Blackfield: Live Report della data di Milano

Ormai è appurato: Steven Wilson oltre a prestare un’estrema attenzione alle produzioni dei suoi album ed una cura maniacale delle riproposizioni dal vivo dei suoi pezzi (sia a livello sonoro che di arrangiamento) è anche un acuto ascoltatore/fruitore di musica e gli piace, durante i suoi tour, essere affiancato da band talentuose (anche già affermate); e quindi via ad un elenco fatto di Anathema, Oceansize, Richard Barbieri, Paatos e non ultimi i Pure Reason Revolution che con gli headliner Blackfield hanno dato vita in quel dell’Alcatraz ad una serata realmente magica.

Partendo dal gruppo di supporto, che è bene ricordarlo è stato accolto con favore dal pubblico (cosa che capita assai di rado), ci siamo trovati di fronte una band giovane anagraficamente parlando ma con un piglio già estremamente professionale; l’originale mix di tradizione rock britannica, prog, echi di Muse, elettronica e parti più heavy ha ipnotizzato buona parte di un Alcatraz comunque semivuoto anche se la caratteristica principale che li fa ergere sopra la media è l’utilizzo di sinuosi intrecci vocali realizzati da tre quarti della band (anche se su ‘The Dark Third’ hanno suonato addirittura 6 persone?). Letteralmente saccheggiato l’EP allegato al disco d’esordio insieme a pezzi da novanta come ‘The Bright Ambassadors Of Morning’ e ‘The Intention Craft’ fino all’apoteosi techno-dance finale un po’ fuori luogo ma intrigante! La professionalità e la dedizione invece dei Blackfield era cosa nota ormai da tre anni ma la band è, se vogliamo, ancor più coesa e decisamente migliorata: quella che, per stessa ammissione di Aviv Geffen, è diventata una priorità artistica risulta assolutamente tale grazie a deliziosi passaggi vocali, costruzioni armoniche tanto semplici quanto ricercate ed alcuni miglioramenti individuali davvero interessanti (il batterista Tomer Z in particolare). Inutile indugiare in dettagli superflui visto che la band ha convinto sotto ogni punto di vista, soprattutto quello emotivo: i due album sono stati passati in rassegna nella quasi totalità dei pezzi tra alcune versioni riarrangiate (‘Glow’ per soli piano e voce) e alcune sorprese come la curiosa cover di ‘Thank You’ di Alanis Morissette. Un paio di curiosità sono state inoltre l’assenza di Daniel Solomon alle tastiere (nonostante il suo importante ruolo in studio) e l’esecuzione doppia (una in apertura e l’altra nei bis) di ‘Once’…pezzo che evidentemente la band gradisce particolarmente suonare dal vivo.

Ennesima prova di professionalità e talento da parte di Steven Wilson e del suo fido alleato (che peraltro è l’autore di buona parte del materiale del nuovo album ‘Blackfield II’) con svariati highlights come la stessa ‘Once’, ‘Epidemic’, ‘End Of The World’, ‘Blackfield’, ‘Pain’ e ‘Hello’; peccato per chi non c’era forse anche per pregiudizio verso il sound non troppo metallico che la serata avrebbe presentato…vi siete persi un gran concerto!

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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