Bay Fest 2019: Live Report e foto del Day 1 con NOFX, Sick Of It All e altri

Il Parco Pavese di Bellaria ritorna ad essere al centro delle nostre attenzioni, al centro di un “pellegrinaggio” rock che anche quest’anno celebra un rito di massa, dove decine di migliaia di appassionati si ritrovano da qualche anno per tre giorni sotto il palco del Bay Fest. Ancora una volta una edizione dai grandi nomi, con NoFx, Ska-P ed Offspring a rendere concreto l’impatto del festival tra gli appassionati punk.
Punk quindi, con varianti ska, con più o meno scorie hardcore o metalliche ma sempre di punk parliamo. Una prima giornata che ha visto scendere in campo per primi i tricolori All Coasted. Buon impatto e tanta voglia di mettersi alla prova.

MASKED INTRUDER

Direttamente dagli States arrivano questi anarchici mascherati, coperti da dei coloratissimi passamontagna (divisa d’ordinanza) nonostante il caldo devastante ad accompagnare la prima giornata in terra romagnola. Un punk secco, deciso e diretto quello proposto dal quartetto, che fa dell’impatto dei vari brani proposti il vero punto di forza. Pur non venendo colpito in maniera assoluta dalle loro canzoni, una manciata di queste si è meritata un ascolto decisamente divertito. Ecco che spunta “Unrequited Love” dai tratti pop decisamente deliziosi , la tesissima “No Case” (dove la lezione di Danko Jones è stata studiata per benino dai nostri) e la rabbiosa “Stick ‘Em Up!”. Decisamente divertente la presenza sul palco di uno strano poliziotto “californiano” che ha più di una volta scelto di “combattere” per la legge tra pubblico e palco. Decisamente americani, ma divertimenti.

PUNKREAS

Le cose con iniziano a farsi dannatamente serie con i “nostri” Punkreas, con la band lombarda decisamente in palle e pianamente calata nello spirito del festival romagnolo. “Sosta”, la drammaticamente attuale “Voglio Armarmi” e “Vulcani” aprono le ostilità di un concerto che ha visto il pubblico crescere decisamente in numero e passione sotto il palco dei nostri. Cippa e Paletta sono al centro del palco e arringano i fan e piazzano sapientemente frustate come quando viene sputata fuori la rasoiata “U Soli”. Tra i tanti classici dei nostri ecco spuntare la più classica delle “revenge songs”, quella “Aca Toro” che da “Paranoia e Potere” del 1995 continua a rimbalzare tra un live e l’altro. Bella anche la frustata “Il Vicino”, con presa per il naso della scena trap, Young Signorino in prima linea. Se l’amore dei fan vuol dire qualcosa e risponde a ben più di una domanda, allora alla fine del concerto dei 5 ragazzi del nord di domande e questioni irrisolte non ce ne sono più. Ben più di una certezza.

FRANK TURNER

Autentico animale da palco, furia rockabilly e attitudine punk. Il britannico sembra un personaggio fuori dal tempo, elegante, vestito in maniera impeccabile (in camicia bianca che fa tanto anni ’50) e così fuori contesto da essere perfetto tra creste improbabili e calzini bianchi alti fino al ginocchio. Frank e le sue “Anime Addormentate” picchiano decisi e piacciono, “Get Better”, “The Ballad Of Me And My Friends” ed “If I Ever Stray” sono le anime di uno show che ha liberato la forza di un musicista anche di fronte ad un ampio pubblico italiano. Lo show è fisico, divertente, il numero 2378 della sua carriera, e capisci perché in chiusura di set arriva una versione con il cuore in mano di “I Still Believe”. La sorpresa della giornata.

SICK OF IT ALL

I S.O.I.A. sono una famiglia, anche più di quanto sia vero nella realtà. Una congrega di “iniziati” ad un suono che nasce dalla rabbia newyorchese, dal Queens che ai tempi della nascita di questa gang di rabbiosi musicisti era tutto tranne che quell’edulcorato mondo raccontato ne “Il Principe Cerca Moglie” del genio John Landis. Nelle canzoni dei nostri da sempre rabbia e voglia di “rivoluzione”, tensione al miglioramento e determinazione. Un mix di ingredienti che ha messo alla prova la passione dei fan sotto il palco, nonostante un volume leggermente zoppicante per i loro standard. Ma questo ai fratelli Keller è importato davvero poco, perché l’energia da parte loro non è mai stata in discussione, e quando hanno iniziato a sgranare un rosario costruito attorno a vere e proprie bombe come “Inner Vision”, “Clobberin’ Time” “Uprising Nation” e la brutale “Scratch The Surface” capisci che i volumi possono essere un piccolo dettaglio che si va ad innervare in una cosa chiamata “attitudine”. Chapeau.

NOFX

Parlare dei NoFx è come raccontare la storia di un grande amore, corrisposto in maniera bizzarra, irregolare e fuori dagli schemi. Amici di vecchia, vecchissima data che salgono sul palco, piazzano un caos indicibile e se ne vanno contenti come ogni dannata volta. Fat Mike & co sono ben più che una garanzia, soprattutto in una torrida notte a due passi dal ferragosto, fasciato da un elegantissimo abito in vellutino (credo) rosso che ne faceva esplodere la sensualità e che faceva pendant con uno chicissimo taglio di capelli blu acquamarina. Deliri a parte, i NoFx sono uno spettacolo ancor prima di suonare una nota: frecciate, battute sibilate alla velocità della luce e siparietti infiniti che fanno tantissimo America. Tutto questo non ha pesato sullo show, che ha messo ancora una volta in luce l’importanza di una band che tanti anni fa inventò un modo meno “soffocante” di vivere il punk, scegliendo la follia ed applicandola anche alla politica ed una certa etica che poi i nostri hanno sempre cercato di portare avanti. Quindi uno show a 360° gradi per i nostri, con “Six Years On Dope”, “Leaving Jesusland” e “72 Hookers” a render equilibrato uno show esploso con “Linoleum”. E poi “Les Champs-Élysées” e “Perfect Government” per una festa totale che ha lasciato tutti ampiamenti soddisfatti.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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