell’edizione 2019

Asserragliato da ventiquattro anni nella fortezza Josefov, il Brutal Assault resiste con veemenza alla tentazione di aprire ad un pubblico più amplio diventando una sorta di Hellfest dell’Est Europa, preferendo assicurare ai presenti vivibilità (anche in caso di sold-out, come si è verificato quest’anno) e scelte musicali meno prone al music business.  Quattro palchi, un’offerta alimentare vastissima (un’intera via di stand vegani) e di alta qualità sono ormai i segni distintivi della manifestazione, che dovrebbe solo perfezionare la politica del merchandising ufficiale, offrendo più tempo (e spazio) alle band.

Day #1. I danesi Hexis sono impegnati in un tour promozionale come nemmeno l’Orchestra Bagutti nel suo periodo d’oro (111 shows in 109 giorni) che li vedrà passare anche in Italia (Crema, Milano, Roma, Padova). Poco da evidenziare a livello di fantasia, ma se alla vostra festa di compleanno voleste un suono squadrato e onesto, figlio legittimo dei Celeste,  dovreste contattarli, una data certo non ve la negheranno, sicuri che questa strategia di marketing pagherà.  Nonostante la presentazione del festival li dipinga come sperimentatori, i Crossfaith sono artefici di un metalcore tanto energico quanto derivativo, in cui l'(ab)uso dei sintetizzatori costringe l’ascoltatore ad una regressione adolescenziale, fatta di giostre alle feste di paese e discoteche mobili. Sicuramente insopportabili su disco (per lo meno ai maggiorenni), questi Korn remixati da Molella funzionano egregiamente dal vivo, ed il pubblico risponde con l’entusiasmo dovuto.  Tornando ad argomenti seri, con il recente ed ottimo “The Wake” i Voivod hanno ribadito il peso artistico di una proposta che si appresta a superare il traguardo di una carriera quarantennale; Sul palco Denis Bélanger ed i suoi decidono di virare verso un suono più ruvido, che ha come unica limitazione  la resa vocale incerta del vocalist nei segmenti melodici. Un buon concerto, ma la scelta tra bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto è soggettiva, dipende dal fatto che siate fan o no dei canadesi.

I locali Forgotten Silence sono invece gli autori di una gemma tra le più gelosamente conservate nel panorama prog-death, il concept album “Toots” (1995), ispirato a “La Casa Degli Spiriti” di I. Allende e qui riproposto nella sua interezza: tra trasognate fughe avantgarde ed improvvise asprezze post-metal il set sorprende con un’esecuzione che lascia affiorare delicatezze rimaste sottotraccia  venticinque anni fa in fase di registrazione per scelte produttive underground. Gli Incantation non sono esattamente la mia tazza di tea, per questo mi avvicino al palco con qualche timore e parecchi pregiudizi. Tuttavia, a partire da una “Entrantment of Evilposta in apertura, devo confessare a me stesso quanto la band guidata dal barbuto John McEntee possieda una sua maligna eleganza nell’incedere tra riff sulfurei e voci rimasticate, riuscendo ad ammaliare (quando non addirittura a conquistare) anche gli ascoltatori meno avvezzi a tali brutalità.

Le avvisaglie dell’imbrunire ed una pioggia leggera graziano gli Woe Unto Me appena saliti sul palco dell’Octagon, rendendo lo struggimento dei loro brani letteralmente palpabile. Attingendo all’immaginario funeral doom come alle melodie arrendevoli dei My Dying Bride, la compagine bielorussa lascia che l’ignaro spettatore si ritrovi solo di fronte ai nodi irrisolti del passato, usando la musica come mezzo catartico e mai come puro intrattenimento. Dopo un concerto del genere, quindi, non si può che passare un po’ di tempo all’area ristoro per riprendersi in attesa dei Cult of Luna, che, complice una scenografia tanto semplice quanto evocativa si guadagnano immediatamente l’attenzione del pubblico, proponendo in apertura la recente “The Silent Man” (che sul palco guadagna profondità e fascino melodico) per poi ripercorrere alcuni momenti significativi della carriera, in  una setlist dove spicca il recupero di “Finland“, da “Somewhere Along The Way” (2006). L’impressione, al di là della caratura (elevata) dei pezzi è quella di trovarsi di fronte ad un gruppo che suona con la precisione di un’orchestra classica. La serata si chiude (per il sottoscritto) sotto il tendone dell’Obscure, con gli Ocean Collective alle prese con gli ultimi fuochi del fortunato tour a sostegno di “Phanerozoic“. Valgono le stesse considerazioni fatte in precedenza per i Cult Of Luna (peraltro vicini stilisticamente): band tecnicamente ineccepibile e canzoni straordinariamente ricche per ritmi e melodie che al Brutal Assault avrebbero meritato una collocazione migliore; pur su un palco minore, comunque, il risultato fornito dal progetto di Robin Stabs rimane impressionante.

