Wotan: “The Song Of The Nibelungs” – Intervista a Mario Degiovanni e Vanni Ceni.

E’ un grande piacere intervistare Mario Degiovanni (chitarra) e Vanni Ceni (voce) dei Wotan, band italiana di puro ed incontaminato epic metal. Il loro status di gruppo di culto ed il valore delle loro (purtroppo poche) release li ha fatto diventare estremamente importanti nella scena di questo genere musicale e la loro nuova realese, l’epic metal opera “The Song Of The Nibelungs” è forse uno dei lavori più lungo attesi degli ultimi anni per tutti gli amanti della Sword & Sorcery unita al metal. Cerchiamo di scoprire in questa chiacchierata il lungo percorso del nuovo doppio CD e tutti i suoi segreti…

Mario… da “Epos” a “The Song Of The Nibelungs” dodici anni… è vero che in mezzo ci sono le bellissime canzoni di “Bridge To Asgard”/”Return To Asgard” ma l’intervallo è davvero notevole. Ci puoi raccontare tutte le vicissitudini che vi hanno accompagnato in questi anni e la gioia di veder finalmente pubblicato il vostro nuovo lavoro?

Mario Degiovanni: “Si, 12 anni sono tantissimi, rischierei di scrivere un poema talmente tante cose sono successe in questo periodo. Vado con ordine : A livello compositivo tutte le canzoni del nuovo doppio album sono state scritte e composte tra il 2007 e il 2011. Fin da subito ci eravamo accorti che l’opera era davvero monumentale ed essendo un concept in toto non ci andava di dividerlo in due parti. Nel frattempo avevamo scritto altri pezzi che non c’entravano nulla con il concept e cosi arrivò l’idea di pubblicare “Bridge To Asgard” (poi ristampato arricchito di bonus tracks come “Return To Asgard”), un EP ideato per ingannare l’attesa (in attesa del doppio CD), per i nostri fan che ci chiedevano nuovi pezzi ed anche per noi che avevamo voglia di rompere il silenzio da “Epos” e tornare sulle scene. Tieni conto che in questo lasso di tempo l’attività live, seppur scarsa in Italia, in Europa non si è mai fermata; abbiamo suonato in posti come Spagna, Portogallo, Grecia, ecc. Dopodichè, nel 2013 se ricordo bene, sono iniziate le registrazioni. Purtroppo a questo è iniziato il calvario dei batteristi. Lo split con Lorenzo, che è stato nostro drummer per 16 anni, è avvenuto proprio dopo le sue registrazioni di batteria. Cosi è iniziato il primo “reset” e da li è stato un susseguirsi di situazioni non molto stabili: abbiamo perso moltissimo tempo, anni. Abbiamo ri-registrato tutto con Emiliano (aka Wrathlord) degli amici Doomsword; grazie a lui abbiamo fatto anche un tour in Grecia e Bulgaria, ma ci siamo accorti che il suo stile, seppur bravissimo (forse anche troppo bravo per il nostro standard) non calzava con i pezzi; erano forse troppo tecnici e meno d’impatto con la conseguenza che venivano in qualche modo snaturati. Così cancellammo di nuovo tutto quello che avevamo registrato e ripartimmo da zero….

Non mi stanco di dire che nel frattempo abbiamo fatto diverse altre date con numerosi batteristi che ci hanno aiutato in sede live e per questo sarò loro sempre grato di averci aiutato altrimenti saremmo rimasti fermi anche dal vivo. Tutto ciò ha dilatato ancora di più i tempi per provare i pezzi e le scalette. Tornando al disco… nel 2017 abbiamo “arruolato” un nuovo batterista, Gabriele Stoppa, il quale ha ri-registrato tutta la batteria e finalmente avevamo una base su cui lavorare. Devo però ringraziare una persona, senza la quale probabilmente il disco non avrebbe visto la luce, ossia Davide “Axel” Colombo, boss del suo Diana Studio, dove abbiamo registrato, mixato e fatto mastering. La sua enorme pazienza ci ha consentito di andare avanti con i lavori, che finalmente si sono conclusi nel novembre del 2019. Oltre ad essere diventato un grande amico è da considerarsi ormail il quinto elemento dei Wotan!

Ah, e come se non bastasse nel frattempo abbiamo lavorato per cercarci una casa discografica. Quindi come hai potuto vedere sono passati tanti anni ma non siamo mai stati fermi.

Già che ci sono fammi ringraziare Raphael Pabst, boss della sua Rafchild records. Ha creduto in noi e grazie a lui il nuovo disco ha visto la luce. Abbiamo scelto lui fondamentalmente perché è un grande fan di questa musica e ha un entusiasmo e una forza disarmanti.”

