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Anthrax: live report e foto del concerto di Trezzo sull’Adda (MI)

Una band storica in piena forma come gli Anthrax, che ripropone per intero un classico di quelli che ancora oggi pesano parecchio come “Among The Living”, non può che richiamare a sé un gran numero di fan old school. Che le premesse siano poi state rispettate lo certifica già la lunga fila all’ingresso del locale, ma anche il grande entusiasmo che si respira una volta entrati.

Di spalla hanno già suonato i The Raven Age (purtroppo non abbiamo in fatto in tempo ad ascoltare neanche una canzone della band in questione), ma ovviamente tutti sono in trepidante attesa dell’arrivo di Belladonna e soci… così appena parte l’introduzione che da il via alle danze il boato esplode in tutta la sua potenza!

Carica iniziale che la band fa di tutto per non lasciar andare, cominciando a martellare fin dalle prime note di “Among The Living” e tirando dritto con la scatenata “Caught In A Mosh”. Anche se ormai non è più una sorpresa, colpisce come la voce di Belladonna sia praticamente perfetta, probabilmente addirittura migliore di quanto fatto vedere nelle esibizioni live degli anni ottanta.

Inutile poi aggiungere che Scott Ian è un riff master come ce ne sono pochi… l’unico punto che a qualche fan può restare sul groppone è la mancanza, causata dai noti problemi al tunnel carpale, di un batterista riconoscibile come Charlie Benante. A farne le veci al solito il comunque bravo John Dette.

Inutile soffermarsi troppo sulla scaletta, visto che tutti sappiamo bene che la prima parte del concerto è incentrata sulla riproposizione al completo della tracklist di “Among The Living”, ma in ogni caso riuscire ad ascoltare una dopo l’altra tutte queste perle trasmette un’emozione che tra le file dei presenti è davvero palpabile. Si osservano così spettatori certo non più ragazzini esaltarsi come adolescenti e anche la band sul palco ci regala qualche sprazzo di quella dinamicità che una volta li faceva apparire come dei tarantolati (ad esempio la corsa in giro per lo stage di “Indians”).

Molto buona la parte solista affidata al nuovo chitarrista Jonathan Donais, sicuramente un acquisto di livello per la line-up attuale, mentre qualche piccolo problema di suono lascia un po’ troppo in sottofondo il basso di Frank Bello, che comunque, al solito, non lesina certo sudore ed energia positiva.

Dopo un’ora circa di esibizione tirata allo spasimo e con pochissime pausa si arriva alla conclusiva “Imitation Of Life”, ma la pausa, anche fisica, oltre che emotiva, che ne consegue serve solo a riprendere al fiato per una seconda parte del concerto che promette ancora molte brividi.

In questo caso però secondo noi la band commette un piccolo errore nella scelta delle canzoni da inserire in scaletta, visto che incastrare brani come “Breathing Lightning” o “Blood Eagle Wings”, di per sé eccellenti, in una sequenza che vede la sola (e certamente più classica nello stile) “Fight’Em ‘Til You Can’t” come brano recente e poi altri vecchi classici come “Madhouse” o “Be All, End All”, ci pare deviare in modo troppo marcato dal binario su cui la serata si era indirizzata.

Appare quasi ovvio che canzoni così diverse e, oggettivamente, meno note alla maggioranza del pubblico presente, non riescano a trascinare allo stesso modo di altre che sono più in tema con lo spirito old school e che ogni singolo spettatore può cantare parola per parola. Forse per questa volta si poteva cedere al compromesso e tagliar dritto su qualche altro classico live come “Got The Time” o scegliere almeno brani nuovi con un vibe più consono al resto della scaletta.

Detto ciò, non c’è nulla da recriminare sulla prestazione del gruppo, che rimane di altissimo livello e che ci trasporta in modo perfetto alla conclusione, scontata, affidata ad “Antisocial”... il tutto ancora una volta senza soluzione di continuità, con la band che a fine concerto si ferma sul palco per qualche minuto per ringraziare i presenti e promettere nuove discese sul nostro territorio (la prima sarà già in questo giugno all’Alpen Flair, in provincia di Bolzano. E visto il livello della proposta, non vediamo l’ora di riaverli tra noi!

THE RAVEN AGE


ANTHRAX

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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