Day #2.   La giornata si apre all’insegna del metalcore dei Crystal Lake, che rispetto ai connazionali Crossfaith dimostrano una maggiore propensione nel mediare tra la naturale irruenza del genere e una marcata attenzione alle canzoni, dimostrata in brani come “Aeon“, melange efficace tra digital hardcore, riff trash e ben congeniate concessioni alla melodia. Il pubblico gradisce e partecipa diventando esso stesso parte dell’evento. Tanta euforica gioventù stride con la stanchezza esibita dai Sacred Reich: concerto dai ritmi allentati, brani che non decollano mai, minuscoli ma gloriosi inni del passato (“Indipendent“) ripetuti con più mestiere che amore. Unica nota positiva, la maggiore convinzione esibita una volta entrati nel territorio del nuovo disco in uscita, “The Awakening“. Dalla titletrack o in “Divide & Conquer” il fondatore Phil Rind potrebbe ripartire per dare nuova linfa alla sua musica. Poco ancora da segnalare nel pomeriggio, prima il metalcore ordinario degli Of Mice And Men (più divertente la coreografia dei fan che tra circle pit e vogate di gruppo improvvisano pure i passi di una macarena), poi il death melodico degli Omnium Gatherum (semplicemente noiosi, che è il peggio che si possa dire di una band dal vivo) infine gli Azusa, il nuovo progetto del bassista Liam Wilson (The Dillinger Escape Plan), del tutto a carico delle estrosità della vocalist Eleni Zafiriadou, a suo agio nelle parti hardcore ma fuori tono quando si tratta di imboccare percorsi più morbidi. Per loro stessa ammissione, questa è in assoluto la prima uscita live, quindi ci sono diverse possibilità che le canzoni (intriganti, tra post-HC e derive melodiche tipiche degli ultimi DEP) trovino una migliore forma in futuro.

E poi, arrivarono i Meshuggah. Scaletta incentrata sugli ultimi tre album (“Obzen“, “Koloss” e “The Violent Sleep Of Reason“), con poche concessioni al passato (solo “Rational Gaze” e “Future Breed Machine” nella setlist), pause fisiologiche tra un brano e l’altro per rifiatare, contatto con il pubblico ridotto (come al solito) al minimo. Niente di ciò che è stato rilevato in precedenza è importante, perchè quello che va in scena è una tutt’altro che caotica strage degli innocenti. Una violenza meticolosa che sciama nei vicoli e risale per capillarità fino ai piani più alti delle case, nelle camere dei bambini, ruba loro nasino e respiro. Pensare alle delicatezze fusion che ingentiliscono i pezzi o al background jazz della sezione ritmica atterrisce quanto il pensiero di John Wayne Gacy vestito da clown alle feste di compleanno dei vicini. Musica che non sorride, che non vorresti ti sorridesse, per non intuire, tra le labbra, quello che intende farti. I Carpenter Brut approcciano gli anni ’80 con lo stesso rigore filologico adottato dai Daft Punk in RAM per la disco music. Certo, qui classe e la pulizia sonora lasciano il posto ad ironia di grana grossa e filmati porno splatter, ma a fine giornata questo tripudio di synth e melodie elementari è puro refrigerio. Chiusura clamorosa con “She’s a maniac” (sì, proprio quella di “Flashdance“) cantata a squarciagola dai presenti tutti.