Possiamo definire “The Song Of The Nibelungs” la vostra epic metal opera? Oltre ovviamente al poema “Nibelungenlied” quali sono le altre fonti di ispirazione a cui avete attinto per scrivere i testi?

Vanni Ceni: “Il Canto Dei Nibelunghi è un testo che mi ha sempre affascinato fin da quando mi capitò per caso nelle mani da ragazzino; mi affascinava questo mondo a metà tra il reale e il magico con i popoli che avevano riempito i miei studi come Unni, Burgundi, Goti ed i personaggi realmente esistiti come Attila e Teodorico, perciò una volta adulto ho deciso di provare a scrivere dei testi ispirati a queste vicende. Questo per ciò che concerne la parte letteraria, mentre per ciò che riguarda la parte musicale l’ispirazione fondamentale è Richard Wagner.”

Vanni puoi entrare nel dettaglio descrivendoci brano per brano come si evolve il concept a livello di testi e che scelte hai compiuto a livello di riduzione ai fini della creazione dell’album rispetto al poema?

Vanni Ceni: “Gli episodi del poema sono innumerevoli; ovviamente ho dovuto limitarmi a concentrare le energie sugli episodi più salienti e più rilevanti del romanzo. Così si inizia con un inno alla terra dei Nibelunghi, poi come nel racconto si parte con il sogno premonitore di Krimilde, il viaggio di Sigfrido che poi lo porterà ad incontrare i personaggi della mitologia nordica com Alberico il nano forgiatore di spade e proprietario del mantello che rende invisibili, Fafnir il drago il cui sangue rende invulnerabili e poi ancora la Spada Balmung che rende invincibili. Poi ho introdotto altri personaggi importanti come Brunilde e Hagen. Ovviamente, per chiudere ho narrato la morte di Sigfrido, il viaggio verso la vendetta di Krimilde ed il massacro finale nella migliore tradizione dei poemi epici.”

A livello musicale come avete ideato le tre collaborazioni che senza dubbio arrichiscono parecchio l’opera? Ci volete parlare diffusamente delle scelte operate in merito alle composizioni con gli ospiti?

Mario Degiovanni: “In tutti i dischi che abbiamo fatto abbiamo avuto degli special guest. Anche nell’ultimo ci siamo avvalsi di tre ospiti d’eccezione. Intanto il concept necessitava anche di una voce femminile. Claire Briant Nesti è una cantante soprano eccezionale; in studio ha fatto praticamente le sue registrazione in one–take e si è calata subito nella parte del personaggio; i risultati li potete sentire tutti e sono per me eccezionali. Ci ha anche accompagnato live in una data fatta lo scorso Dicembre in Germania. Alla chitarra ho fatto fare un assolo e alcune parti acustiche ad Alberto Colombo. Intanto è uno dei miei migliori amici fin dai tempi della scuola, ma al di là di questo, anche se non è una personalità in ambito prettamente “metal”, lo considero il miglior chitarrista che io conosca, uno che sa suonare tutto. E bene.

Inizialmente doveva fare solo un assolo, ma poi ho “approfittato” della sua presenza e ha fatto anche delle parti con la chitarra acustica, essendo molto più bravo di me ci ha messo 10 minuti a registrare tutto!

Infine la parte di piano in “Fateful Love”… canzone alla quale sono molto legato. Avevamo bisogno di un pianista che ci registrasse l’intro e Davide ci ha proposto un suo amico, Danilo Scalise, che ha eseguito in maniera magistrale la parte. Non voglio dimenticare di citare fra i guest anche il lavoro di backing vocal e chorus che hanno fatto Alex Scott, Chicca e Roberto di Iamu Productions Studio.”

Immagino che a livello compositivo abbia avuto un certo peso anche le tetralogia di Richard Wagner. Ascoltando la cupa “Siegfried’s Funeral March” sembra di immergerci nelle opere del noto compositore. Vi piacciono le sue opere? Se si quali in particolare?

Mario Degiovanni: “Wagner è sempre stato nel nostro background musicale (così come altri compositori classici). L’abbiamo esplicitamente citato ed omaggiato in “Sigfried Funeral March”, ma penso che l’influenza si senta anche nei pezzi più maestosi e drammatici. Per quanto concerne Wagner apprezzo maggiormente la sua opera più monumentale, ossia la tetralogia sull’anello; ma mi piacciono anche altre sue opere come “Parsifal” e “L’olandese volante”.”

Quali sono le altre scelte che avete adottato a livello musicale per la registrazione dell’album?

