Beholder: Live Report della data di Roma

KALEDON.

È la seconda volta che assisto ad un concerto dei Kaledon ma il giudizio, purtroppo, resta sempre lo stesso: sono un gruppo mediocre che propone musica mediocre. Il loro stile è presto definito: power di scuola tedesca con tentazioni sinfoniche, il tutto all’insegna del cliché più becero. I Kaledon salgono sul palco sulle note della Cavalcata Delle Valchirie, trovata discutibile e senz’altro ai limiti del pacchiano, per poi concentrarsi sui brani che compariranno sul prossimo album di imminente uscita. Il nuovo repertorio non si discosta dal vecchio e l’esibizione è fiacca. I ragazzi sono pressoché immobili sul palco, tecnicamente non c’è da urlare al miracolo, escludendo David Folchitto (già batterista degli Stormlord) e non sono certo camicie di raso, collanine con draghi, bicipiti pompati o chitarre costose a fare lo spettacolo.

DEMON’S WHIP.

C’è bisogno delle cover band? In generale non saprei, ma quando si parla dei Demon’s Whip la risposta non può che essere affermativa. La Manowar cover band guidata dall’impressionante Daniele (campione regionale di body building) sale sul palco con la grinta e la dedizione che la contraddistinguono e sono subito faville. I brani sono riproposti, come sempre, con un’altissima fedeltà all’originale con in più l’aggiunta di una batteria sicuramente più dinamica rispetto a quella di Scott Columbus che alza ancora di più il tiro dei brani. Daniele è un leader carismatico e con una presenza scenica invidiabile, non solo per la stazza (considerevole, immaginate di vedere He-Man su un palco!) ma soprattutto per il suo impegno, il suo carisma, la sua voce. Un’esibizione fisica, sanguigna, sostanzialmente metal nel senso più profondo e puro del termine.

ROSAE CRUCIS.

A sorpresa, rispetto alla scaletta della serata in cui non c’era traccia del loro nome, salgono sul palco i Rosae Crucis. La loro esibizione si concentra sui brani estratti dal recente ‘Worms Of The Earth’ con l’aggiunta della loro versione di ‘Pleasure Slave’ dei Manowar. 13 anni di underground hanno reso la band di Giuseppe Cialone un’autentica macchina da guerra. Non ci sono sbavature nella loro esibizione, non ci sono cadute di tono, non ci sono prigionieri, c’è solo del metallo rovente buttato in faccia al pubblico, semplicemente un’esibizione maiuscola. I Rosae Crucis sono un gruppo con grandissime potenzialità (mi ha colpito moltissimo il nuovo chitarrista Tiziano Marcozzi), composta da ragazzi umili, disponibili e che si divertono a scherzare con il loro pubblico. Alla fine la sensazione è che il gruppo meriti ben altri spazi e ben altra considerazione.

BEHOLDER.

Unici ‘stranieri’ della serata, i meneghini Beholder appaiono convinti nei propri mezzi e nel proprio repertorio. Il pubblico sembra gradire molto il loro power metal, soprattutto la presenza di due vocalist è, come minimo, curiosa. I Beholder dimostrano di saper stare sopra un palco, si muovono e si sbattono, ma mancano ancora d’esperienza, le due voci (maschile e femminile) non sono molto ben amalgamate ed i brani sono, alla lunga, un po’ monotoni, andando a premere sempre sugli stessi tasti. Le capacità comunque non mancano, ed i margini di miglioramento sembrano ampi, insomma hanno le carte in regola per andare lontano. I ragazzi meritano comunque tutti i complimenti per l’attitudine che hanno dimostrato e per la capacità di tenere di palco, doni rari di questi tempi.

Il giudizio finale sulla serata non può che essere positivo. Peccato per i ritardi accumulati, che hanno costretto le band ad eliminare alcuni brani dalla scaletta, per il suono decisamente impastato e per la scarsissima affluenza di pubblico. Ma sono tutti fattori non imputabili alle band che, comunque, hanno dato (o cercato di dare) il loro massimo.

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