Blackmore’S Night: Live Report della data di Milano

Un salto nel passato, una festa in costume, lo spettacolo dell’allegra compagnia guidata da quel menestrello che risponde al nome di Ritchie Blackmore. Questo il menù della serata che ha avuto luogo ieri sera al Teatro Smeraldo di Milano, il cui palco è stato addobbato per l’occasione con una suggestiva scenografia medievale. Dopo qualche problema organizzativo iniziale che fa perdere un pò a tutti l’esibizione della famigliola veneta che spesso ha accompagnato il gruppo qui in Italia, ha inizio lo Spettacolo. La maiuscola non è un errore di battitura, ma è voluta. Perché se da buona cover band di tempi passati i Blackmore’s Night, per scelta artistica, non inventano nulla e non portano alcuna innovazione, dal vivo fanno sparire come per magia tutti quei limiti che mettono in mostra su album (buoni i primi due, anonimi e insipidi i successivi). Dicevamo dello spettacolo, pardon… Spettacolo. Due ore abbondanti di musica, intrattenimento e divertimento. Sul palco non si risparmia nessuno e anche Candice (ragazza dalla bella voce, ma dalle scarse capacità interpretative) riesce ad andare oltre e a dare un tocco in più a quelle parti vocali così dannatamente uguali una all’altra su disco. L’inizio è travolgente e fin dalle prime note di “Cartouche” il pubblico si scalda e partecipa attivamente con canti e battimani (per tutto il concerto, a parte un paio di episodi, la band andrà ad attingere dalla parte più “movimentata” del suo repertorio), si prosegue con ‘Play minstrel play’, ‘Under a violet moon’, ‘Past time with good company’, intervallate dalla strumentale ‘Minstrel Hall’, prima che venga dato un attimo di respiro ai presenti con la cover di ‘Soldier of Fortune’ accolta da tutti, come logico, con un boato (questa è stata la prima di un trittico di cui hanno fatto parte anche l’onnipresente ’16th century greensleeves’ e a ‘Diamonds and Rust’ di Joan Baez). Tra assoli, virtuosismi e danze si prosegue per altri tre quarti d’ora abbondanti fino alla conclusiva ‘The clock ticks on’ canzone orecchiabile su disco, trasformata in un pezzo travolgente dal vivo. Dopo una breve pausa i bis con altre due cover, ‘Self Portrait’ e un’ottima ‘Rainbow Blues’ dei Jethro Tull, inframezzate da ‘All for one’ dall’ultimo album in studio. Altra breve pausa in attesa di un secondo ritorno sul palco, che però non avviene e la sensazione è che sia stato tagliato per mancanza di tempo.

Alla fine di un concerto come questo è naturale che sorgano spontanee alcune riflessioni su quello che dovrebbe essere un’esibizione dal vivo. Troppi gruppi prendono la cosa come un dover salire sul palco a riproporre il più fedelmente possibile le canzoni come si sono già sentite centinaia di volte su disco, finendo così per limitarsi ad una noiosa riproposizione di quello che l’ascoltare assiduo già conosce a memoria. Questo ovviamente se il leader del tuo gruppo non si chiama Ritchie Blackmore. In uno show dei Blackmore’s Night non c’è una canzone che non venga riarrangiata, allungata e arricchita, mediamente ogni pezzo risulta di uno o due minuti più lungo rispetto alla versione originale e la cosa non stanca affatto. Ma oltre la musica c’è spazio anche per il gioco… non stupitevi quindi se a metà di una canzone rinascimentale vi ritroverete ‘That’s Amore’ o ‘Funiculì Funiculà’ o chissà che altra citazione, non stupitevi nemmeno di vedere Candice piegata in due dal ridere senza più forza di cantare perché Ritchie si ferma a metà assolo a causa dell’odore emanato dalle proprie ascelle. Menestrello e giullare d’altri tempi, in lui brucia ancora l’immortale anima rock che lo porta ad accennare un headbanging ai piedi della batteria, mentre le note dei Rainbow fanno saltare e cantare assieme giovani metallari in chiodo e attempati commercialisti in giacca che hanno ormai superato la cinquantina. Ecco, più che ogni parola crediamo questa possa essere considerata la scena più emblematica di uno spettacolo vero come quello di ieri sera, uno spettacolo messo in piedi da un signore che non a caso ha fatto la storia della musica dei nostri tempi. Se vogliamo trovare una pecca a questa esibizione, forse si può criticare lo spazio eccessivo dato alle cover di altri gruppi (ben cinque) e l’assenza di pezzi come la storica ‘Shadow of the Moon’, ma sono dettagli. E’ stato bello, la gente si è divertita e i presenti sono tornati a casa col sorriso sulle labbra, coscienti di aver assistito a uno show davvero notevole. Il resto non conta…

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login