Mario Degiovanni: “E’ stato un lavoro complesso: si parte sempre da un riff, da una melodia, da un tema, e da lì si sviluppa la canzone. Alcune evolvono molto spontaneamente, altre richiedono maggiori dettagli compositivi; si cerca di seguire ovviamente i testi, proviamo a calarci sempre nel pezzo tentando di creare una simbiosi tra parole e musica. A livello prettamente di produzione e suoni penso che abbiamo fatto un notevole passo avanti rispetto ai precedenti lavori, un po’ perché più esperienza ti fai in studio e più riesci a gestire il tutto e ad ottenere quello che hai in testa. A questo si aggiunge l’apporto di Davide che ha capito subito le nostre necessità ed ha avuto la pazienza e le competenze di metterle in pratica. Anche nella fase più delicata, il mix, ci siamo presi tutto il tempo necessario per fare le cose al meglio. Il mix di un disco è fondamentale e purtroppo se eseguito di fretta se ne pagano poi le conseguenze. Penso a “Carmina Barbarica” che è stato mixato in un giorno e purtroppo si sente.”

Il vostro trio storico Mario-Sal-Vanni funziona ormai con successo da tantissimi anni; qual è il segreto per una convivenza così fedele e proficua che dura decenni?

Mario Degiovanni: “Non c’è un segreto particolare. Forse l’entusiasmo e la voglia che abbiamo ancora, dopo tutti questi anni, è il motivo per cui riusciamo ad andare avanti ancora. Abbiamo passato momenti difficili ma come vedi alla fine ci siamo sempre e finché abbiamo questa passione non vi libererete di noi! Dal vivo abbiamo avuto ancora una volta la prova della fedeltà e dell’entusiasmo che hanno i nostri fan. L’ultimo concerto che abbiamo realizzato in Grecia a dicembre è stata un’ulteriore conferma. Forse un altro segreto è proprio questo… quando generalmente suoniamo all’estero e si sta via dei giorni insieme sembra un po’ di essere come nel film “Amici miei” tra scherzi goliardici e disavventure tragicomiche che capitano puntualmente. Perchè devi sapere che anche se anagraficamente non siamo più certo dei ragazzini il nostro cervello invece è rimasto fermo e chi ci ha accompagnato in tour lo sa!”

Al vostro trio si è aggiunto il batterista Gabriele Stoppa che ho avuto modo di ammirare anche dal vivo al Dagda di Codevilla (PV) non molti mesi fa. Come vi siete trovati con il nuovo drummer nel registrare l’album?

Mario Degiovanni: “Gabriele ha registrato le parti di batteria sotto la nostra direzione diciamo. Non volevamo più rischiare di rifare di nuovo tutto cosi gli abbiamo detto esattamente ciò che volevamo a livello di batteria. Poi certo lui le ha colorate con il suo stile, giustamente, ma senza andare “oltre” e snaturare i pezzi. Devo dire che è davero un bravo batterista e si è calato bene nelle registrazioni. Abbiamo fatto una manciata di concerti con lui, ma devo dirti che per motivi personali non fa più parte della band. Abbiamo da gennaio 2020 un nuovo batterista, Giorgio Alberti (ex Ancient Dome ); questa volta – ma ne sono sicuro – speriamo sia definitivo. Purtroppo per il covid-19 abbiamo dovuto ovviamente interrompere le prove, che riprenderanno con lui al più presto.”

Il concerto di cui parlavo poc’anzi è diventato tristemente famoso in quanto è arrivato dopo la repentina ed inaspettata scomparsa di Mark Shelton dei Manilla Road, che avrebbero dovuto fungere da Headliner dell’evento. Che ricordo avete di quella serata?

Mario Degiovanni: “Il concerto al Dagda, dove ti ho rivisto dopo anni, è stato qualcosa di surreale. La tragedia che ha colpito Mark era sul volto e negli occhi di tutti. E’ stata davvero triste, anche se penso che la scelta di non annullare la data e di omaggiare Shelton suonando sia stata la scelta migliore e sono sicuro Mark avrebbe condiviso. Noi eravamo fermi a livello di concerti da credo oltre un anno e avevamo una voglia pazzesca di tornare on stage… certo mai avremmo pensato in quella situazione. Però nonostante la tristezza che aleggiava c’è stata anche gioia e passione da parte di tutti. Sembra una banalità ma la forza dell’Heavy Metal vince e unisce, sempre, anche nella tragedia.”

leonardo.cammi

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Bibliotecario appassionato a tutto il metal (e molto altro) con particolare attenzione per l’epic, il classic, il power, il folk, l’hard rock, l’AOR il black sinfonico e tutto il christian metal. Formato come storico medievalista adora la saggistica storica, i classici e la letteratura fantasy. In Metallus dal 2001.

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