Acciaio Italiano Winter Edition: Live Report del festival

Dopo una prima edizione, lo scorso anno, messa a rischio dalle avverse condizioni climatiche, si prova a fare un altro tentativo e questa volta va meglio. Il festival Acciaio Italiano si trasforma e crea una versione invernale del festival, tradizionalmente organizzato a fine maggio, che questa volta è ospitato dal circolo Borderline, alla periferia di Modena. Sono sei le band rigorosamente italiane ad esibirsi nel corso della serata, di fronte ad un pubblico attento e decisamente esperto conoscitore della realtà metal nazionale. Certo, la prima considerazione da fare, a fronte, ribadiamo, di un’organizzazione ineccepibile e di un bilancio sostanzialmente positivo, è che da tempo ormai i frequentatori di questo tipo di festival sono grossomodo sempre gli stessi. In una parola, c’è poco ricambio generazionale e il metal italiano sembra ancora essere un genere tristemente di nicchia.

Ci scusiamo innanzitutto con i Darking, a cui spetta il compito di aprire il festival, e che non abbiamo potuto vedere in azione (è comunque online un’interessante recensione dell’album “Steal The Fire”). Si rivela molto interessante, invece, la performance dei Rod Sacred, un nome storico per il panorama heavy metal italiano, non solo per la storia alle spalle, ma anche perché si tratta di una delle poche band provenienti dalla Sardegna e sopravvissute alle avversità del tempo (fra cui la morte di uno dei chitarristi dei primi anni). Della formazione originale è rimasta la sezione ritmica, ma a dispetto dell’età anagrafica i Rod Sacred sprigionano una grande energia durante tutto il tempo a loro disposizione, con una decina di brani di un heavy metal vagamente maideniano, fresco e originale, piacevole da ascoltare per tutta la durata dell’esibizione.

 

Restiamo sul versante dell’heavy metal classico anche con i Gunfire, metallici al punto giusto e attesi, a quanto sembra, da una buona fetta dei presenti, che si dimostrano molto preparati e intonano con trasporto la maggior parte dei brani, fin dal pezzo di apertura, la coinvolgente “War Extreme”. I brani sono sorretti in modo egregio dalla voce di Roberto ‘Drake’ Borrelli, personaggio carismatico, oltre che unico membro originale rimasto nella formazione, e da un buon lavoro da parte delle due chitarre.

Un deciso cambio di sound avviene con la salita sul palco degli Epitaph, storica doom metal band veronese, con le loro atmosfere più cupe e rallentate (ma mai all’eccesso, rispetto al genere), condotte sul palco dall’istrionismo del cantante Emiliano Cioffi, dal sound compatto ma dinamico della sezione ritmica dei membri storici Nicola Murari e Mauro Tollini e dal guitar playng preciso e a servizio del sound generale di Lorenzo Loatelli. Oltre a buona parte del loro recente lavoro, “Crawling Out Of The Crypt”, è da segnalare l’esecuzione di un medley di brani dei Black Hole, la leggendaria doom band in cui Murari e Tollini militarono a metà anni ’80.


I Fil Di Ferro sembrano essere una delle band più attese della serata; non a caso, dato che il gruppo torinese, oltre ad una nutrita schiera di fan con giubbotti personalizzati, vanta un’attività più che trentennale, equiparabile a quella di pochi altri gruppi in Italia. Il quartetto ripaga le aspettative con un’esibizione lunghissima, interessante soprattutto per la grande differenza di atmosfere, look e tenuta di palco che li caratterizza rispetto alle band precedenti (e rispetto agli IN.SI.DIA. che verranno a seguire); se c’è una cosa che si può dire dei festival del circuito di Acciaio Italiano è proprio questa grande versatilità, questa capacità di saper esplorare a tutto tondo le realtà presenti, passate e future di tutto quello che ruota attorno al metal italiano, intenso nel senso più ampio del termine.

Formazione a quattro, nessuna scenografia, solo chitarre sparate in faccia e voci rauche ad urlare i testi in italiano che da sempre li caratterizzano. È questa l’immagine conclusiva del festival, che sintetizza nel modo più semplice l’esibizione ruggente degli IN.SI.DIA., che nei primi anni ’90 furono noti anche ad un pubblico più commerciale dato che i primissimi lavori vennero prodotti da Omar Pedrini, allora sulla cresta dell’onda in quanto chitarrista dei Timoria. Brani come Nulla Cambia”, “Parla Parla”, “Oltre Quel Muro” e “Tutto E’ Detto”, tanto per citare alcuni dei titoli che hanno affollato la performance, mantengono inalterato il loro messaggio diretto, di una protesta sanguigna che corre trasversale e non si cura degli anni che passano. Nell’arco di una sera siamo passati quindi dagli abissi del doom alla rabbia del thrash metal sotto forma di protesta, con ampi intermezzi classici, per un’orgia di emozioni di tutto rispetto. Ci rivediamo a maggio per l’edizione “ufficiale” del festival; per ora si sa che durerà un giorno ma che ci saranno due palchi. Ottimo inizio.

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