Wovenwar: “Censorship” – Intervista a Josh Gilbert

Il debutto discografico dei Wovenwar ha riscosso un po’ ovunque pareri molto positivi e si parlava molto del suo successore, “Honor Is Dead”: alla vigilia dell’uscita, Metallus.it ha raggiunto telefonicamente il bassista Josh Gilbert (che si occupa anche dei cori e di parte delle voci) per carpire le ultime informazioni e sapere come ha vissuto questo periodo la band. Qui di seguito il resoconto della piacevole chiacchierata col bassista, loquace al punto giusto e decisamente soddisfatto come noi per l’intervista.

Ciao Josh! Benvenuto su Metallus.it e grazie mille per questa intervista! Come stai?

Ciao! Tutto bene e grazie a voi per avermi voluto per l’intervista!

E’ davvero un piacere parlare con te perché il vostro debut album è uno dei CD preferiti in assoluto per qualche membro della redazione. Il vostro nuovo lavoro, “Honor Is Dead” è in uscita e vorremmo partire innanzitutto dalla scelta del titolo.

Grazie mille, prima di tutto, per i complimenti! Diciamo che il significato è molteplice: se parliamo della canzone che porta quel titolo, si riferisce al fatto che a volte qualcuno ti considera in una certa maniera solo se riesci a portargli vantaggi, altrimenti ti scarica e va oltre… In poche parole se idolatri queste persone e gli porti benefici sei loro amico, altrimenti no.

Il suono di questo nuovo CD è più aggressivo e forse più in linea con il suono delle vostre relative band di provenienza: pensi che magari col primo disco siete stati troppo melodici?

Mah, sinceramente non penso e ti spiego il perché: siamo arrivati al punto di voler pubblicare il primo disco e distaccarci dalla realtà il più possibile e da quello che stava succedendo (probabilmente si riferisce al fattaccio di Tim Lambesis). Tutti noi quattro avevamo un atteggiamento positivo e guardavamo avanti in una certa maniera: penso che tutto questo abbia influito sul sound del debutto, rendendolo più melodico e ottimista, oltretutto grazie anche al nuovo membro Shane (Blay, voce principale e chitarra ritmica). Penso che stavolta il suono sia più pesante per via delle vicissitudini personali, per via del fatto che siamo stati due anni in tour : poi alla fine veniamo da band metal e se sul primo disco avevamo voluto distanziarci un po’, con questo abbiamo invece desiderato riabbracciare quelle sonorità che sono nostre perché la nostra natura è quella di amanti di sonorità pesanti che, unite al concetto del titolo, creano il risultato finale di “Honor Is Dead”.

In questo nuovo lavoro ci sono più parti in scream e growl: vi ho visti dal vivo e so che canti anche tu quindi volevo chiederti come vi siete divisi le parti tu e Shane?

Sul primo CD Shane è diventato il nostro cantante all’ultimo e non sapevamo (nemmeno lui sapeva) che era in grado di forzare la voce in maniera scream e growl, lo abbiamo scoperto in tour: stavolta eravamo ben consci delle sue capacità vocali quindi le canzoni sono state create avendo in testa quello. La mia voce suona meglio solo sulle tonalità alte mentre Shane ha una voce più tipicamente rock, forte sulle tonalità basse, quindi ci siamo alternati in modo da far risaltare le parti in accordo con la voce più consona e anche i cori sono stati costruiti in tale maniera.

Il vostro CD d’esordio non vedeva la partecipazione di Shane nel songwriting mentre qui c’è anche il suo zampino: qual è stato il suo apporto?

Guarda, il primo disco è stato scritto praticamente senza aver in mente nessun cantante: stavolta con Shane è stato più facile scrivere le linee vocali, conoscendo cosa è in grado di fare, e anche musicalmente lui ha portato le sue idee, visto che suona anche la chitarra. Anche lui sa perfettamente cosa è in grado di fare costruendosi la sua parte. Un altro fattore assolutamente da non sottovalutare è la “vibrazione” che lui ha portato: le esperienze che abbiamo passato insieme e ci hanno fatto sentire anche più uniti a livello di band, quindi penso che stavolta sia il lavoro di una band al completo che collabora.

Ho letto che avete registrato il disco in posti diversi: che difficoltà sorgono da questo modo di lavorare?

