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Acciaio Italiano 5: Live Report del festival

Appuntamento ormai consolidato, il festival Acciaio Italiano torna nella sua versione “estiva” per il quinto anno consecutivo e per il secondo nella location del Pala Bam di Mantova. Per la prima volta l’organizzazione ha scelto di fissare un biglietto di ingresso, a prezzo comunque decisamente politico, e di tornare alla consuetudine di un giorno solo di festival (lo scorso anno si era tentata la strada delle due giornate). La novità riguarda anche l’aggiunta di un secondo palco oltre a quello principale, sul quale si esibiscono una serie di band, per così dire, minori del panorama metal italiano, intrattenendo i presenti nei momenti dei cambi palco sullo stage principale. In questo modo il festival ha potuto dare spazio a una quantità decisamente maggiore di voci e generi di vario tipo, e ha consentito di eliminare quasi del tutto i tempi morti fra un’esibizione e l’altra.

Palco principale

 I primi ad esibirsi sul palco principale, iniziando poco dopo le quattro del pomeriggio, sono i trentini Sign Of The Jackal, autori di una buona prova, che ha attirato subito l’attenzione dei presenti e che è stata composta da una serie di brani originali del repertorio della band, a cui si è aggiunta anche la cover di “Evil” dei Mercyful Fate.

Il festival è appena iniziato e già ci troviamo di fronte a una delle realtà più interessanti di tutto il bill. I Witchwood, usciti da poco con il loro disco d’esordio, nascono dal nucleo originale dei Buttered Beacon Biscuits e propongono un hard rock anni 70 con punte progressive e psichedeliche. I musicisti suonano in modo impeccabile e alternano a loro volta estratti dal loro debut album a un medley di grandi classici, tra cui spiccano “Gipsy” degli Uriah Heep e il riff portante di “In-A-Gadda-Vida” degli Iron Butterfly. Eccezionali.

Già esibitisi nel corso dell’ultima edizione invernale di Acciaio Italiano, i Gunfire confermano l’impressione già avuta in precedenza, quella cioè di un gruppo storico, rodato, coeso, guidato alla grande dalla carismatica presenza del cantante Roberto Borrelli.

Le ore del pomeriggio avanzano e ci si avvicina alla sequenza di gruppi con le sonorità più pesanti. Con Il Segno Del Comando si torna però ad un rallentamento nei ritmi e ad una maggiore complessità nella struttura dei brani, con un cantato quasi lirico e lunghe parti strumentali, complesse e non sempre semplici da seguire, per una delle band con il repertorio più “anomalo” in programma nell’ambito del festival.

Feroci, caotici e arrabbiati. Non potrebbe essere altrimenti per i Distruzione, storica band thrash metal emiliana che, con oltre vent’anni di carriera alle spalle non sembrano ancora stanchi di scatenare il pubblico presente grazie a vecchie glorie come “Olocausto Cerebrale”.

L’atmosfera si mantiene simile, anche se leggermente più distesa e un po’ più ironica, con l’arrivo di un’altra band storica, gli IN.SI.DIA.,  che affrontano con il sorriso il classico imprevisto del guasto al furgone sulla strada per raggiungere il festival. Meno violenti dei Distruzione nell’esecuzione dei pezzi, gli IN.SI.DIA. sfoderano a loro volta un repertorio basato su brani come la nota “Parla Parla”, ma lo fanno in modo più organizzato e un po’ meno confuso.

Gianni Nepi dei Dark Quarterer dichiara al microfono i suoi 62 anni e sbatte in faccia ai presenti, insieme agli altri componenti della band toscana, ancora una volta un’esibizione da manuale, perfetta, precisa, composta da un muro sonoro che dà il giusto spazio sia alle parti strumentali che a quelle cantate. Appena usciti a loro volta con un nuovo album, intitolato “Ithaca”, i Dark Quarterer non sbagliano un colpo e continuano la saga della loro eterna giovinezza.

Ultimi a salire sul palco principale, e quindi ultimi in assoluto, sono i Domine, una di quelle band che è sempre una garanzia vedere dal vivo, anche se non hanno nuovi album da promuovere. Di fronte a un personaggio come Morby, cantante precisissimo, frontman di gran classe, intrattenitore e condottiero di un’armata fedele, l’ammirazione deve essere il sentimento predominante. Brani come la lunga “Aquilonia Suite” o “Ride Of The Valkyries” o la conclusiva “Defenders” non risentono minimamente del passare degli anni e vengono accolti con grande partecipazione dai presenti.

Palco B

I veronesi Carillon hanno il compito di aprire il festival, in quanto prima band a passare sul palco secondario. Guidati dalla voce di Patty Simon, il quartetto propone un hard rock cantato in italiano abbastanza valido dal punto di vista musicale, che però ha ancora diversi margini di miglioramento sul fronte della composizione.

Tocca poi ai Machine Gun Kelly, band ligure nata nel 2000 dedita ad un heavy rock and roll grezzo, dinamico ma a volte privo di inventiva. Si percepisce chiaramente come i musicisti le tentino tutte per realizzare una performance degna di nota, ma il risultato è un po’ altalenante.

Il palco B riserve molto spazio ad alcune realtà thrash metal. Si comincia quindi con i ferraresi Demolition Saint, che sono i primi a scatenare un certo movimento sotto palco e mostrano da subito le loro solide influenze radicate negli anni 80.

Discorso analogo per i corregionali Explorer, che fra bestemmie e pogo intrattengono con il loro thrash rovinato e selvatico.

Il ritmo torna a rallentare leggermente con gli Ibridoma, che hanno una storia abbastanza lunga alle spalle ma purtroppo risentono questa volta dell’assenza di un chitarrista. È probabilmente per questo motivo che la loro esibizione sembra un po’ “mutilata” e priva di mordente; sicuramente si tratta di una problematica temporanea, che non cancella minimamente la storia che la band marchigiana ha alle spalle.

Avevamo già avuto occasione di vedere dal vivo i giovani Blindeath, e anche in questa occasione confermiamo l’impressione già riportata, quella cioè di un gruppo giovane ma amante del passato (anche per loro si parla infatti di thrash metal vecchio stile), ottimi a livello tecnico (citiamo nuovamente il lavoro impeccabile svolto dalla chitarra solista) e sicuramente degni di nota per il genere che propongono.

Molto interessante anche la prova dei Graal, band romana guidata da un personaggio carismatico come il cantante Andrea Ciccomartino. Il loro hard rock con sfumature prog è uno di quelli che non stancano mai a dispetto degli anni che passano, e nonostante la stanchezza inizi a farsi sentire, i presenti seguono con grande interesse anche questa ottima esibizione.

Il palco B chiude le danze con un’altra band veronese, i Dark Ages, che hanno tempo a disposizione per appena tre brani, che diventano una sintesi dei due concept album “Teumann”, già portati in giro con successo e da cui è nato anche uno spettacolo teatrale. Prog metal ricco di influenze e difficile da inquadrare in un genere preciso, i Dark Ages sfoderano tutta la grinta di cui sono forniti e regalano una prestazione da manuale.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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