Anthrax: Live Report della data di Roma

Arriva anche a Roma la truppa metallica condotta dagli Anthrax per trovarsi di fronte il Centrale del tennis praticamente vuoto. Forse non solo per colpa della concomitante finale del Campionato Europeo di Calcio.

Un vero peccato per chi ha preferito seguire le gesta di greci e portoghesi e si e’ perso uno show dall’elevato livello qualitativo, per quanto offerto dalla band di New York, soprattutto, ma anche da chi li ha preceduti sul palco.

Aprono, giocando decisamente in casa, i romani Face The Fact che mostrano buona capacità tecnica e padronanza del palco. Nello scarso tempo a disposizione portano onstage una dose massiccia di quell’hardcore che va tanto di moda oltreoceano lasciando, a parte qualche “bella riga’, da paura” di troppo, un’impressione più che buona.

Seguono gli Shai Hulud, in quel di Roma per il loro, purtroppo, tour d’addio. Anche qui si rimane in campo prettamente hardcore, anche se si intuisce da subito la differenza fra allievo e maestro. L’impatto e’ notevole, la band si sbatte e il cantante trova il tempo per affacciarsi sul pubblico e far cantare un paio di ritornelli. La cosa più notevole è l’impressione che buona parte del pubblico sia, al momento, qui per loro.

Arriva il buio e con esso gli Stampin’ Ground. Cantante grosso e cattivo, chitarristi spara-riff a ripetizione per un incrocio sonoro che corregge il tiro dall’hardcore di inizio concerto al thrash che lo chiuderà. Brani compatti, colmi di riff che richiamano alla bay area conditi da un cantato che pesca a piene mani nell’hardcore. Tanto sudore e intrattenimento, difficile chiedere di più.

Impossibile, assolutamente, chiedere invece di più agli Anthrax. Sono vecchi, pelati e bolsi (John Bush e’ ormai la statua in cera movente, sudante e cantante di Bruce Willis), ma non credo che ci sia uno dei presenti che sia uscito deluso dal Foro Italico. Un’ora e spiccioli di un’esibizione da raccontare ai bambini, sin dall’intro dei Blues Brothers fino all’outro di South Park, preceduta da uno scorcio di ‘Whiplash’ che farebbe impallidire i Metallica.

In mezzo un po’ di tutto: l’opener ‘What Doesn’t Die’, le immortali ‘Got The Time’, dove si inizia a vedere la differenza fra un “certo” Joey Vera ed il pur bravo Frank Bello, ‘Metal Thrashing Mad’ e ‘Indians’, dove Scott Ian chiede ed ottiene un mosh sotto il palco di dimensioni ridotte ma di intensità assoluta.

Ma e’ la band stessa lo spettacolo dentro lo spettacolo: a parte un Benante in forma stellare e uno Scott Ian ilare e giocoso come sempre, la differenza la fa John Bush: voce sempre in palla, a parte l’attacco di ‘Nfl’ ma credibile anche in ‘Bring The Noise’, e soprattutto tanto movimento, mille incitamenti ed un tuffo in mezzo al pogo che cantanti hardcore più giovani e moderni si sognano. In tutto questo anche il tempo per diverse battute da incorniciare; la migliore arriva annunciando ‘Room For One More’: “questa e’ per mia moglie”, che in dolce attesa assiste allo spettacolo ai lati del palco (battendo il tempo sul pancione; questo e’ IL metal).

Sono un gruppo di vecchi, pelati e bolsi… ma datecene altri 1.000 così.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login