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Acciaio Italiano 2017: Live Report e foto del festival

Acciaio Italiano compie sette anni ed è ormai diventato un appuntamento amato e atteso da chi segue il metal tricolore in tutte le sue sfaccettature. Cambiano location e città, ma la sostanza non cambia; il festival si mantiene su quelle che sono da sempre le caratteristiche portanti, e anche per questa volta propone un repertorio di band di alto livello e di stili differenti, in modo da rappresentare una panoramica di stili e generi di varia natura. Dall’heavy metal dei Silveerbones ai rock con sfumature anni ’70 dei Witchwood passando per il thrash di National Suicide e Game Over, Acciaio Italiano anche questa volta sa quindi soddisfare i palati di un ampio numero di estimatori. Ampio spazio viene poi riservato agli espositori di settore, tra cui è interessante aggirarsi tra una band e l’altra, con il conseguente rischio (ma perchè no, ogni tanto va fatto) di prosciugare le proprie risorse finanziarie in CD e vinili.
Si comincia quindi con i veneti Silverbones, che nel tempo a loro disposizione infiammano l’uditorio con il loro heavy metal classico a forte connotazione piratesca, sia nei titoli dei brani che nel look dei componenti e nelle decorazioni che attorniano il palco. Esplosivi come una raffica di spingarda durante un abbordaggio, i Silverbones costituiscono un buon inizio per la rassegna.

Si cambia drasticamente genere, i ritmi calano e le atmosfere si incupiscono rapidamente. E’ il turno degli Arcana 13, band che accompagna il proprio doom ad approfonditi riferimenti cinematografici, dedicati esclusivamente al cinema horror più o meno noto. Ad accompagnare la musica, cadenzata ma mai troppo opprimente, sul maxischermo scorrono infatti scene di film a tema, che vanno da Pupi Avati con “L’arcano incantatore” a Dario Argento con “Suspiria”. Una ventata di oscurità nel festival, ma fatta con intelligenza e buone capacità.

Chiusa la fase dedicata all’horror, si cambia ancora una volta situazione con la presentazione, uno dietro l’altro, di due gruppi thrash. Iniziano i ferraresi Game Over, che nonostante l’attaccamento al genere, sono sempre sembrati un po’ anomali (in senso buono) soprattutto per la loro tenuta di palco incredibile. I quattro musicisti sembrano dei veri e propri tarantolati e danno loro stessi durante la performance come poi fanno ogni volta che si trovano su un palco, unendo sonorità ben inquadrate nel genere e un atteggiamento fuoriosamente giocoso. Bravi e riconoscibili in qualunque momento.

Bevono vino direttamente dalla bottiglia e continuano a suonare nonostante piccoli imprevisti come una tracolla che si sgancia a metà di un pezzo. Sono i National Suicide, un altro nome che chi apprezza il thrash di casa nostra non dovrebbe esitare a riconoscere. Non ci sono sbavature nell’esibizione della band, che può contare su una storia poderosa alle spalle e su brani efficaci, conditi a dovere da una serie di assoli da parte delle due chitarre e dalla presenza incombente e solida del frontman Mini.

Fino ad ora il livello generale delle band presenti all’Estragon è stato elevato, ma con i Witchwood si sale ancora. Non è un caso che la band romagnola, non più tardi dello scorso anno, sia arrivata a contendersi la rappresentanza dell’Italia alla Wacken Metal Battle: anche i metallari più duri e puri non possono rimanere indifferenti di fronte alla ricetta, perfettamente miscelata, di rock progressivo e rock anni ’70. I brani contenuti nell’album “Handful Of Stars” risultano efficaci anche in sede live, molto curati nell’esecuzione grazie ai prezioi contributi di strumenti dell’epoca e di importanti inserti di flauto traverso. Menzione speciale anche per la cover di “Flaming Telepaths” dei Blue Öyster Cult.

Dopo un’esibizione del genre, è difficile fare di meglio. Gli Unreal Terror però, considerata la loro lunga esperienza, sia da soli che compe accompagnamento a Mario “The Black” Di Donato, non temono certo confronti. La band non ha pubblicato nessun lavoro di recente, ma la setlist è incentrata principalmente su quelli che andranno nel prossimo full length che, ci anticipa la band durante il concerto, si intitolerà “The New Chapter”. Oltre a questo, gli Unreal Terror presentano con fierezza un libro biografico di prossima uscita, interamente dedicato alla loro storia. Due biglietti da visita niente male per un pezzo di storia dell’heavy metal di casa nostra, che viene accolta con rispetto e non manca di attingere a vecchi classici del proprio repertorio, come la stessa “Unreal Terror”, classe 1985.

Già presenti nel corso dell’edizione 2015, i piemontesi Fil Di Ferro realizzano ancora una volta un set convincente, caratterizzato da una formazione che unisce membri storici e nuove entrate; Paola Goitre alla voce fa parte di questa categoria e la sua forza grintosa, unitta a quella del resto della band, dà una buona spinta alla riuscita del live. L’unica pecca che si potrebbe imputare ai Fil Di Ferro è in sede di songwriting e si concretizza in pezzi forse un po’ troppo prolissi per essere sseguiti con attenzione. Ad ogni modo, bilancio positivo anche per loro.

“Nel 1979 c’erano solo l’oratorio e l’eroina. Poi è arrivato il metal e ci ha salvati”. Acciaio Italiano si chiude alla grande con l’arrivo dei Vanexa, la cui esibizione, alla pari con quella dei Witchwood, è la migliore del festival per capacità dei musicisti ed efficacia dei brani. L’ultima uscita discografica, “Too Heavy To Fly“, aveva messo bene in evidenza come la band stia vivendo un momento particolarmente positivo, fatto anche in questo caso dall’unione di membri storici e ingressi più recenti, primo fra tutti quello di Andrea “Ranfa” Ranfagni alla voce, frontman dalle grandi capacità e dal carisma pari a quello dei membri storici. Alternando quindi estratti dall’ultimo album e pezzi storici come “Metal City Rockers” e “Rainbow In The Night“, la band regala ai presenti un’esibizione solida e priva di sbavature, degna conclusione a un festival organizzato da sempre con grande cura, che merita tutta l’attenzione degli ascoltatori di casa nostra.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

3 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. k

    …però, mancanza troppo frequente, da un live report uno si aspetterebbe di sapere anche quanto pubblico ha partecipato all’evento…

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    • Anna Minguzzi

      Hai ragione, io personalmente non inserisco quasi mai dati sull’affluenza del pubblico per il semplice motivo che sono del tutto incapace di quantificare il numero di partecipanti, e quindi evito per non dire boiate! Cercherò di ravvedermi su questo punto comunque. 🙂

      Reply (in reply to k)
  2. k

    Il discorso s’intendeva in generale… In ogni caso basterebbe il “colpo d’occhio”, sala semivuota o semipiena! 🙂

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