Day#3. I Contortionist tengono realmente fede al loro nome: morbidamente complicati, vicini per certi versi ai Riverside o ad una versione prog (quindi meno noiosa) degli A Perfect Circle (“Clayrvoyant“), il gruppo prova a convincere i curiosi del primo pomeriggio sulle proprie potenzialità. Il risultato è altalenante (colpa anche di un suono sbilanciato che soffoca la voce delicata di Michael Lessard), ma le canzoni presentate lasciano intravedere un futuro glorioso per gli americani. I Vuur rappresentano la nuova incarnazione di Anneke Van Giersbergen (The Gathering, Gentle Storm) e la setlist è un mix bilanciato tra passato e presente della vocalist. Con quella voce Anneke potrebbe cantare quello che vuole, ma non essendo Mina, si limita ad un repertorio selezionato con cura. Ovazione per una versione impetuosa di “Strange Machines“, sul finale, che lascia letteralmente senza fiato.  Gli Slaegt confermano di essere uno dei nomi più promettenti del panorama estremo internazionale: capaci di innestare con naturalezza elementi di heavy metal su una solida base black (“Perfume and Steel“, la più recente “Black Bombs“), i quattro mostrano un deciso miglioramento anche nella capacità di intrattenere (spicca l’approccio da hair band del chitarrista Anders M. Jørgensen) rispetto a qualche mese fa, quando li avevo intercettati durante l’Eindhoven Metal Meeting.

Ci hanno chiamati per far riposare la security“, esordisce ghignando Vincent Cavanagh, con uno scherzo che denuda un certo nervosismo nel trovarsi insieme agli altri Anathema, incassato tra Immolation ed Agnostic Front. La tensione a dire il vero è poco giustificata, i fratelli  Cavanagh vengono dal metal e a questo pubblico devono gran parte delle loro fortune. La setlist è piena di azzardi, la “Fragile Dreams” presa da “Alternative 4“, l’azzardo trip-hop di “A Natural Disaster“, le morbidezze di “Springfield” e la bella “Thin Air” appendono gli ascoltatori ad un sorriso trasognato che anticipa il colpo vigliacco di “Untouchable“, un inchiodare agli affetti passati mentre si è fermi davanti al palco incassati nelle magliette grindcore e nelle confortanti pancette da birra, senza avere il coraggio di guardarsi in faccia gli uni con gli altri. Dal punto di vista emotivo, il momento più straniante della manifestazione. Gli Emperor presentano l’intero “Anthems to the Welkin at Dusk” con il supporto nobile di Jørgen Munkeby‎ (Shining) a tastiere e seconde voci. Le canzoni di quel disco basterebbero a rendere memorabile qualsiasi evento, specialmente con un suono libero dalle catene di una registrazione infame, e così è anche stasera, pur lasciando affiorare di tanto in tanto la sensazione fastidiosa di assistere ad uno spettacolo del tipo “Inshan canta gli Emperor“. A completare il tutto, la ripresa dei classici “I Am the Black Wizard” e “Inno a Satana“. Il Keep Ambient Lodge (KAL) è una sorta di club dove si susseguono per tutto il festival performance drone, industrial e noise; è un onore vedere quindi salire su quel palco Justin Broadrick, che ha contribuito alla nascita e all’evoluzione di qualsivoglia frangia musicale estrema sin dai tempi dei primi Napalm Death. Con il moniker Final esplora da sempre il limite estremo del suono, in una sovrapposizione di chitarre campionate e filtrate che crea una drone-music lancinante ed allo stesso tempo ipnotica, che va ascoltata più coi denti che con i timpani, gemella crudele dello shoegaze arrendevole e sognante che Broadrick ha ideato con il progetto Jesu. La stretta di mano con Prurient a fine spettacolo emoziona, e, in un certo senso, segna un passaggio di consegne; se l’inglese lavora con i feedback con l’eleganza di un giocoliere, l’americano colpisce senza tregua, tra harsh noise, digital hardcore e puro rumore bianco, sfruttando una fisicità che non ti aspetteresti dal mite ragazzo salito sul palco pochi minuti prima. Si va a casa, esausti per la terza notte consecutiva, senza recriminare per l’essersi persi gli Hellhammer/Triumph of Death di T. G. Warrior.

