Acciaio Italiano 4: live report del Day 1

Per la sua quarta edizione, il festival Acciaio Italiano si sposta di pochissimo, ma è uno spostamento che significa molto. Dalla provincia di Mantova, il festival cambia sede e si trasferisce nel capoluogo di provincia dentro il Palabam, il palasport mantovano che alcuni di voi forse ricorderanno per avere ospitato una data italiana dei Judas Priest. In occasione di Acciaio Italiano l’ambiente viene diviso in due settori, e quello più vicino al palco contiene, oltre che il pubblico e gli spazi per il mangiare, anche una grande quantità di stand di etichette e case editrici legate al metal. Inoltre, il festival raddoppia e diventa di due giorni, entrambi, come anche per le edizioni passate, ad ingresso gratuito. Gli anni di gavetta fanno sì che il festival sia organizzato bene, gli orari siano rispettati abbastanza fedelmente, mentre il grande palco e l’impianto di amplificazione rispondono perfettamente alle necessità dei vari gruppi.

La nuova edizione di Acciaio Italiano comincia con una manciata di band dal suono e dal look ruvido e aggressivo. Gli Injury sono un gruppo thrash originario di Reggio Emilia, legati a filo doppio a band come Pantera e Anthrax, affiancati ad un look leggermente più moderno, che non si risparmiano minimamente nel tempo a disposizione e non fanno mai calare l’attenzione verso di loro.

Con i fiorentini Funeral Marmorii si cambia decisamente stile, passando ad un heavy doom a sfumature gotiche con formazione a quattro; la band, molto più statica e concentrata su se stessa se paragonata alla precedente, mostra comunque di saper gestire molto bene la situazione. Piccola curiosità, uno dei brani rimane in mente in modo particolare per il titolo, “Lorenzo Lamas”.

Giovani, cattivi e arrabbiatissimi. Sono gli Ultra-Violence, gruppo thrash old school in modo evidentissimo, ad accaparrarsi questa definizione. I suoi componenti sembrerebbero a malapena in età da voto, eppure sanno divorarsi il palco alla pari di loro colleghi più anziani, oltre ad avere le idee molto chiare sui propri punti di riferimento. La grinta sul palco si associa poi a buone capacità tecniche, soprattutto da parte della chitarra solista, e sembra promettere un futuro pieno di potenzialità a questi quattro ragazzi imberbi.

Si cambia di nuovo genere, si cambia l’età media sul palco e si arriva ai Tragodia, che oggi eccezionalmente sono in quattro a causa dell’assenza del bassista. Forti della recente uscita di Mythmaker” (la recensione), la band bresciana mostra con chiarezza non solo di avere uno stile personale e ampiamente definito, ma anche di sapere gestire bene tempi e attenzione del pubblico. Per quanto possano risultare, almeno in parte, ostici a chi non li conosce, i Tragodia sanno bene cosa fanno e lo realizzano nel migliore dei modi.

Da dove si deve cominciare quando si parla dei Wotan? Intanto, c’è da dire che sono i primi ad attirare sotto il palco la maggior parte dei presenti, che girano già in quantità abbastanza consistente, anche se il numero dei partecipanti ha ancora ampi margini di miglioramento. Poi, sicuramente, che i fan dell’epic metal alla Manowar saranno andati in brodo di giuggiole e che i livelli di testosterone salgono vertiginosamente al solo apparire della band. Cotta di maglia, spadoni (prima uno solo, poi tre nel finale) e addirittura un elmo con grandi ali nel finale di “Lord Of The Wind”, i Wotan, capeggiati dal biondissimo Vanni Ceni, rimangono fedeli allo stile che da sempre portano avanti e, anche se ad alcuni potranno sembrare anacronistici, sono talmente convinti di loro stessi da sbaragliare i dubbi dei più scettici.

Con lo speed metal degli Asgard si cambia nuovamente genere ed atmosfera, non tanto per il tipo di metal suonato, quanto per l’atteggiamento, professionale ma al tempo stesso molto più sciolto ed easy living, che il quintetto ferrarese porta con sé in qualsiasi situazione esso si trovi. La band è reduce da un concerto ad Aosta, ma i chilometri macinati non frenano il loro entusiasmo e la loro frenetica vitalità. Buona la performance di tutti, in particolare della “screaming machine” Federico Mazza, supportato in ogni momento dalle due chitarre e dalla sezione ritmica, sempre impeccabili.

Quello dei The Raff è un nome che fa tremare i polsi a chi segue da tempo l’evoluzione della tanto bistrattata scena heavy metal italiana. Già, parlare di loro significa veramente andare a scavare alle origini di tutto, ma anche se i membri fondatori hanno passato ormai la cinquantina, il fatto che abbiano ancora voglia di andare in scena e di incantare tutti con il loro heavy metal vecchio stile, diretto e graffiante ha quasi del miracoloso. I The Raff sono una delle band migliori della giornata, con un’esibizione che si concentra in particolare sul loro disco di debutto, da cui vengono estratti pezzi come  “Dreamer”, “Signal From Hell” e “Raff Force Commandos”. Il tutto, ancora una volta, senza sbagliare una virgola e sbaragliando un’ampia fetta di concorrenza, immediati ed originali; quella di Acciaio Italiano è una delle pochissime occasioni, almeno nel nord Italia, di vedere la band dal vivo, ed è un’occasione da non perdere.

