Armored Saint: le foto della data di Milano

Ci sono gruppi che anche senza raggiungere un successo pari a quello delle band top hanno comunque avuto un impatto globale sulla scena metal difficile da ignorare. Gli Armored Saint di John Bush e Joey Vera sono indubbiamente tra questi. Eroi senza medaglie che per moltissimi fan hanno incarnato la passione per il metal, quello vero, lontano da tutti i trend, anche quelli di genere, e con sempre al centro del progetto la qualità artistica e l’umiltà di chi non ha bisogno di dimostrare nulla. La loro discesa italiana, la prima come headliner in una lunghissima carriera, era davvero molto attesa e un Legend strapieno (e insopportabilmente caldo) è la miglior testimonianza di come anche in Italia i Santi abbiano lasciato un segno indelebile.

Vero è che la serata è di quelle che ingolosiscono, visto che la band è in tour per omaggiare quello che rimane il loro album più amato e probabilmente migliore, ovvero “Symbol Of Salvation”, che infatti verrà eseguito nella sua interezza. Non per questo però il resto della produzione viene totalmente trascurato, visto che lo show si dilata su circa due ore di una qualità a dir poco inappuntabile che lasciano letteralmente senza fiato.

Si comincia con una possente “March Of The Saint” e la temperatura già elevata della location diventa assolutamente rovente: il tiro della base ritmica è mostruoso, così come lo sono l’unicità della voce di Bush e la perfezione delle due chitarre di Duncan e Sandoval. La classica “sberla” di pura adrenalina che da a tutti la giusta carica. Si passa poi a due brani altrettanto grandiosi come “Long Before I Die” e “Chemical Euphoria”… a questo punto tocca ad un esuberante John Bush introdurre il motivo trainante della serata, sottolineando come il primo brano fosse tratto dall’album d’esordio, il secondo dal successivo e “Chemical Euphoria” dal terzo… tocca ora ovviamente a “Symbol Of Salvation” e se l’eccitazione del pubblico era già altissima, qui si rischia veramente di far esplodere il Legend. Quando parte “Reign Of Fire” non ci sono anni sulle spalle che tengano, basta guardare negli occhi uno qualsiasi dei presenti per capire quanto il livello di esaltazione sia esagerato. Tutti cantano, partecipano e sostengono il gruppo. Un entusiasmo palpabile che quasi commuove.

Brano dopo brano la band esegue appunto per intero il citato capolavoro e anche se di anni non ne sono passati così pochi dal momento della sua pubblicazione (ventisette per l’appunto!) gli Armored Saiunt dimostrano di non aver perso un’oncia di forza espressiva e, tanto meno, di qualità esecutiva. John Bush ha una voce dal vivo è ancora migliore di quella che mostra nelle incisioni in studio e non cala mai di spinta, ma in generale tutta la formazione esprime non solo una amalgama perfetta, ma anche una non comune abilità nel mettere insieme la carica di chi sta spingendo al massimo con la precisione di chi sta suonando senza sbavature. Nei loro brani non c’è infatti solo la potenza del metal, ma anche il groove del funky, la melodia dell’hard rock, la finezza del rock raffinato… ed ogni elemento contribuisce a definire uno stile che viene ulteriormente modellato dalla personalità dei singoli esecutori. Ne scaturisce una proposta artistica mai banale che proprio in “Symbol Of Salvation” raggiunse la piena maturità. Non sono infatti molte le band che su un solo album hanno brani di metal epico come la citata “Reign Of Fire”, pezzi rock come “Last Train Home”, una funk metal song come “The Truth Always Hurt” (qui Bush parla giustamente di come loro abbiano amato una band come gli Earth, Wind And Fire), ma anche una canzone quasi thrash come “Spineless” e potremmo continuare…

Non si fa in tempo a rilassarsi per la conclusione della scaletta speciale che la band, ormai sfiancata dal caldo e dalla umidità, ma sempre in grande spolvero, tira dritto attaccando con la ottima “Win Hands Down”, tratta dall’ultimo bellissimo album che lo stesso John indica entusiasticamente come il migliore della loro carriera (dopo quello celebrato stasera, aggiungerei io). Non finisce però qui: rimane il tempo per ancora due vecchi cavalli di battaglia come “Can U Deliver” e “Madhouse”. E ancora una volta a stupire è quanta carica i Saints riescano a mettere anche dopo due ore di concerto in una situazione climatica tanto pesante. E alla fine sono solo applausi e urla di approvazione. Complimenti a loro per il concerto stratosferico, ma complimenti anche al pubblico che davvero questa sera ha mostrato il volto migliore della comunità metal.

ATHROX

 

 

 

ARMORED SAINT

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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  1. Alberto Capettini

    Damn me…

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