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Bay Fest: Live Report e Foto del Day#2 con Bad Religion, Pennywise e Good Riddance

E dopo il primo ecco il secondo giorno del Bay Fest, ma prima di entrare le urgenze per tutti i rocchettari sono semplici: birra, cibo, biglietto e parcheggio. E proprio il parcheggio diventa la prima “avventura” della giornata. Volendo ripetere il brivido di una spesa borghese, ecco il vostro affezionatissimo scegliere il pagamento a due passi da parco Pavese.  “Sono 9 euro”. “Eccheccazzo! Ieri erano 5 euro per parcheggiare qua!”. Con questo gentile scambio di vedute, con annessa contrattazione e colpi vari in romagnolo sibilati del gentilissimo parcheggiatore – non abusivo – dopo aver strappato lo stesso prezzo del giorno prima, eccoci pronti per affrontare la seconda giornata del Bay Fest. Non prima di aver accumulato un ritardo devastante motivato da rallentamenti incrociati lungo il tragitto.

B-A-D-R-E-L-I-G-I-O-N. Credo basti la parola, non è neanche più necessario raccontare di quanto questa band sia influente e determinante sulla scena. Non penso che sia il caso di ricordare ancora una volta quanto il Professor Graffin (Sì, perché i punk possono anche essere professori alla Ucla e alla Cornell. Due università VAGAMENTE importanti, dannate capre) sia ferrato in paleontologia, biologia e fervente evoluzionista. Il caso è quello di ricordare una giornata che già dai primi minuti si è dimostrata diversa rispetto la precedente: già dalle 18 (e qualche spicciolo) la gente era molto più presente. Non che la prima giornata sia stata un fallimento, anzi, ma il peso specifico della cricca di Greg Graffin è leggermente diverso rispetto ai lodevolissimi Less Than Jake.

Ah, per la cronaca insieme ai Bad Religion erano presenti direttamente dagli States anche Pennywise e Good Riddance e una manciata di band italiane. Tanto per. Prosit. Ma niente elefanti/cavalli cornuti rosa. Peccato.

Day #2

Anche questa volta una band italiana a “tagliare il nastro” della seconda giornata. Spazio a Linterno, band bolognese attiva da almeno un decennio che purtroppo non conoscevo. Ma il live dei ragazzi è stato concreto, determinato e con suoni più che accettabili. Sicuramente una band che andrò a scoprire da qui a poco. Bravi.

Da Bologna a Livorno la strada è breve, perché dopo la band della “rossa” ecco arrivare I 7 Years, proveniente dall’altra “rossa” (ex ormai?) Livorno. La band labronica, fresca di ritorno con “Lifetime” ha presentato il punk fresco e dinamico impreziosito da “Never Down”, canzone che proprio sull’ultimo disco può vantare il featuring di Joey Cape dei Lagwagon.  Buona la resa anche di “Here And Now”, fresca di video uscito proprio a ridosso del Bay Fest.

Il giro d’Italia prosegue e sceglie la direzione del nord, Milano per l’esattezza. Gli Andead sono ormai una buonissima realtà tricolore, ed infatti la presenza sotto il palco inizia a diventare più concreta. Anche loro freschi di ritorno con “IV The Underdogs”, tirano fuori dal cilindro una prestazione fisica e dinamica, punk nel vero senso della parola e convincono con “True Sound Of Liberty”, “Hoax” e “Not Givin’ Up”. Molto bravi.

 

Rimaniamo al nord, e sul palco arrivano gli Shandon ritornati in attività dopo qualche anno di “sosta”. Un live fisico, con una band ben presente sul palco ed un Olly Riva (chitarra e voce della combriccola) a ringhiare “Skate Ska”, “Ruvida” e “Washin’ Machine”. Bella anche la versione di “Proud Mary” dei Creedence Clearwater Revival quasi a fine del set con un Olly a spiegare che la sua voglia di suonare e cantare è partita proprio grazie a questo brano di John Fogerty. Un piacere averli ritrovati dopo tanto tempo.

 

 

 

A poco di un anno di distanza ecco che mi ritrovo di fronte ai Good Riddance, cricca di Santa Cruz capitanata da Russ Rankin e Chuck Platt. E come lo scorso anno la band inizia subito a picchiare durissimo con “Heresy Hipocrisy and Revenge”, “Mother Superior”, “Letters Home” e “Blue Black Eyes” ed il pubblico risponde convinto: circle pit ed un muro di sabbia che si alza a pochi passi dal pubblico. Immancabile “Diputatio” che parte con a mille e che diventa ancora più veloce e punk rispetto l’originale da disco. Una scheggia impazzita dove band e pubblico diventano una cosa sola. Uno spettacolo di energia.

Ancora rapidissimo cambio di palco e la scena si prepara per i Pennywise. Si sente che l’atmosfera inizia a diventare ancora più elettrica perché il pubblico inizia ad avvicinarsi sempre di più alle transenne e al palco. Cercando spazio, cercando di poter vedere da un passo – o poco più – i propri idoli. Come lo scorso anno i ragazzi di Hermosa Beach salgono sul palco accolto dal boato del pubblico. Un calore vero, vivo, che diventa bolgia alle prime note di “Wouldn’t It Be Nice”, seguita a ruota da una “Fight Till You Die” suonata con una cattiveria degna dei migliori gruppi metal. A sopresa, ma neanche troppo, ecco a “spezzare” la tensione la storica “Blitzkrieg Bop” dei Ramones a rallentare i ritmi prima di una “Same Old Story” davvero convincente in sede live. Altra cover, questa volta direttamente dall’east coast ecco “(You Gotta) Fight for Your Right (to Party)” dei Beastie Boys. Non male, ma forse leggermente fuori dalle corde dei nostri. Bell’intro però, con riff presi in prestito dai Metallica e dagli Ac/Dc. E proprio “Tnt” dei canguri è stato utilizzata come “intro” per la canzone dei Beastie Boys. Chiusura obbligatoria con “Bro Hymn”. Applausi ed una nube di sabbia a polvere densa come un muro.

Il pubblico diventa mare, letteralmente, quando iniziano a diventare concreti i segnali che precedono l’arrivo dei Bad Religion. Scenografia, strumenti e poi il silenzio. Parte il riff di “American Jesus” e la folla impazzisce. Una partenza diventata obbligatoria, che raddoppia e triplica con “New Dark Ages” e “Do What You Want”. Greg Graffin è una sicurezza, e quei – pochi – capelli bianchi sembrano non pesare per niente al professore di Ucla e Cornell, perché nonostante l’età ed i palchi calcati l’energia è sempre lì. Una setlist bella intensa, dove sono spiaccate “Los Angels Is Burning” ed una “21st Century (Digital Boy)” tese e cariche come non mai. Piccolo, grande, enorme momento di gioia per il sottoscritto con “Punk Rock Song”. Canzone per ritornare giovani e per ricordare che anche quando andavi a scuola e facevi colazione poco prima delle 7, c’era una televisione che a livello nazionale passava questo video. Una carica assoluta che anche oggi rimane tale. Per la cronaca subito dopo questa canzone piazzavano “You Stole The Sun From My Heart” dei Manic Street Preachers. Fatevi voi un paio di conti di quanti anni fa stiamo parlando…. E poi tanti saluti a tutti con “Fuck Armageddon…This Is War”. Ora tutti a dormire, perché giornate come queste le troverete solo nei sogni.

 

 

 

 

 

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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