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Alter Bridge: Live Report e foto della data di Roma

Una bolgia. Non uno, ma due gironi infernali uno infilato dentro l’altro. Con ripieno a 39° celsius. Acustica “problematica” e forse location piccola rispetto alla caratura degli headliner. Tirate fuori tutti i dubbi e le contrarietà possibili ed immaginabili. Dite quello che vi pare,  ma non venite a dirmi che quello di mercoledì 5 luglio sia stato un brutto concerto degli Alter Bridge.

Anzi, con molta probabilità è stato anche uno dei più intensi, sudati (Dio sa solo quanto) e divertenti mai proposti dalla band su suolo italico. Non entro nel merito dello spostamento dall’ippodromo delle Capannelle all’Orion di Ciampino, perché non mi importa più di tanto scoprire i “perché” di questo ribaltone. Scarsa prevendita? Motivi di sicurezza? Organizzazione problematica? Non lo so, non lo voglio sapere e mai probabilmente me ne fregherà qualcosa. L’unica cosa importante della serata è stata la musica. Blues Pills prima ed Alter Bridge poi.

L’ordine delle cose è importante, converrete con me. E quindi sia ordine con un balzo indietro di 50 anni in piena “summer of love”. O qualcosa di simile.

Svezia. E già lì seguendo l’esperienza di una terra che ha fatto di pane, death metal e hard rock melodico la dieta quotidiana ecco che arriva il contropiede. Immaginatevi una band persa nel tempo, che sembra essere spuntata da una DeLorean armata di strumenti ed attitudine sixties: ecco i Blues Pills. Nomen omen, fanno del blues vigoroso e dai tratti psichedelici la loro medaglia da appuntare sul petto. Dinamici, piglio sicuro ma una serata dai discreti suoni per la band e pessimi per quelli di Elin Larsson. La Grace Slick svedese è stata per tutto il set massacrata da suoni al limite del cacofonico. Dei versi da lai cantati poco si capiva, ma poco male perché la fisicità di Elin è stata davvero uno spettacolo nello spettacolo. Una furia nel correre da una parta all’altra del piccolo palco.

Ma dalla loro prestazione si comprende purtroppo poco, si intuiscono “Lady In Gold”, “Black Smoke” e “Somebody To Love”. Problemi anche per Dorian Sorriaux, con il suono della sua chitarra che si perde tra i cavi e che non ne vuole sapere di essere trasmesso dagli amplificatori. Risolto il problema (proprio in coda all’esibizione), la band ha chiuso uno spettacolo fisico apprezzato ed apprezzabile. Da risentire in condizioni più favorevoli.

Alter Bridge. Pre-show. Caldo. Demoniaco. Insopportabile. Devastante. A peggiorare il tutto l’attesa che diventa bruciante (ooops…) quando si spengono le luci e si iniziano a vedere i primi movimenti sospetti nei pressi del palco. Le luci della crew non mentono, i 4 americani sono davvero ad un passo dai loro strumenti.

E quel passo arriva davvero, perché la band decolla subito con “Come To Life”, “The Writing On The Wall” e “Addicted To Pain”. Nessuna pausa, nessun momento per prendere fiato. Un tutto letterale nel repertorio di una band che può permettersi di scegliere cosa portare sul palco dell’Orion. Applausi – e soddisfazione del sottoscritto – quando parte “Ghost Of Days Gone By”, cantata a squarciagola da tutto il pubblico.  Il piccolo (ma non troppo intendiamoci) Orion è un vero e proprio catino che ribolle di energia ad ogni nota urlata dagli amplificatori della band americana. Uno scambio di passione alla pari tra band e pubblico, un rapporto fisico che vince i timori di un live “spogliato” dagli orpelli di una scenografia completa.

E poi “Cry Of Achilles”, che fa crescere ancora di più l’urlo della folla, che raggiunge il suo picco quando Myles intona la prime note di “My Champion”. Una delle canzoni simbolo dell’ultimo album “The Last Hero”, uno dei gioielli di una collezioni di canzoni che rendono grande una carriera. Ma la tensione non si allenta, anzi, se possibile aumenta con “Ties That Bind”, “Crows On a Wire” (dal vivo probabilmente una delle più convincenti di tutto il lotto del nuovo album, merito anche di un chorus che difficilmente si dimentica) e “Water Rising” dove il buon Mark Tremonti diventa protagonista anche con il microfono.

Piccolo momento di pausa con l’obbligatoria “Watch Over You”, eseguita dal solo Myles Kennedy con chitarra acustica e voce. E che voce. Con più di metà concerto passato, le prime analisi sono d’obbligo e quello che emerge è la prestazione decisamente positiva della band. Concreti, potenti in poche parole animali da palco. Da applausi anche l’interazione – continua – con un pubblico che cercava di sfiorare i propri idoli e raccogliere la quantità industriale di plettri lanciati da Mark, Myles e Brian. E non dimentichiamo il lavoro dietro le pelli di Scott Phillips, preciso, tecnico e potente. Si vola verso la fine ed i ritmi ritornano a salire, prima “Isolation” e “Blackbird” (con l’ormai consolidata intro di Myles a raccontare l’ispirazione beatlesiana) introducono le ultime note della prima parte del set.

Si ritorna al passato, si ritorna a “One Day Remains” con “Open Your Eyes” e “Metalingus”. Il legame profondo della band con la sua storia, con la sua prima scintilla di notorietà e con il primo grande “innamoramento” dei fan. 10 minuti circa di storia, 10 minuti di emozioni che hanno scosso la spina dorsale dei presenti. Piccola pausa – spezzata dal coro “Alter Bridge Alter Bridge” urlando da un pubblico che non ne aveva di certo abbastanza – ed ecco che i 4 americani tornano sul palco. Un paio di canzoni ancora, un pugno di minuti prima del saluto. “Show Me A Leader” e “Rise Today” (nel mezzo un duello tra Myles e Mark probabilmente motivato da alcuni problemi tecnici di Brian, prontamente risolti, ma che con molta probabilità hanno portato al taglio di una canzone) chiudono uno spettacolo unico, dove la distanza si è ridotta ad un respiro.

Un concerto da incorniciare per le concretezza di una band che ha saputo far divertire i fan divertendosi sul palco. Personalmente il concerto più appassionante degli Alter Bridge visto in 10 anni di live in giro per lo stivale. Applausi e tutti a casa. Almeno fino alla prossima occasione.

 

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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