Si cambia genere ancora una volta, e con gli Unreal Terror si respira un po’ di aria internazionale, dato il lungo trascorso del cantante Luciano Palermi negli Stati Uniti. la band regala una performance esplosiva, che diventa ancora più suggestivo per l’utilizzo di luci più basse rispetto alle band precedenti, un tratto che ritroveremo anche in uno degli artisti successivi. Gli Unreal Terror festeggiano in questo modo la ristampa dell’album “Hard Incursion” e si concedono in una serie di brani entusiasmanti, fra cui spicca in particolare “Pull The Switch”, dedicata alle paure delle conseguenze legate alla Guerra Fredda.

Filo spinato, sacchi di sabbia, simulazione di trincee ed atmosfere di guerra. I White Skull portano sul palco di Acciaio Italiano la scenografia più imponente e importante di tutto il festival, oltre a portare dietro al microfono la prima (e poi unica in tutto il festival) voce femminile, quella della ritrovata Federica De Boni. Il bassista è infortunato e suona stando seduto, ma per il resto la band appare in buona forma ed è guidata, ancora più che dalla voce della De Boni, dal travolgente Toni Fontò alla chitarra solista. La voce, al contrario, in alcuni momenti sembra quasi spompata e priva di valore. C’è da dire comunque che la conclusiva “Asgard”, cavallo di battaglia da sempre della band vicentina, i brani più recenti, come “Red Devil” e gli altri, sono tutte occasioni per ammirare ancora una volta questa band, che continua a portare avanti con coerenza il proprio percorso nel migliore dei modi.

Ha più di sessant’anni, e fisicamente li dimostra, nonostante le luci nuovamente abbassate. Le sue mani sono tronchi nodosi che si muovono sulla chitarra, lentamente ma con grande precisione, la sua voce si è un po’ arrochita, ma sa ancora scandire alla perfezione le liriche latine dei suoi testi. Insomma, Mario “The Black” Di Donato è praticamente un’istituzione per l’heavy metal italiano e lo dimostra in tutti i modi, anche con un atteggiamento molto umile e il suo mischiarsi al pubblico alla ricerca di dischi rari da acquistare fin dalle prime ore del pomeriggio. Il suo riffing alla Black Sabbath esplora ogni situazione con dovizia di particolari, accompagnato da una band poco numerosa ma comunque ottima nel suo generare un’esecuzione scarna forse non perfetta dal punto di vista tecnico, ma che serve a ricordare  che siamo di fronte a un oggetto di culto per gli appassionati del genere.

La prima giornata di Acciaio Italiano si chiude con la Strana Officina, che è senza ombra di dubbio il motivo per cui buona parte del pubblico è confluita qui oggi. Non c’è niente di nuovo in questo, come non c’è molto di nuovo nello spettacolo che i due Cappannera, Bud Ancillotti ed Enzo Mascolo ripropongono sul palco di Mantova. Si comincia con “Profumo di Puttana” e sui prosegue con altri pezzi classici, cantati sia in italiano che in inglese, come “Sole Mare Cuore” o “King Troll”. Viene ripescata anche “Guerra triste”, vecchio classico della band toscana, e nella serata che avanza, i brani più noti del repertorio della band, come “Luna Nera” e  Piccolo Uccello Bianco”, suscitano un entusiasmo difficile da contenere. Il finale è affidato, come previsto, ad una “Autostrada dei sogni” scandita a piena voce da tutto il pubblico, e dai bis di “Viaggio In Inghilterra” e dall’inno “Officina”. Se la scaletta non riserva sorprese, è anche vero che la band ha ormai un vissuto talmente consolidato per quanto riguarda i concerti che è difficile rimanere scontenti per qualcosa. I quattro musicisti agiscono spesso come se fossero un cuore e un’anima sola, tale è il senso di amalgama che trapela da tutti e, anche se si sta facendo tardi, i partecipanti rispondono bene agli stimoli, improvvisando anche pogo e body surfing. È difficile rimanere indifferenti di fronte alla carica esplosiva di Bud, Enzo, Dario e Rolando, come è impossibile non cogliere negli occhi dei quattro musicisti (e di quelli “storici” in particolare) la grandinata di emozioni che li investe. Di grande impatto sotto tutti i punti di vista, la Strana Officina regala ancora una volta un’esibizione di alcune spanne superiore a quelle viste nella giornata. La giornata si chiude quindi in attivo, sia per quanto riguarda i numerosi stand in fervente attività, sia per la grande qualità, a dispetto di importanti distinzioni di genere, dei gruppi esibitisi. Appuntamento a domani, con altri gruppi e generi completamente diversi.

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