Bologna Sonic Park – Slipknot: Live Report e foto della data di Bologna

Mi ricordo, sì, io mi ricordo. 18 anni fa, Milano, Gods Of Metal a.D. 2001 al chiuso di un palazzetto dello sport. Due palchi, 20 band (credo) e migliaia di metallari pronti ascoltare una delle proposte più interessanti della storia della kermesse. Quell’anno i Megadeth, i Savatage, Lemmy con i suoi Motorhead (“Hey Savatage, shut the fuck up!” mentre qualcuno non troppo scaltro dell’entourage si prodigava durante il live dei britannici con il check della cricca di Jon Oliva) i Judas Priest di Ripper Owens ed i Cradle of Filth uniti con i Nevermore, anche in un certo senso letterale (ehm….).

Insomma, per il 2001 il meglio del meglio. Ma al meglio c’era da aggiungere l’umidità di Cambogia, Laos e Vietnam moltiplicate per 50 ed il cocktail di “metallaro sudato” praticamente a disposizioni di tutti, senza pagare. Gratis, compreso nel prezzo del biglietto. Ecco, il Sonic Park di Bologna oltre ad offrire Slipknot, Amon Amarth, Testament e Lacuna Coil ha riportato alla memoria di chi ha vissuto quella giornata di 19 anni fa, l’inferno in terra.

Una arena parco nord incastrata dentro un girone infernale a vostra scelta, allerta meteo per calore estremo e visioni mistiche di giovincelle inguainate in carta argentata e stivaloni sopra il ginocchio.

Cristo santo, mi basta il mio di caldo, non ho bisogno di soffrire anche per voi

L’ingresso per chi scrive intorno le 14, 43 gradi celsius. Niente ombra, niente vento. Non ci piacciono le cose facili.

Cosa voglio dire con questo inutile, prolisso, insensato preambolo? Voglio dire che nonostante tutto abbiamo affrontato la fornace, abbiamo conquistato Bologna e schivato colpi di calore (quasi completamente) per raccontare uno dei live più attesi della stagione. Caldo? Sì, troppo. Ma resistenza nonostante tutto, con l’arena a gonfiarsi ora dopo ora. Non si cede di un passo, non si abbandona l’arena. Si resta lì, sudati, impolverati e sfiancati.

ELUVEITIE

Un caldo feroce, una fornace nucleare. Più che un live una vera e propria sfida quella degli svizzeri che hanno affrontato calcando il palco bolognese alle 14. Volumi piuttosto bassi, ma questo non ferma la band che affronta la bolgia infernale portando in scena uno spettacolo più che discreto. Intenso, coinvolgente e tanti ad apprezzare. Nonostante le difficoltà anche il pubblico sembra gradire, accetta la sfida e si fa coinvolgere dagli Eluveitie. Bravi, ma le condizioni climatiche hanno abbassato gli standard dei nostri. Impossibile fare di più. Da applausi “Inis Mona” e da rivedere la versione tricolore di “The Call Of The Mountains”.

CORROSION OF CONFORMITY

Direttamente dagli States i C.o.C. vengono a prendere lo slot lasciato libero dai Trivium, e picchiano convinti e feroci con il loro sound grasso e paludoso. Sono bravi, hanno esperienza da vendere, ma il pubblico soffre ancora le pugnalate del sole e pur apprezzando si lascia poco trasportare. Applaude, si diverte ma la bolgia non lascia scampo. “Broken Man“, “Albatross” e “Clean My Wounds“ le perle di uno show asfissiante e colloidale. Bravi, ma da rivedere in un club.

Un batterista fuori programma

I tempi morti sono una gran cosa per i festival, ti permettono di respirare prima del prossimo live. Certo, a 42° C le cose non sono certo facili, ma provi disperatamente a trovare quel secondo di pace necessario per ricaricare le pile atomiche fuse nella fornace. Succede che nonostante tutto ancora qualche neurone senziente sia ancora in funzione e per pure caso con la coda dell’occhio ti sembra di veder tagliare la folla Gene Hoglan. Allucinazione? Visione mistica? No e poi ancora no, perché a domanda, Gene ha risposto presente. Dopo una chiacchierata rapidissima ed il selfie di rito, il batterista dei Testament è stato riconosciuto anche da altri fan, ma è riuscito con il sorriso a riconquistare il backstage tra autografi, strette di mano e sorrisi.