Beh, vedi, abbiamo sempre fatto dei provini singolarmente e poi mandati via internet agli altri membri del gruppo e a chi di dovere, per poi decidere insieme quali erano i migliori, ma questa volta io e Shane eravamo in stati diversi mentre la band era sempre a San Diego. Abbiamo alla fine fatto la stessa cosa, però almeno tre volte Shane ha preso l’aereo per andare dal resto del gruppo e fare una jam di una settimana sui demo secondo lui migliori: In questa maniera abbiamo comunque la collaborazione “di persona” durante la stesura dei pezzi. Nella fase di registrazione, invece, abbiamo fatto la batteria a San Diego, mentre tutti eravamo lì, poi io e Shane abbiamo registrato le voci qui dove abito io (Birmingham) mentre gli altri hanno fatto le parti di chitarra e basso nel loro home studio a San Diego: la vera sfida è stata avere tutti i file senza mischiarli e riuscire a mantenerli nello stesso posto! La grande difficoltà è stata non avere un produttore ma rispettare i tempi senza lasciare tempi morti o situazioni di stallo: alla fine siamo stati capaci di fare tutto nei tempi prestabiliti, come volevamo e raggiungendo il risultato finale così come ce lo eravamo prefissato, però avere un produttore è meglio, in quanto nei momenti di disaccordo riesce a mediare le cose e a trovare un punto d’incontro.

Vorrei parlare un po’ più approfonditamente di alcune tracce del nuovo “Honor Is Dead” e la prima è il singolo “Censorship”, perfetto punto d’unione fra il vecchio sound e il nuovo suono della band: cosa puoi dirci a riguardo?

Grazie! Beh, diciamo che quando abbiamo cominciato a fare demo nel periodo intercorso fra i due album volevamo provare nuove sonorità, accordature diverse e “Censorship” è stata la prima delle canzoni scritta in un’accordatura diversa, un Drop C con la corda del Mi abbassata, simile a ciò che usano i Mastodon e i Periphery: diciamo che all’orecchio non ti suona strana ma ti obbliga a comporre in maniera diversa, siamo stati molto soddisfatti da subito di questo brano e abbiamo pensato che sarebbe finito sul CD, col suo impatto aggressivo pur conservando la melodia; ecco perché dovevamo assolutamente inserirla nel CD, una sorta di punto d’incontro fra il primo album e il secondo, un passaggio di testimone.

C’è anche un lato più melodico e sperimentale nell’album, rappresentato da brani come “Compass” e “Silhouette”: adoro queste due tracce e cosa puoi dirmi di questi “esperimenti”?

Grande! Sul primo disco c’era un pezzo come “Father/Son”, con elementi di musica elettronica e ci siamo divertiti nel farlo: ecco perché abbiamo pensato di dare un respiro di questo tipo anche a quest’album, mettendo qualche parte più sperimentale che dà un buon contrasto coi pezzi più pesanti. In passato abbiamo fatto pezzi strumentali e ora, avendo cambiato anche il cantante, abbiamo la possibilità di creare pezzi che spezzano la pesantezza: “Silhouette” è stata scritta quattro anni fa da Shane e Nick (Hipa, chitarra solista), prima dell’esistenza dei Wovenwar, ed era senza linea vocale così è stata riesumata e abbiamo decisa di proporla su questo nuovo CD. “Compass” deriva dall’amore per l’elettronica di Shane, che adora gruppi come i Nine Inch Nails: stavamo ascoltando qualche provino e ci piaceva l’idea così abbiamo scritto qualche linea e ci è sembrato molto cool. Amiamo avere questi momenti di quiete in mezzo al disco, che non può essere una tempesta dall’inizio alla fine!

D’altro canto c’è anche la parte più thrash, rappresentata dall’opener “Confession” e dalla traccia posta in chiusura, “130”: chi vi ha influenzato maggiormente dal punto di vista musicale sotto questo aspetto?

Non c’è una band in particolare. “Confession” è una specie di intro scritta da me nel 2012 che abbiamo recuperato e sulla quale abbiamo lavorato con Shane nel 2014, durante il tour europeo con gli In Flames: ci stavamo annoiando tutto il giorno sul tourbus e abbiamo cominciato a spulciare il materiale che avevamo composto a metà per lavorare sul nuovo disco… Non c’è una band in particolare che ci ha influenzato ma penso che derivi dal nostro background, fortemente legato al metal.

Dal punto di vista dei testi ho capito che alcune canzoni che parlano di temi generali: come vi siete spostati a parlare di ciò, partendo invece dai testi precedenti che erano più personali?

Beh, penso che derivi dall’aria che si respira in generale nel Mondo: le elezioni in America, i problemi in Europa: sono tempi turbolenti un po’ per tutti, eh… Penso che tutto ciò abbia influenzato i testi ma anche la musica di “Honor Is Dead”: ne abbiamo parlato spesso in tour, specie del fatto che abbiamo la stessa prospettiva riguardo i grandi temi… Dispiace vedere quando c’è tensione e la gente combatte a causa di punti di vista diversi, di qualunque natura essi siano…

Parlando dei live: vi ho visto l’ultima volta a Milano ma penso il locale non fosse consono al vostro show: pensate di tornare presto a farci visita?

Vogliamo tornare il prima possibile e penso sarà in primavera/estate: di sicuro anche per i festival estivi europei ma stiamo cominciando ora a pianificare. L’Europa è la nostra seconda casa e conosciamo le città, ci mancate!

Ok, Josh! Grazie mille per l’intervista e puoi lasciare un messaggio ai fan italiani.

Grazie del supporto e ci vediamo presto in Italia!!!

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Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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