Bon Jovi: Live Report della data di Londra

I Bon Jovi sono universalmente riconosciuti come una delle più grandi rock band del pianeta. Ovunque vadano a suonare trovano folle adoranti in trepida attesa. Diamo un po’ di numeri: 120 milioni di dischi venduti, 2 milioni e 800 mila fan su Facebook (ormai la popolarità si calcola anche così), il loro “Lost Highway Tour” del 2008 è stato il tour più redditizio dell’anno con oltre 210 milioni di dollari incassati e un pubblico totale di più di 2 milioni e 200 mila paganti, superando così artisti come Springsteen, Madonna, Police. Statistiche impressionanti, soprattutto se si pensa che, nonostante più di 25 anni di carriera, i quattro del New Jersey, non hanno mai avuto la critica dalla loro parte. Sempre considerati di secondo piano rispetto ad altre ‘stadium band’, come ad esempio gli U2. Tutto questo perché probabilmente, invece di ambire al premio nobel come Bono (salvo poi risultare un grosso ipocrita, nonché evasore di lusso), il bel Jon ha messo sempre la band al primo posto (pur con qualche apparizione nel mondo del cinema) reinventandone l’immagine, e adattando il loro stile per abbracciare sempre nuove generazioni durante questi anni di carriera.

Certo ogni cambiamento non è mai indolore e, sicuramente, qualcuno dei vecchi fan è rimasto deluso delle nuove strade percorse ma, comunque, la pensiate bisogna riconoscere ai Bon Jovi un’importanza storica non indifferente. Con i loro lavori degli anni 80 il gruppo sdoganò definitivamente l’hard-rock melodico presso il grande pubblico, tracciando uno stile poi ripreso da molti altri artisti affini che nel pieno degli eighties si trovavano in una fase di stallo della carriera. Cito gli Aerosmith che si sono ricostruiti un nome assoldando il team di produzione di “Slippery When Wet” per il loro “Permanent Vacation” che li riportò in testa alle classifiche, ma potrei citare anche Alice Cooper, Scorpions, Kiss e perfino gli AC/DC si fecero produrre dal compianto Bruce Fairbairn: il loro ritorno in grande stile con “Razor’s Edge” del 1990. Insomma se ancora non si fosse capito, i Bon Jovi per me sono il primo amore. Cassetta originale di “New Jersey” acquistata nel 1988 e da lì una passione che mi porto dietro fino ad oggi e, pur avendo indurito non poco i miei gusti nel corso degli anni, ad ogni nuova uscita sia discografica che concertistica sono sempre presente.

Mancando l’Italia dai loro itinerari da quasi dieci anni, sono “costretto” ad andare a Londra nel corso della loro “residenza” alla 02 Arena. Infatti gli organizzatori del nuovo polo musicale britannico, orfani del mancato incasso delle date che avrebbe dovuto attuare il povero Michael Jackson, hanno pensato di colmare il gap economico offrendo l’arena ai Bon Jovi per dodici date, praticamente tutte sold out (stimate oltre 175 mila presenze), nel corso del mese di giugno. Lasciamo ogni commento sul gruppo di supporto i One Republic (modesta band di pop-rock, comunque abbastanza conosciuta da queste parti) e partiamo con la ola che il palazzetto inscena sulle note dell’intro “This Is Our House”, canzone ancora inedita del gruppo, dal ritmo scatenato che serve a scaldare la folla. Lo stage è impressionante, allo stesso modo sofisticato e semplice, dando un clima intimo quando necessario per poi trasformarsi in una piattaforma da stadio durante gli anthem più sentiti. L’enorme schermo (costituito da dodici pannelli robotizzati verticali al LED, che oltre a proiettare i primi piani dei protagonisti, all’occorrenza si disuniscono, sganciandosi e diventando delle pedane mobili che servono a Jon per crearsi un altro stage in sopraelevata, insomma il top che la tecnologia può offrire) raffigurante la copertina dell’ ultimo album “The Circle” si alza all’improvviso ed ecco che la band ci propone senza pause quattro pezzi, l’ultimo dei quali “In These Arms” serve a surriscaldare, se ancora ce ne fosse bisogno, tutte le ladies presenti. L’eterno appeal che hanno i Bon Jovi è riflesso dalla folla presente ai loro concerti. C’è di tutto, bambini, adolescenti, rocker di vecchia data, cinquantenni tutti pronti ad alzare all’unisono il pugno scandendo a ritmo quegli inni in cui tutti si riconoscono. Ogni concerto della band è come un rito religioso, questo perché Jon e soci sono stati capaci di toccare i sentimenti più profondi dei fan, sono entrati direttamente nelle loro vite e la sintonia con l’audience è totale. Trovare un momento migliore in una esibizione di 2 ore e mezzo praticamente perfetta, è impossibile. Ma quando David Bryan attacca con il classico intro di tastiere di “Bad Medicine” non ce n’è per nessuno, tutti in piedi a intonare il mega-coro e poi a rimanere sorpresi quando in una sorta di break centrale vengono proposte una dietro l’altra le cover vitaminizzate di “Paint In Black” degli Stones e “Pretty Woman” di Roy Orbison. Quando si ha la fortuna di avere una “spalla” come Richie Sambora chiunque può permettersi di rifiatare. Così Jon abbandona giusto il tempo di far interpretare al suo fido chitarrista una “Lay Your Hands On Me” che, grazie alla bellissima voce “nera” di Richie, assume una vena quasi gospel nel ritornello. Tutta la band è in una forma straordinaria quando c’è da rockare, ma le maggiori emozioni arrivano con i moment più intimi. Come, allora non citare Jon e Richie raggiunti, su un proseguimento dello stage fatto a semicerchio che delimita la zona VIP dall’intera arena, dalle altre due colonne della band il batterista Tico Torres e il tastierista David Bryan (completano la line-up i turnisti Hugh Mcdonald al basso e Bobby Bandiera alla chitarra ritmica) che danno vita ad un intermezzo acustico con “Diamond Ring”, davvero emozionante e una “Love For Sale” che ci trasporta tutti in una atmosfera fumosa da saloon americano. Si torna a spingere con “It’s My Life”, “Keep The Faith”, insomma la set list accontenta sia i vecchi fan che quelli che hanno iniziato a seguire la band dai ’90 in poi. Pensate comunque che questo è una gruppo che può permettersi di non suonare una hit mostruosa, come la ballatona “Always”, senza scontentare nessuno. Gli ultimi due pezzi sono il capolavoro “Wanted Dead Or Alive”, strepitosa come al solito e naturalmente “Livin’ On A Prayer” cantata a squarciagola da una arena che trema tanta è l’euforia di aver assistito ad uno show come di questi tempi se ne vedono pochi. Ho seguito diversi concerti della band ma solo negli stadi, quindi sarà stata l’atmosfera più “intima” di questa arena unita ad un suono cristallino che nello stadio è difficile percepire, ma devo dire che forse questa è stata la loro performance più bella.

Grazie quindi ai Bon Jovi, quattro grandi musicisti e fini interpreti dei sentimenti più reali di ormai quasi tre generazioni. Criticateli su disco, se volete (naturalmente io NO) ma andateli a vedere almeno una volta nella vita dal vivo, perché anche se non troverete muri di distrorsioni, urla, headbanging ci saranno ad aspettarvi emozioni vere. Recuperate i filmati su YouTube e giudicate anche voi. PS: un grazie particolare a Melissa della AEG live (organizzatrice del concerto) simpatica, disponibilissima e professionale.

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