Day #4. La pioggia si riprende il festival, trasforma tutta la fortezza in una trappola di fango e rivoluziona il programma della giornata: vince la pigrizia, vincono i palchi minori coperti, persino il KAL diventa una meta ambita. I Vampillia sono un ensemble giapponese che unisce alla malinconia pop di un’orchestra da camera la violenza di una band sludge. A prima vista il mix potrebbe sembrare una boutade, ma le canzoni funzionano, lasciando che i suoni si compenetrino senza contrasti evidenti. Archiviati in fretta i Minority Sound, chiamati all’ultimo a sostituire GosT, con un solido industrial anni ’90 (un mix perfetto di Nine Inch Nails, Misery Love Co e Marylin Manson; derivativo ma piacevole), tocca agli Ocean Of Slumber, a cui verrebbe da dire “La vita è troppo bella per passarla a strillare“. Band dalle potenzialità commerciali mai incontrate in questo festival, inciampa tutte le volte in cui il suono si intestardisce su passaggi scream, per poi ammaliare quando abbraccia il registro della ballata (un pezzo come “The Banished Heart“, che passa dall’hard rock alla sinuosità goth dei The Gathering, potrebbe già essere un piccolo classico degli anni ’10); che sia merito della duttilità vocale e del timbro soul di Cammie Gilbert o di una band che lavora per ottenere il massimo della pulizia sonora, l’impressione è di essere stati fortunati ad aver colto il gruppo poco prima del successo di massa. I Violent Magic Orchestra (VMO) rappresentano il lato techno/hardcore dei Vampillia, e ne condividono parte della line-up, facendo sembrare gli Atari Teenage Riot dei nobili inglesi. Difficile giudicare la qualità musicale di un gruppo dove i membri del gruppo passano più tempo nel crowd surfing che sul palco, più facile ammettere la necessità, ogni tanto, di concerti così muscolari. Ci pensano gli Ved Buens Ende a riportare la seriosità sul palco, e lo fanno riproponendo quasi integralmente “Written In the Water“, unico lascito artistico di una band prima (ed unica) nel genere avantgarde. Ostiche quanto composizioni contemporanee, le canzoni dei norvegesi fanno calare  un velo di gelo e cenere ssui presenti, soffocandoli. Menzione obbligata per “I Sang for the Swans” e la sua miscela di doom, jazz e rigurgiti black,  innovativa a più di vent’anni dalla pubblicazione. Constatata (ma da lontano e con un certo disinteresse, la stanchezza si fa sentire) prima l’intransigenza black metal degli Antaeus e poi la maturazione degli MGLA e del loro black atmosferico, tocca ai Carcass , a cui basta tessere per pochi secondi la trama di chitarre di “Unfit for Human Consumption” per giustificare la presenza sul main stage come headliner; poco importa se la scaletta non subisce mutazioni dall’uscita di “Surgical Steel” (“Buried Dreams” è comunque una nobile presenza fissa), Bill Steer, Jeff Walker e compagni si parlano senza neppure cercarsi con lo sguardo, in un’esibizione di tecnica e violenza (col tempo divenuta realmente chirurgica) ancora senza equali.  Gli Anaal Nathrath scontano una serie di ritardi nei voli per giungere a Josefov e sono costretti giocoforza a posticipare e scorciare l’esibizione, ma si avvalgono di un Dave Hunt bravo a convertire la rabbia accumulata in tecnica, sfatando la leggenda di una band da considerare solo un “buon prodotto da studio”. Quaranta minuti che ripercorrono la carriera del gruppo, andando ad abbracciare alcuni estratti dal nuovo “A New Kind of Horror”, tra cui la “Obscene as Cancer” posta come velenosa apertura. Il festival finisce così, con gli Shape of Despair in lontananza, sotto il tendone dell’Obscure, ad officiare una lunga messa da requiem, con pochi ad avere la forza di avvicinarsi per curiosare. Si esce dall’assedio sonoro sfiniti e felici, con una dolcissima voglia di silenzio, che è poi l’unica cosa da desiderare, dopo quattro giorni di festival.



Anno: 2019


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