Annihilator + Nevermore + Soilwork: Live Report della data di Pavia

Pavia, 20.3 Era presente addirittura 5/6 dello staff di Metallus.it per assistere al concerto di questa sera, per vedere all’opera, soprattutto, la band che è stata votata da mezz’Italia metallara come il gruppo dell’anno: i Nevermore; ma procediamo con un po’ d’ordine. Causa usuali code per entrare, l’esibizione dei Rawhead Rexx mi sfugge per gran parte e sinceramente per quei pezzi che ho avuto la fortuna di sentire non penso di essermi perso granché: metal quadrato e piatto di stampo americano, con qualche infamia e senza lode alcuna. Qualcuno applaude tanti no, si passa oltre. Primo bocconcino della serata sono un’altra piccola rivelazione d’inizio anno, i Soilwork. Ho ancora lo speck che mi circola per la bocca quando iniziano e noto immediatamente la mancanza del tastierista che, a detta dello stesso cantante, è stato silurato più o meno amichevolmente all’inizio dei tour; ma onestamente in concerto dubito che la sua presenza avrebbe spostato la bilancia in favore del gruppo. Sei pezzi, di cui tre dall’ultimo entusiasmante ‘A Predator’s Portrait’, sono quanto gli svedesi ci hanno proposto. Precisi e potenti, malefici, con solo un po’ più di esperienza d’accumulare a livello di presenza sul palco, ma il resto è notevole, nonostante un suono sì buono, ma tutt’altro che eccelso. I pezzi colpiscono duro, nelle fusione tra melodie e potenza e i quaranta minuti a loro disposizione volano via che è un piacere. Il pubblico è dalla loro, le mani sono alte e il risultato è centrato appieno. Ottimi e precisi, esame superato. Ma il massacro è ancora da venire. I Nevermore signori e signore. La maschera bianca indossata da Warrel Dane nelle battute iniziali inquieta, grazie all’effetto di luci che lo fanno apparire malvagio e subdolo e la musica segue di conseguenza: ‘Narcosynthesis’, ‘We Disintegrate’, ‘Inside Four Walls’, ‘The Death Of Passion’ e ‘The Heart’s Collector’ sono le prime cinque canzoni sparate lì come se nulla fosse. Giganteschi. Il carisma è infinito, con un Warrel Dane che dialoga col pubblico, stringe mani, addirittura fa stage-diving e accetta di buon grado le intrusioni sul palco. Tutti sono assolutamente perfetti, di una precisione eccellente e sinceramente emozionanti. Dane canta come su disco, con la differenza che qui puoi vederlo dimenarsi e interpretare i pezzi con ogni centimetro del suo corpo; Loomis conferma e stupisce per pulizia praticamente tutti i presenti; la ritmica è quella che si sente in studio: perfetta. Le restanti canzoni sono, in ordine sparso: ‘Next In Line’, ‘Beyond Within’, ‘The Seven Toungues Of God’, ‘Believe In Nothing’, ‘The River Dragon Has Come’, ‘The Sound Of Silence’ e ‘Dead Heart In A Dead World’. Il commento forse non molto raffinato, ma estremamente rappresentativo di tutti noi è stato: “minchia…”. Assoluti, uno spavento e un paio di spanne sopra quasi tutti. Dopo la straordinaria prestazione dei Nevermore è naturale che qualcuno si sia sentito già soddisfatto, ma non è certo piacevole vedere una parte della gente abbandonare il locale senza attendere l’esibizione degli Annihilator. Soprattutto perché chi non è rimasto si è colpevolmente privato della gioia di un grande concerto, come si dice “Chi è causa del suo danno…”. Ovviamente stiamo parlando di un concerto catapultato nel presente a causa di un’anomalia spazio-temporale, ma in realtà svoltosi in qualche locale fumoso intorno al 1988. Non sto scherzando: l’aria che si respira è esattamente la stessa. A cominciare dalle scelte dei suoni, passando poi all’approccio muscolare dei musicisti, impegnati in salti e smorfie come non mi capitava di vedere da anni. Atteggiamenti che possono far sorridere, ma che invogliano a non prendersi troppo sul serio ed in fondo la chiave del divertimento è anche in questa. Se infatti davanti ai Nevermore siamo tutti rimasti impietriti in adorazione, con gli Annihilator la musica cambia, in tutti i sensi: fin dall’iniziale ‘Denied’ molti si lasciano coinvolgere dall’atmosfera, lanciandosi senza ritegno nel pogo delle prime file. Figurarsi poi quando arrivano pezzi come ‘Welcome To Your Death’ o ‘Set The World On Fire’, l’entusiasmo dei fedelissimi del thrash diventa palpabile, d’altronde non capita tutti i gironi di ammirare una macchina macina riff come Jeff Waters. C’è da aggiungere che il chitarrista canadese gode anche del sostegno di una band preparata e soprattutto dotata di una verve che spesso fa difetto a molti colleghi notevolmente più giovani. Davanti a gente così non si rischia nemmeno per un attimo di annoiarsi: i brani si succedono con rapidità frenetica, la band saltella agilmente dal materiale più recente ai vecchi classici senza tralasciare nessuna delle sue uscite discografiche. A dire il vero avrei preferito un paio di pezzi in più da ‘Never Neverland’ piuttosto che brani forse un po’ meno rappresentativi come ‘Refresh The Demon’ o ‘Time Bomb’, ma alla fine me ne frego bellamente e salto anch’io nella mischia senza pensarci troppo su. Resta da sottolineare l’ottima prestazione di Joe Comeau, indubbiamente il miglior cantante mai avuto dagli Annihilator, nonché la altrettanto buona resa dei pezzi più recenti nella dimensione live. Mi dispiace solo che i ritardi accumulati abbiano obbligato il gruppo a concludere la serata senza proporre i bis previsti (che per la cronaca avrebbero dovuto essere ‘The Fun Palace’ e ‘Back To The Palace’), ma devo ammettere che un po’ stanchi lo eravamo tutti. Si conclude qui una serata molto importante, forse più di quello che può sembrare ad un’occhiata superficiale. Se ci pensate Nevermore e Soilwork sono il presente e il futuro della musica che picchia con intelligenza, mentre gli Annihilator, pur con i loro atteggiamenti demodé e il loro techno-thrash vecchio stampo, servono a ricordarci che il metallo intelligente non è un’invenzione di oggi, ma ha radici molto profonde, e questo indipendentemente da quello che cercano di far credere opinionisti dalle idee un po’ confuse. Zani

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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