Voodoo Hill: “Waterfall” – Intervista con Dario Mollo

A 11 anni di distanza dal secondo capitolo, torna il progetto Voodoo Hill di Dario Mollo, insieme nuovamente a “the voice of rock” Glenn Hughes. L’album si colloca a metà tra il sound più ’70s del primo album omonimo (2000) e del secondo più heavy “Wild Seed”, unendo le influenze Led Zeppelin, Black Sabbath e Deep Purple di Mollo, impreziosite dal gusto melodico e dalla voce di Hughes. Ne abbiamo parlato con proprio con Dario. 

Ciao Dario, iniziamo con qualche parola di introduzione su “Waterfall”, nuovo album a nome Voodoo Hill.

Nell’ultimo periodo mi è venuto il pallino della scrittura, mi sono ritrovato con 35 pezzi pronti. Mentre scrivevo e registravo queste cose mi chiama Serafino Perugino (capo della Frontiers) e mi dice “Dario, hai voglia di fare un altro album con noi? Ho parlato con Glenn e lui sarebbe d’accordo. Solo che non c’è tanto tempo per preparare i pezzi”. Gli ho risposto “Guarda, non c’è problema perché ho già pronti 35 pezzi, quindi vedo quelli che servono e li mando a Glenn.” Da lì è nato l’album. Ho voluto proprio raggiungere il massimo al livello di produzione, ogni volta devo superarmi, e questo causa anche un po’ di stress: sono molto critico con me stesso. Però alla fine il risultato di tanto lavoro viene fuori.

La cosa curiosa è che sono passati dieci anni dal secondo album a nome Voodoo Hill: come mai è passato tanto tempo?

È un processo molto naturale: nel frattempo ho fatto l’album con Tony Martin, ho fatto un altro album con i Noise Machine, con Graham Bonnet, ho fatto delle produzioni in studio…il tempo vola! I Voodoo Hill non sono una band vera e propria che sforna album continuativamente: ho fatto quell’album, ma poteva morire e finire tutto lì. Poi Glenn è diventato molto più famoso, perché ha cominciato coi Black Country Communion eccetera eccetera. Le sue quotazioni sono salite molto per cui pensavo non avrei potuto riproporre la collaborazione. Ti dico: non ci pensavo quasi neanche, fino a quando non mi ha chiamato la Frontiers per propormelo. Poteva anche non accadere. Ora però c’è un contratto per tre album, quindi ci sarà ancora spazio per Voodoo Hill. Con Glenn o senza Glenn, altri Voodoo Hill dovranno uscire fuori.

Parlando un po’ del contenuto musicale, un po’ da tutti il secondo album dei Voodoo Hill “White Seed” è considerato il tuo disco più pesante. Secondo me “Waterfall” è un po’ più variegato, sempre heavy/hard rock ma con più sfaccettature a mio parere. Tu come descriveresti il suono del nuovo album?

Sinceramente è un album molto maturo a livello artistico, equilibrato. È una via di mezzo tra il primo album e il secondo, ma non è una cosa studiata: è come compongo in questo periodo. Io non sapevo neanche che sarebbero stati i pezzi per Voodoo Hill: finisco un pezzo e lo registro, tutto quello che mi passa per la testa, in totale libertà. Quel periodo del secondo album era un periodo dove mi andava di suonare più heavy, anche a livello di sonorità. Anche il cantato di Glenn ha determinato l’impronta del disco; se gli stessi brani li avesse cantati in maniera straincazzata, “Waterfall” sarebbe diventato pesante come il secondo. Però devo dire che l’album è molto variegato: ci sono delle cose magari più melodiche, più anni ’70…però diciamo che un buon cinquanta per cento dipende da come ha cantato Glenn.

Parlando del tuo lavoro con lui, da quello che ho capito avete lavorato sempre a distanza. 

