Bay Fest: Live report del Day #1 con Lagwagon e Mad Caddies

Quante volte ripetono il “LA” in una canzone punk? Quanto è importate un batterista in una band? Domande che necessitano riposta, senza dubbio. Così come sono fondamentali nell’economia del Bay Fest 2018 sabbia, sole ed ovviamente punk rock. Creste multicolore, colla di pesce ed umanità ustionata dal sole.

What else? (quasi cit.)

La festa è sempre festa, anche se quest’anno non abbiamo trovato la versione punk di Rosafante (l’ormai iconico elefante/cavallo rosaceo dello scorso anno. Ovviamente cornuto credo a sua insaputa) ma una buona alternativa di materassini-Squalo e la solita scintillante umanità multicolore che possiamo trovare nei festival.

Day #1 – La fredda cronaca

Puntuale, puntualissimo, tutt’altro che punk. Il Bay Fest è quasi un orologio svizzero nel rispettare gli orari: 18 e 25 ed i giovanissimi Why Everyone Left con il difficilissimo compito di dare il “La” (e ancora…) e tastare il polso dei presenti. Punk, emo e qualche spruzzata metal per una band giovane e dalla non troppo distante Modena. “Do It Again” e “Pack Your Shit” per un pugno di canzoni che hanno divertito il pubblico che iniziava ad avvicinarsi alla transenna. Piacevoli, senza dubbio.

Le lancette dell’orologio corrono disperatamente in avanti, nessun ritardo ed il Bianconiglio punk che vive all’interno di ognuno di noi non ne vuole sapere di entrare in azione. E forse è meglio così, almeno per ora. Cambio di palco quindi, ed ecco i Duracel. Quartetto deciso, incisivo, punk rock made in Italy. Melodia, urgenza e quell’aroma anni ’90 di chi è cresciuto dall’altra parte di un palco a pane e Punkreas. E non ci vedo niente di male in tutto questo.

Le canzoni dei quattro ragazzi veneti funzionano, macinano e si iniziano a vedere i primi body surfers emergere dal mare di sabbia. Un bel set, che ha sgranato tra le canzoni dei nostri “Hanno Ammazzato Il Rock ‘n’ Roll” e “Nessuno è Mai Uscito Vivo Da Italia 90” da segnalare nel set. Colpa anche dei ricordi e della vecchia lamentazione di un rocchenrolle ammazzato a bastonate da chissà quale trend nuovo e “fichissimo” (Chi ha detto trap? Nda.). Lucky next time, mate. Bravi.

Iniziamo con le “scuse”. Round 1. Ammetto candidamente il “buco di conoscenza” dei confronti dei Forty Winks. Anche loro italianissimi e con la loro musica mi hanno quasi ricordato una versione punk dei Beach Boys. Scanzonati e con canzoni di buona presa. Non conoscevo una nota della loro musica, ma sono rimasto piacevolmente sorpreso da uno show semplice e diretto.

Tocca ai BeerBong, dopo il solito rapidissimo cambio di palco. Storica band di hc melodico tricolore, più di 20 anni di carriera ed una voglia di suonare come fossero ragazzini. Un set ben equilibrato, ma leggermente più “spostato” verso il nuovo “Future Behind Us”. Bella davvero la spina nel fianco di “Straight No Chaser”, nuova, vero, ma al pari di una discografia piena di passione. Sembrava di essere tornati in bilico tra gli anni ’80 ed i ’90, quando gli skate sembravano essere la cosa più bella dell’universo – mondo.

Iniziano i “grossi calibri”, i nomi che contano, e la folla (già decisamente presente sotto il palco anche durante i live precedenti) inizia ad accalcarsi. Tocca ai The Lillingtons, da Newcastle, Wyoming USA. Pause, riprese, fratture e ricomposizioni, tutto nel nome del punk.

La band inizia a suonare senza sosta, un punk tipicamente USA, melodico e potente quanto basta. Incisivo, stringato e dritto al punto. La sintesi è il loro forte, non si sono persi in chiacchiere ed il rosario di canzoni sgranato è stato decisamente convincente. “I Saw The Apeman (On The Moon)”, “Rubber Room”, “London Fog” ed “X-Ray Specs” tra le migliori si uno show senza troppi dubbi o compromessi.

Non sembra neanche di essere quasi in dirittura d’arrivo, perché quando arrivano i Mad Caddies sembra di aver iniziato a sentire musica da una manciata di minuti. Ska Punk perfetto per fare festa. La band guidata dal cantante Chuck Robertson va sul sicuro ed inizia a giocare con il pubblico. I ragazzi sotto il palco ballano, si divertono nel seguire ondeggiando il ritmo dei californiani. “Backyard”, “TIred Bones”, la spassosa “Monkeys” ed una bella cover ska di “She” dei Green Day (Meglio dell’originale? Diversa, personale e ben calibrata): gli highlights di uno show che non ha fatto pesare il muro si sabbia alzato dal pubblico.

La fine è ad un passo, se ne rendono conto tutti. Fiato corto, sabbia ovunque e stanchezza. Troppa. Ma la fibra dei punk rockers locali è tanta, e la voglia di concludere la giornata con i Lagwagon è quella scintilla che permette a quasi tutti di restare aggrappati alla transenna.

Joey Cape e soci sono del mestiere, capiscono perfettamente quali corde toccare per incendiare i fan, ed i vent’anni di “Let’s Talk About Fellings” sono una occasione troppo ghiotta da non sfruttare. Ecco quindi i 26 minuti senza sosta, di uno dei perni della scena punk californiana anni ’90. “After You My Friend”, “Love Story”, The Kids Are All Wrong” per un disco ed una manciata di canzoni che non hanno perso un grammo del loro dinamismo.

Ora siamo davvero alle battute finali. “The Cog and The Machine” e “Razor Burn” lo fanno capire chiaramente ad un pubblico esausto ma felice. Ed ora tutti a recuperare in riva al mare, il Day #2 sarà in “Salsa Irlandese”: arrivano i Dropkick Murphys. E gli Agnostic Front…..che di irlandese hanno praticamente nulla ma va bene così.

Nb. La foto di copertina è stata reperita dal profilo FB del Bay Fest

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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