Agalloch + Fen: Live report della data di Romagnano Sesia (NO)

Testo: Alekos Capelli
Foto: Matteo Donzelli

Seconda tappa italiana del Lucifer over Europe tour, atteso appuntamento live con gli Agalloch, da anni una delle più sorprendenti e appassionanti realtà del panorama post-black mondiale. Accompagnati dagli altrettanto validi Fen, i quattro di Portland arrivano alla Rock N Roll Arena di Romagnano sulla scorta di un’ottima sequenza di date, che testimoniano l’entusiasmo e la profondità di dedizione dei loro fan.

Il concerto dei Fen inizia puntuale verso le 21, coi tre ragazzi inglesi impegnati a condensare in un’ora scarsa quanto più materiale della loro notevole discografia. La partenza è affidata alle delicate note delle bellissima “Hands Of Dust”, brano dell’ultimo album, “Dustwalker”, ideale testa di ponte fra le loro composizioni più violente e il lato maggiormente contemplativo. Il frontman Frank gestisce al meglio la considerevole mole sonora chitarristica e il microfono, fra laceranti screaming vocals e parentesi clean. La setlist prosengue quindi con “As Buried Spirits Stir” (da “The Malediction Fields”, 2009), nella quale emerge sempre più l’imponente lavoro di batteria del nuovo innesto Derwydd, tanto flemmatico fuori dal palco quanto scatenato e chirurgico con le bacchette in mano.

“Of Wilderness And Ruin” ci riporta alle malinconiche melodie del precedente “Epoch”, mentre “Consequence”, opener dell’ultimo album, riscatta alla grande il lato più aggressivo dei Fen, attraverso una colata di violento black che poi prosegue con la conclusiva “Exile’s Journey”, chiudendo un cerchio tematico e una performance impeccabili ed esaltanti. Una splendida conferma live.

Giusto il tempo per un rapido cambio tecnico che il locale si riempie, sia di pubblico che d’atmosfera, e, coi profumi degli incensi bruciati da John Haughm direttamente a bordo palco, i feedback di “Limbs” (“Ashes Against The Grain”) avvolgono la platea. Il rituale degli Agalloch è iniziato, e Walton, Dekker ed Anderson raggiungono il frontman sullo stage, innalzando un muro di suono organico e ben rifinito. Com’è giusto che sia l’interpretazione live fa virare le composizioni del quartetto verso un maggiore impatto, e in questo senso ogni singola battuta è dotata di considerevole potenziale drammatico. L’effettata intro della successiva “Ghosts Of The Midwinter Fires” dimostra però che la cura per gli arrangiamenti e la rifinitura dei suoni è sempre un aspetto centrale nel sound della band, concentrata e coesa, sia nella mistica ieraticità di Haughm che nella partecipazione fisica di Anderson, quasi posseduto dalle sue Gibson.

Dopo una sempre emozionante “Falling Snow” è la volta dell’imponente (in ogni senso) “Faustian Echoes”, vera e propria suite nella quale gli Agalloch sfoderano (anche) il loro lato più violento e aggressivo, attraverso riffing e pattern di batteria tipicamente black. Dall’ultima pubblicazione dei nostri si passa direttamente alle primissime cose, ovvero “The Melancholy Spirit”, “Hallways Of Enchanted Ebony” e “Dead Winter Days” (dal primo storico Lp “Pale Folklore”, 1999), mentre da “The Mantle” vengono estratte “You Were But A Ghost In My Arms” e l’epico, immancabile anthem “In The Shadow Of Our Pale Companion”, cantato in coro da tutti i presenti. Inutile cercare aggettivi adatti a descrivere l’atmosfera che la band è in grado di creare e materializzare, e che il pubblico vive con un misto di trasporto fisico e raccoglimento interiore.

Come dichiarato anticipatamente il concerto supera tranquillamente le due ore di durata, ma i nostri dimostrano non sentire minimamente la stanchezza, sopratutto Walton che, sul lato sinistro del palco, assieme al suo Alembic, sembra poter andare avanti a suonare in eterno. Ma c’è ancora spazio per l’ormai tradizionale cover “Kneel To The Cross”, dei padri spirituali (in tutti i sensi) Sol Invictus, e dei due bis, “Our Fortress Is Burning”, “Bloodbirds”, suonate senza soluzione di continuità, così come su disco.

Gli Agalloch si accomiatano dal palco così come sono entrati, attraverso un saturo muro di feedback, lasciato nelle mani del solo Haughm (che per altro si è dimostrato anche un chitarrista di prima classe, con le sue Travis Bean), in un crescendo di tensione drammatica che culmina nell’attimo catartico dell’improvviso silenzio assoluto. Poi solo gli applausi, per una band che, ancora una volta, ha trasportato il proprio pubblico in un’altra dimensione, musicale, mentale, spirituale. Immensi.

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