Nei primi due album Glenn è venuto in studio da me e abbiamo lavorato assieme, sempre. Su questo album ha preferito registrare a Los Angeles, quindi io ho mandato la base completa e finita dicendogli: “Glenn, se devi modificare l’arrangiamento lo si fa in tre secondi, ad esempio se vuoi il ritornello più lungo non c’è problema”. Per fortuna non ha modificato niente. Ho modificato io quando ho ricevuto le voci, perché ho dovuto cambiare alcune cose che secondo me non andavano bene. Una volta che tu hai la voce riesci a capire completamente il pezzo. A volte certi arrangiamenti non vengono percepiti dal cantante, il quale è abituato a determinati schemi. Non Glenn, che canta su qualsiasi cosa. Altri cantanti hanno più problemi: quando divento un po’ più originale nell’arrangiamento vedi che cominciano ad andare un po’ nel panico.

I testi li hai scritti tu?

No, non ho mai scritto un testo e non ho mai scritto una linea melodica. In tutti gli album che ho fatto nella mia vita il reparto cantato lo lascio al cantante. Il grosso problema dei gruppi rock italiani è il cantante italiano, con una pronuncia che non sarà mai quella di un madrelingua e un metodo di scrittura della lingua italiana che è completamente fuori dalla logica inglese. Durante il mio primo lavoro che ho fatto coi Crossbones, con un cantante italiano e un produttore inglese, ho capito chiaramente il messaggio: proprio non si può fare e ciò mi dispiace. Vorrei avere un cantante italiano che potessi gestire, che fosse vicino, ma per fare questo genere di musica non è possibile. L’unico compromesso che purtroppo sono obbligato ad accettare è me stesso. Non mi posso cambiare, però ci arriverò ad essere un buon chitarrista! Anche il significato dei testi è problematico, perché un buon testo in italiano, una volta tradotto in inglese, può non voler dire niente. Difatti nel primo album dei Crossbones i testi sono stati fatti da uno di madrelingua.

Ascoltando “Waterfall”, ho pensato che sia un album pieno di attitudine…

Bravo, hai colto nel segno. Si possono ottenere delle sonorità incredibili, ma un album ha bisogno di una sua personalità, attitudine dico anch’io anche se in italiano non vuol dire un tubo; “attitude” rende di più: la personalità, il carattere, l’atmosfera che c’è dentro…che è data da tanti anni e da un cantante di madrelingua. E poi Glenn Hughes è una buona scelta! Anche un cantante inglese che ha 23 anni va bene, però vuoi mettere una pietra miliare, uno che ha cantato “Burn” originale nel ’74 e che nel ’73 era nei Deep Purple! Cioè, che bagaglio può avere uno così.

Sinceramente sento troppo spesso tanti gruppi e band che veramente perdono due mesi per fare un pezzo, quarantamila strumenti, quarantamila cose e poi alla fine la canzone non c’è fondamentalmente.

Guarda, parlo per me, se scrivo un pezzo e poi mi fai il cantato, spesso mi son trovato a rifare l’assolo in funzione di come si era evoluto il brano. Perché per me il pezzo non è la giustificazione per fare il mio assolo, a me piace il pezzo. Non mi piacciono gli album dei chitarristi solisti e se guardi strumentali non ne faccio. È una vita che mi dicono “Fai un album alla Malmsteen” ma piuttosto mi ammazzo! È noiosa ‘sta cosa, io mi annoierei da solo…però mi piace esprimermi, quindi l’assolo glielo metto, non è che arrivo all’intelligenza di togliere completamente l’assolo. Però effettivamente il pezzo dev’essere un pezzo che arriva alla gente, non ai musicisti: deve arrivare alle persone, quindi le cose più semplici sono le cose vincenti. Gli AC/DC insegnano.

Sfondi una porta aperta, perché per me se non c’è la canzone puoi aver suonato tutto quello che vuoi, ma se alla fine non ho un ritornello e una strofa che mi restano in mente…resta là il pezzo, non lo ascolta nessuno a mio parere.

