Bay Fest: Live report del Day#1 con Less Than Jake ed Undeclinable Ambuscade

Ancora una volta, come ogni dannata estate che Iddio manda in terra, non mantengo mai la mia “sacra” promessa: “Mai più festival”. Ogni volta, ogni anno è sempre così, e ti ritorna in testa quella frase in maniera quasi ossessiva: “Quello dell’anno scorso è stato l’ultimo festival della mia vita”. Lo avevo pure scritto dopo il live report dedicato agli Offspring (e pure Pennywise e Good Riddance, guarda un po’ protaginisti anche di questa tre gironi): non ho più l’età. Ma poi alla fine in barba a tutte le tue buone intenzioni ci ricaschi, e raddoppi. Anzi, triplichi. Perché il “Bay Fest” è stato un tripudio di punk rock, sabbia e calzettoni di spugna dai colori più o meno vivaci. Dal 13 al 15 agosto Bellaria è diventa più grande ed importante della scena di Orange County, Los Angeles e tutta la west coast messa insieme con quella est. Bellaria per tre giorni è stata punk.

Less Than Jake, Bad Religion e Rise Against: questi gli headliner di una tre giorni che ha regalato ai kids decine di esibizioni di buonissima qualità. Ma andiamo con ordine, e settiamo i cronocircuiti della DeLorean al 13 agosto del 2017. Ore 17 circa. Torniamo indietro al primo giorno del Bay Fest di Bellaria

Day#1

“Porca puttana credo di essere il più vecchio di tutta la compagnia qua dentro. O se non lo sono sono l’unico senza un cazzo di tatuaggio”. Ecco la mia prima preoccupazione una volta varcata la soglia di Parco Pavese, teatro sabbioso della kermesse romagnola. Ma poi quando le prime note iniziano a risuonare le cose iniziano a diventare meno “preoccupanti”. Protagonista indiscusso della serata – oltre alle band presenti sul palco ovviamente – uno strano “elefante/cavallo cornuto” gonfiabile trasformato in pallone da lanciare da e verso il palco. Everything’s punk rock.

Ad avere l’”ingrato” compito di tagliare il nastro i Lennon Kelly da Cesena, con il loro folk-punk celtico (Chi ha detto “primi Modena City Ramblers”?) di discreto impatto sul pubblico. “Sette Nodi”, “Un Marineri Imbarigh a e Ziznatic” e poi “Galway Girl” a chiudere un live ricordando il forte legame con le terre verdi di trifogli. Bravi, da rivedere in un pub.

Pears: da New Orleans con furore. Una scheggia impazzita di musica, dove le canzoni sono come schiaffi in piena faccia ad un pubblico che sembra davvero gradire. Molto bravo Zach Quinn (nonostante il rischio “ribaltamento” durante la prima canzone” nel tenere in pugno un quartetto davvero sopra le righe e con le canzoni giuste. Al loro secondo show italiano (almeno così ci hanno detto…ma ne siamo sicuri?) sono piaciute “Hinged By Spine” e “You’re Boring”. Bravi. Anche per aver cantato “Happy Birthday To You” alla tour manager Lisa. Chiusura con l’eterna “Judy Is A Punk” dei mai troppi rimpianti Ramones.

Quando affronti la “storia” ci sono due rischi: o l’impopolarità o il servilismo. C’è una giusta via di mezzo, ed è quella di cercare di affrontare la “storia” con onestà. E passione. Raw Power signori, e mentre nominate il loro nome toglietevi il cappello se lo portate. Quasi 40 anni di storia, di palchi e passione hardcore punk….ma c’è un ma: i nostri eroi di Poviglio sembravano quasi slegati, scarichi e poco concreti. Ma con il passare dei minuti ecco che quell’ingranaggio inceppato scappa via e lascia libera la band di sfogare la sua rabbia. “Trust Me”, “Tired And Furious”, “Bastard” e “Still Screaming” le migliori di una serata in crescendo.

Dall’Italia all’Olanda, nonostante un paio di punk ignudi a dibattere con la security (“Perché nessuno pensa ai bambini?” cit.) su Nietzsche e la quantità tollerabile di birra prima di perdere indumenti e dignità, ecco gli olandesi Undeclinable Ambuscade che spostano il tiro verso la versione più “giocosa” del punk rock. Chitarre dai buoni riff, ritornelli orecchiabili e sorrisoni stampati a 36 denti sul palco. E funziona, dannazione se funziona. La band di Hertogenbosch piace, soprattutto per la loro attitudine anni ’90. “’92”, “Growing Older”, “Love Story”  e “Waiting For The Catering” mi hanno sentire 14enne ancora una volta. Bei tempi, bravi loro.

E si arriva alla fine della prima giornata: Less Than Jake. Una macchina ska-punk diventente e ben oliata, dove lo spasso diventa totale canzone dopo canzone. Nessun pensiero, tanta festa e canzoni che ti entrano in testa con una facilità disarmante. “Last One Out Of Liberty City” , “Bomb Drop” ed una folle “Johnny Quest Thinks We’re Sellouts” (con annessa mascotte Lancia-piadine verso il pubblico): ingredienti semplici per una band che sa come divertire un pubblico ormai quasi allo stremo delle forze. Colpa dei “circle-pit” e della sabbia respirata fino a quasi mezzanotte. Si supera il confine del nuovo giorno ed ecco che la band saluta e lancia appuntamenti verso un futuro prossimo. Intanto io mi tengo stretta una bella versione di “Overrated (Everything Is)” nel cuore.

In fondo è così che deve essere vissuta la musica, con del sano e robusto divertimento. Ed elefanti/cavalli cornuti – e rosa –  lanciati verso l’infinito.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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