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Anathema: Live report della data di Milano

E siamo arrivati alla mia decima presenza sotto un palco di fronte agli Anathema, band che negli anni ho visto evolvere (insieme all’eterogeneo stuolo di follower sempre in aumento) da doom metal band a raffinati esecutori di un prog rock velato di alternative, elettronica e afflato pop che non ha rivali consistenti al giorno d’oggi.

Reduci da quel “The Optimist” che sta raccogliendo pareri lusinghieri in tutta Europa e che li ha condotti alla vittoria del prestigioso Progressive Music Award (categoria Album dell’Anno) nella natia Inghilterra, i fratelli Cavanagh si concedono l’immancabile tappa italiana e come sempre ne escono vincitori.

A scaldare e non poco la platea dell’Alcatraz, ci hanno pensato gli Alcest che nonostante la vena malinconica che ammanta il loro black metal evoluto (ormai a tratti post rock/shoegaze) in versione live band, guadagnano in potenza e trasporto avvicinandosi a proposte come quelle di Katatonia e Opeth di qualche anno fa. Neige sembra decisamente colpito dall’entusiasmo del pubblico milanese e continua a ringraziare sincero tra un pezzo e l’altro tra i quali segnaliamo “Oiseaux De Proie”, “Autre Temps” e l’ipnotica ma al contempo epica “Percées De Lumière”; davvero un gustoso antipasto in attesa della portata principale.

L’ostinato giro di piano di “San Francisco” accompagna l’ingresso sul palco dell’Alcatraz gli Anathema che per non fare prigionieri si lanciano subito nell’esecuzione di “Untouchable Part 1 & 2” creando i presupposti di un grande show; e quello di questa sera sarà un “ottimo concerto” anche se forse non l’eccellenza di cui ci hanno abituati i musicisti di Liverpool.

Le ragioni principali per questa mia affermazione sono due: la serata no di Danny Cavanagh che, fronte ad una maestria strumentale (chitarra e piano) ormai consolidata, deve fare sempre i conti con un carattere irascibile e lunatico… e a farne le spese sono stati durante i primi pezzi gli incolpevoli fotografi del pit che il nostro ha liquidato con gesti non propriamente signorili salvo poi tramutarsi in un tenero Mr. Hyde quando ha svelato la presenza in sala della figlia. L’altra ragione è stata la non meglio precisata assenza di John Douglas, che, se poco toglie alla resa dei pezzi (tutti infatti sono polistrumentisti preparati) ci è parsa un po’ straniante e passata sottotraccia.

Chiaramente quando diciamo che la serata non è stata il loro “top” stiamo parlando di questioni di lana caprina perché quando si ha a disposizione un songbook di questa levatura e interpreti del calibro di Vincent Cavanagh e Lee Douglas ovviamente ci troviamo a livelli ben oltre la media; le nuove “Endless Ways” e “The Optimist” confermano la percezione positiva avuta durante l’ascolto del nuovo album anche se gli Anathema riescono sul palco a trasmettere un energia ed un coinvolgimento che annichiliscono le versioni da studio.

Immancabile la riproposizione di “Ariel” (nome della figlia di cui sopra), la non prevista “Deep” (e qui è chiaramente apprezzabile l’improvvisazione) e il magico crescendo di “Lightning Song”; Lee Douglas è davvero in stato di grazia, sembra notevolmente migliorata negli ultimi anni e può guardare negli occhi quel vero e proprio asso che è Vincent (ad oggi uno dei migliori cantanti in circolazione nell’universo rock). Il nostro si cimenta peraltro in un bel duello percussivo con Daniel Cardoso su “Distant Satellites” prima che la lunga “Back To The Start”, l’intima “The Exorcist” tratta dall’esordio solista di Danny Cavanagh “Monochrome” e l’immancabile “Fragile Dreams” (introdotta dal “giro” di “Shine On You Crazy Diamond”) concludano due ore abbondanti di concerto in un entusiasmo generale straniante per un lunedì sera.

Alla prossima…

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