Esatto! Il bello è arrivare al cuore della gente, con le cose semplici. Se sei chiuso nel tuo guscio di musicista, che hai studiato diecimila anni a fare i virtuosismi e poi li applichi, a chi arrivano? Agli altri musicisti no, perché spesso invidiosi. Il target non devono essere gli altri musicisti. Se un musicista mi fa un complimento lo apprezzo, ma apprezzo molto di più il complimento di uno che non mi ha mai sentito nominare e tanto meno la mia musica. Cosa rimane è la canzone. Deve esserci il pezzo melodico, deve esserci il suono, l’attitudine come dici tu, quindi siamo proprio d’accordo su quello.

 

Tornando all’album, io avrei selezionato tre pezzi di cui volevo chiederti la descrizione e qualche considerazione. Il primo è la title track, che secondo me ha l’influenza dei Led Zeppelin, comunque qualcosa di hard rock un po’ epico e secondo me in generale è stato bellissimo sentire Glenn su pezzi più hard rispetto alle cose che ha fatto ultimamente.

Sì, e più epica ancora è “Underneath And Down Below”. Io sono sempre stato legato all’epoca in cui c’erano Deep Purple, Led Zeppelin e Black Sabbath. I Black Sabbath mi piacevano mediamente, i Deep Purple per me erano il non plus ultra. Non ascoltavo altro che “Made In Japan”. Quando ho cominciato a scrivere, invece, mi escono i Led Zeppelin, è pazzesco…quindi se mi dici che “Waterfall” ha un po’ di Led Zeppelin hai ragione. Di base ho un ordine mentale, di struttura di pezzo, di riff che è molto Led Zeppelin. Col senno di poi, dopo trent’anni, la scrittura dei Led Zeppelin risulta più moderna e rappresenta la semplicità e l’efficacia che sto ricercando in questo momento. Troppo spesso ci sono dei gruppi italiani – me compreso – che sono molto tecnici e arzigogolati ma poi ti arriva un gruppo inglese, con una qualità tecnica nettamente inferiore alla tua, che ti fa due accordi che ti stendono: hanno un’efficacia incredibile ed è quello che sto ricercando. Quindi ecco che i Led Zeppelin sono un buon esempio di semplicità però dinamica. Ecco, il mio punto d’arrivo è quello: semplicità, dinamica, gusto e melodia. In “Waterfall” bene o male c’è, e poi c’è l’orchestra arrangiata sotto che non è male e Glenn ci ha fatto un bel cantato, devo dire, molto sentito: parla di uno se ne sta per andare, ha già perso un sacco di amici. Glenn mi ha detto: “Dario, con questo pezzo facciamo piangere uomini a donne.” E’ troppo forte, a me fa troppo ridere Glenn. Quindi hai ragione, è un po’ led zeppeliniano come scrittura, non molto epico.

Il secondo di cui volevo parlare con te è “Eldorado”, su cui ho sentito vagamente un velo di influenza degli Scorpions però mi è piaciuto molto un approccio un po’ più moderno nei riff del brano, oltre alla contrapposizione tra un inizio un po’ più melodico e poi il riff un po’ più pesante.

Sì, questo è il mio reparto mentale heavy, diciamo che poteva stare nel secondo album questo. Se voglio fare il moderno lo faccio. Ho tante palette di colori che cerco di utilizzare: c’è l’heavy che è “Eldorado”, c’è il melodico, il zeppeliniano, c’è quello che chiamo il ritorno di “Kashmir”, perché bene o male qualche ta-da-da glielo schiaffo da qualche parte. Non è che lo faccio apposta, sono proprio nel DNA, proprio come questo riffone, questo chitarrone enorme che ogni tanto esce fuori. E’ un pezzo heavy effettivamente, da headbanger.