LACUNA COIL

Profeti in patria, i ragazzi milanesi sono ormai star dell’establishment h.m. , hanno esperienza e mestiere. Cristina ed Andrea affrontano il pubblico, il caldo e qualche inciampo sul palco dovuto alle temperature roventi. In più di 20 anni di carriera il quintetto ha vissuto tante fasi, affrontato sfide e raccolto consensi ma sul palco niente di questo sembra pesare perché l’energia sembra quelle di chi ancora vuole conquistare il mondo. “Trip The Darkness”, “My Demons”, “Enjoy The Silence” e “The House Of Shame” per una show incorniciato da una bella versione live di “Heaven’s a Lie”. Stremati, i cinque sul palco salutano il pubblico e ringraziano. Una conferma.

TESTAMENT

L’inferno in terra. I 5 capitanati dal grande indiano Chuck Billy hanno messo a ferro e fuoco l’intera arena parco nord con una prestazione maiuscola. Carisma, esperienza, grandi canzoni ed una voglia assassina di dimostrare che la storia non vale quanto i dati di vendita. Indiavolati, letteralmente, azzannano il pubblico e macinano hit uno dietro l’altro. “D.N.R.”, “Into The Pit”, “Low,” “Legions of the Dead “Eyes of Wrath” e tante altre a frustare un pubblico esausto ma nonostante tutto partecipe. Fuori dal pit in tanti provano a pogare con rabbia, ed il grande indiano sembra benedirli dal palco con “Over The Wall” e “The Formation Of Damnation” per uno show come il Mont Ventoux: Hors Catégorie.  Applausi.

AMON AMARTH

Potenti, monolitici, robusti e determinati. Questi gli aggettivi per descrivere la band svedese scesa all’inferno per raccontare mitologia e leggende. Johan Hegg grande cerimoniere dell’epopea vichinga, subito a sgranare “The Pursuit Of Vikings” e “Deceiver Of The Gods” per mettere le cose in chiaro e conquistare il pubblico. Lo show va avanti, pochi fronzoli e molti fatti: “Legend Of A Banished Man”, “Death in Fire” conquistano mantenendo altissima la tensione emotiva. “Raise Your Horns” è posta quasi in chiusura del set, come patto con i presenti prima della chiusura epica con “Twilight Of The Thunder God”. Odino sorride bonario.

SLIPKNOT

Buio in sala, ma il clima non migliora. L’arena Parco Nord è ora gremita nei pit e con qualche spazio minimo d’aria nell’anfiteatro. Il pubblico rumoreggia, sbanda par la fatica ma non si muove di un passo. Aspetta gli Slipknot, aspetta la cricca dell’Iowa con trepidazione. Intro, il velo che separa la band dal pubblico vola in cielo e Corey Taylor inizia a cantare rabbioso “People=Shit” e “(sic)”. La folla ruggisce e raccoglie la sfida lanciata dai nove. Un muro di polvere, una vera e propria onda umana nel pit a fronteggiare la determinazione dei ‘Knot. Piace la resa live di “Unsainted”, ma il climax viene raggiunto quando i nostri infilano una tripletta da stendere una mandria di tori inferociti: “Before I Forget”, “The Heretic Anthem” e “Psychosocial”. Impressionante la risposta dell’arena, pungolata da un Taylor in buonissime condizioni. Piede sul freno (diciamo così) con una emozionante “Vermillion” prima di arrivare verso la fine di un live brutale marchiato a fuoco sulla pelle da “Duality” e “Spit It Out”. Le ultime forze, la polvere ed il sudore per l’ultima fatica prima dei saluti. Fuoco e fiamme, luci a dare corpo ad una prestazione maiuscola. Una dimostrazione di forza, una dichiarazione d’intenti. Ne siamo usciti vivi, ustionati, malmenati dalla musica ma dannatamente soddisfatti.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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