Amorphis: Foto e Live report della data di Milano

Terza fermata nel nostro paese per la turné che vede protagonisti i finlandesi Amorphis, supportati per l’occasione dai melodic-death metallers Textures e da quelli che per noi sono degli illustri sconosciuti, ovvero i Poem. Arrivando al Fabrique per le 19,40 non riusciamo a vedere questi ultimi, ma ci godiamo l’esibizione dei bravi Textures. La band mostra tutta la propria poliedrica qualità, spostando spesso il baricentro della propria musica dal lato più tecnico e aggressivo, a quello più marcatamente melodico. Un equilibrio che di certo non è facile da riprodurre in sede live; ed infatti qualche difficoltà nella resa complessiva del suono rende in alcuni momenti difficile godere della complessa struttura delle canzoni, rendendo l’insieme non facilmente assimilabile. Nonostante questo piccolo limite la band mette in luce una buonissima preparazione e un bell’entusiasmo, riuscendo ad accattivarsi le simpatie di un pubblico che ci pare fosse in gran parte sul posto per vedere gli headliner. Unico neo, avremmo preferito qualche canzone in più tratta dal penultimo “Dualism”, che a nostro gusto rimane il miglior disco prodotto dal gruppo olandese. Come logico lo show si è invece per la maggior parte concentrato su canzoni tratte dall’ultimo “Phenotype”. In ogni caso promossi a pieni voti per la qualità strumentale.

POEM

TEXTURES

 

 

 

Dopo un cambio palco piuttosto lungo arrivano gli Amorphis e la sala raggiunge una presenza di pubblico finalmente sufficiente, a conferma di come molti non avessero in effetti preso troppo in considerazione l’esibizione delle band precedenti. Come prevedibile anche in questo caso a farla da padrone in scaletta sarà l’ultimo album, non solo con ben tre canzoni messe ad apertura di concerto come “Under The Red Cloud”, “Sacrifice” e “Bad Blood”, ma anche con una complessiva presenza di sei pezzi sui sedici proposti. L’impatto con le nuove song è davvero buono e, anche se ormai si fatica a trovare un barlume di evoluzione sonora nello stile del gruppo, rimane incontestabile l’abilità degli Amorphis nel trovare sempre una qualche soluzione seducente per rendere piacevoli i brani.

Molte delle canzoni vengono pescate dalle ultime uscite, fattore che contribuisce a creare una certa uniformità stilistica, che viene però ben superata dalla carismatica presenza scenica di Tomi Joutsen, perfettamente in grado di mantenere alta la tensione dello show. A dire il vero è però l’unico dei membri della band a tenere con grande maestria il palco, visto che sia Esa Holopainen che Tomi Koivusaari non sono certo degli istrioni (ma questo lo si sapeva con largo anticipo, bisogna ammetterlo).

A far la differenza sono però le belle canzoni e una band come gli Amorphis da questo punto di vista ha pur sempre l’imbarazzo della scelta. Di certo si sente fortemente il distacco tra i pezzi post “Eclipse” e le vecchie composizioni, ma per chi è cresciuto con la loro musica brani come “My Kantele” e “On Rich And Poor” rimangono favolose e, fortunatamente, irrinunciabili. E bisogna dire che anche in questo caso il signor Joutsen dimostra di sapersela cavare ottimamente, passando con disinvoltura per tutto il concerto dal growling al cantato pulito. Un peccato solo non aver potuto ascoltare nessun brano da album comunque storici come “Tuonela” o “Am Universum”, ma con ormai così tante uscite con una formazione stabile è normale che il gruppo preferisca concentrarsi sul repertorio più recente.

Dopo circa un’ora e un quarto la band saluta, terminando questa prima parte con la bella “Hopeless Days”, ma tornando prontamente sul palco per concludere la serata con un trittico finale che si conclude con la hit “The Smoke”, questa non cantata proprio perfettamente da Joutsen, ma pur sempre uno dei brani più rappresentativi della carriera della band. Un bel concerto, di quelli che scorrono con tanta velocità che si vorrebbe veder ricominciare appena finito.

AMORPHIS

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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