Acciaio Italiano 2018: Live Report e foto del festival

Giunge alla sua ottava edizione il festival Acciaio Italiano, ormai una realtà consolidata nel promuovere i momenti più significativi del metal di casa nostra in molte delle sue sfaccettature. Come già per altre edizioni, il festival alterna una serie di band su due palchi, uno dei quali è riservato a una serie di band emergenti, selezionate nelle settimane precedenti il festival. In tutto, si va avanti per circa otto ore tra un’esibizione e l’altra, e le band del secondo palco si esibiscono mentre si prepara la strumentazione sul palco principale. Volendo scendere nel dettaglio, si potrebbe fare per l’ennesima volta il solito discorso riguardante l’affluennza di pubblico: e ci sono sempre le stesse facce, e non c’è ricambio generazionale, e tutti si lamentano che in giro non c’è mai niente, però quando ci sono i concerti nessuno ci va, e i musicisti non vanno mai a sentire gli altri musicisti…tutti discorsi che chi bazzica l’ambiente ha smesso di contare le volte in cui li ha già sentiti. Forse, è semplicemente meglio godersi la location, l’atmosfera e, soprattutto, le band presenti, senza scendere in polemiche potenzialmente sterili. Purtroppo non riusciamo ad assisterre alla performance dei mantovani Silenzio Profondo, e ci dispiace perchè abbiamo avuto occasione di vedere in azione questa giovane band mantovana, e riteniamo che si tratti di un gruppo da tenere in grande considerazione.

HUMANASH

Valida la proposta degli Humanash, che si caratterizza per una formazione a cinque elementi, una tenuta di palco interessante e uno show che si evolve momento per momento. Lo show inizia con un’atmosfera oscura, e si stempera poi grazie al groove del gruppo, che sa unire bene un buon livello tecnico e personalità interessanti di tutti i suoi componenti. Una realtà in ascesa, da tenere sotto controllo.

ARCA PROGJET

Allo stesso modo, anche se con uno stile completamente diverso, una mosca bianca, come loro stessi si definiscono, gli Arca Progjet rivelano quello che già su disco avevano mostrato, cioè di essere un gruppo più che convincente. Il loro disco di debutto è in uscita e si concentra tutto su un progressive rock di ampio respiro, che la band esegue con precisione e concentrazione. Ottime le parti vocali, così come quelle strumentali, penalizzate solo (in un certo senso) da un uso eccessivo di parti registrate, per quanto è chiaro che non è sempre possibile riprodurre fedelmente dal vivo tutti gli arrangiamenti che caratterizzano spesso un brano prog. Nonostante quindi gli Arca Progjet siano di gran lunga l’elemento più “soft”, musicalmente parlando, di tutto il festival e della maggior parte delle band coinvolte da Jolly Roger Records in otto anni di festival, la loro è un’esibizione che non si dimentica.

GODWATT

Nuovo cambio di registro con i Godwatt, che sono solo in tre ma sono artefici di una muraglia sonora di tutto rispetto. Anche questa band può vantare da poco l’uscita di un nuovo album, intitolato “Necropolis” e che conferma la linea intrapresa dalla band, rivolta verso un doom metal a tinte forti ma mai eccessivamente pesante. Poche parole e molti fatti, i Godwatt sono una band di sostanza, e la conferma della loro solidità arriva ad ogni concerto e ad ogni lavoro in studio.

EPITAPH

Restiamo in territorio doom metal con gli Epitaph, una formazione storica tornata da alcuni anni leggermente rinnovata e provvista fra gli altri di un frontman, Emiliano Cioffi, il cui contributo costituisce veramente una marcia in più per la caratterizzazione del gruppo. Non mancano certo i breni per una band che ha ormai parecchia esperienza alle spalle e sta vivendo un momento di grazia, ma anche l’aspetto scenico in questo momento trova il suo pieno compimento e, fra candele, leggii, figure incappucciate e incursioni del frontman fra il pubblico, è molto semplice lasciarsi ammaliare.

CRYING STEEL

Sebbene abbiano un nuovo album in uscita da qui a poche settimane, i Crying Steel scelgono di non concedere nessun’anteprima ai propri fan e di incentrare il tempo a loro disposizione su uno dei consueti excursus di vari estratti della loro carriera. Si spazia quindi da “Defender” a “Shutdown”, appartenenti al repertorio più recente, alle storiche “No One’s Crying”, “Thundergods” e “Alone Again”, quest’ultima non eseguita molto di frequente dalla band bolognese, in un crescendo di energia vincente. La band è ormai rodata nella formazione attuale e si caratterizza da sempre per il solido heavy metal di stampo classico che contraddistinguerà poi questa ultima tranche di festival.

WHITE SKULL

Sulla carta, i White Skull sono quelli che partono più svantaggiati. La loro formazione è infatti leggermente monca e priva del bassista titolare, Joe Raddi, causa infortunio; questo costringe il chitarrista storico della band, Tony Fontò, ad imbracciare le quattro corde, lasciando al solo Danilo Bar il compito di gestire tutte le parti di chitarra. Nonostante questo intoppo di partenza, o forse proprio rinforzati da questa piccola difficoltà, i White Skull riescono comunque a convincere i numerosi fan presenti, sfoderando una serie di brani uno più heavy dell’altro. anche il loro live si può classificare come tra quelli indimenticabili, ed è sempre un piacere ascoltare cavalli di battaglia come “Asgard” o “Roman Empire”.

STRANA OFFICINA

Il ruolo dell’headliner spetta alla Strana Officina, non c’è santo che tenga. Soprattutto se, come in questa occasione, la band ha preparato una setlist specifica per l’occasione, incentrata esclusivamente su brani cantati in italiano, giusto per tenere fede al tema portante del festival. Si alternano quindi brani che ormai fanno da caposaldo nei live della band, come “Profumo di puttana” e “Sole mare cuore”, ma anche estratti meno noti del repertorio, come ad esempio “Vittima” e “Non finirà mai”, estratti di un passato legato ai primissimi anni ’80. E’ sempre difficile, quando si ha di fronte un pezzo di storia così importante dell’heavy metal di casa nostra, rimanere impassibili e trovare un momento meno importante degli altri. Questa volta però il momento di spicco c’è, ed è nel finale, quando la formazione attuale viene raggiunta sul palco da Leonardo Milani della Bud Tribe e, per la prima volta da ormai molti anni, si ritrova ad eseguire alcuni brani in formazione a cinque, con la doppia chitarra. Un tuffo nel passato in piena regola, dato che i quattro brani eseguiti con questa line-up rispondono ai nomi di “Luna Nera”, “Piccolo Uccello Bianco”, “Autostrada Dei Sogni” e “Viaggio In Inghilterra”; insomma, un omaggio agli anni ’80 e alla storia memorabile della Strana Officina, uno di quei momenti che non sarà facile dimenticare.

Queste invece le immagini delle band che si sono alternate sul palco B.

HEMP

SNEI AP

PANNI SPORCHI

STORMWOLF

VOICES FROM BEYOND

MACHINE GUN KELLY

TOTEM AND TABOO

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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  1. crisformetal

    veramente tutti i gruppi che hanno suonato erano estremamente validi..per 13 euro un grande festival

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