L’ultimo brano di cui volevo parlare con te è “White Feather”, che sicuramente è il mio brano preferito dell’album in assoluto, secondo a me è quello un po’ più anomalo e complesso, neanche per la struttura, ma per come si sviluppa e perché ha il tuo assolo di chitarra migliore di tutto l’album. Volevo capire con te la storia di questo pezzo, perché mi sembra un po’ diverso dagli altri.

E’ incredibile ma tu sei l’ennesima conferma di una cosa che è già capitata in ogni album che ho fatto in passato. C’è sempre un brano che non mi convince pienamente, che sono indeciso se includere o meno. E poi esce l’album e regolarmente “Ah, questo è uno dei miei preferiti!” Ormai l’ho imparato. “White Feather” è esattamente quel pezzo e pare che sia uno dei preferiti. “White Feather” è nato che era un po’ più lungo. Dato che non mi piaceva molto, gli ho dato una bella tagliata. È un pezzo blues che potrebbe essere nel mio cassetto “Mistreated”, è un figlio povero di “Mistreated” volendo, però sta piacendo molto. Adesso lo ascolto a orecchie fresche, per giudicarlo meglio. L’assolo era un po’ particolare, perché ho fatto un po’ un assolo modale per cambiare la cosa…però ho visto che i musicisti guardavano e un po’ storcevano il naso. L’assolo è improvvisato, come quasi tutti gli altri, è il primo take, tra l’altro è uno degli assoli più fighi che ho fatto. Se tu ragioni e pensi agli assoli c’è qualcosa che poi nel suono finale non funziona, perché il pensiero ti ritarda, cioè usi una parte del cervello per pensare. Invece io quando suono non penso, c’è una parte del cervello che fa da sola.

Secondo te c’è qualche possibilità di vedere qualcosa di Voodoo Hill sul palco? Hai programmi per i live?

Mi piacerebbe formare una band che abbia un cantante famoso, perché se no chi viene a vedermi? Qualcuno che attiri gente, che sia uno storico, e dove posso fare pezzi di The Cage, Voodoo Hill…mi piacerebbe mettere su una band e fare un lavoro del genere. Siccome ho una montagna di pezzi che ho pubblicato, un bel po’ di materiale per fare un bel concerto ci sarebbe sinceramente. Quindi mi sta frullando quest’idea qua, di creare una band con un cantante che attiri gente, qualcuno a livello di Joe Lynn Turner, che sia molto versatile, qualcosa del genere, fare una band e portarla dal vivo. Però tra il dire e il fare c’è di mezzo il business! Mi piacerebbe però vediamo che succede con questo album qua, con il prossimo che ho già finito e con l’altro ancora che ho già registrato.

 

E invece per The Cage con Tony Martin?

Non penso che ne farò altri. Cioè cosa posso fare d’altro su The Cage? Ma poi magari si fa, adesso come adesso però non me la sentirei. Ho già detto di no. Mi è già stato chiesto e io ho lasciato sfumare la cosa. Per ora no, però adesso lascio così nell’aria; vediamo cosa succede. Adesso ho questo, un altro Voodoo Hill, mi piacerebbe fare un album con Tony Harnell: siamo già in contatto e nel quarto Voodoo Hil che ho scritto ci starebbe da Dio.

Quindi non hai ancora scelto chi ci canterà poi sopra?

Se la cosa va liscia con Glenn può anche cantarlo Glenn, però se lui non potesse, mi piacerebbe Tony Harnell. Quando ascoltavo i TNT all’epoca mi piaceva tantissimo anche se mi dicevano tutti che cantasse troppo acuto. Quindi vorrei fare un album con lui: se il prossimo Voodoo Hill lo canta Glenn ne compongo un altro, tanto quando mi metto qua mi scappano subito i pezzi!

 

Bene, abbiamo sviscerato alla grande l’album, vuoi concludere con qualche parola per i lettori?

Io li ringrazio per tutti i messaggi che ricevo su Facebook, di approvazione…non sto sulle palle, praticamente. Devo dire che sento molto calore da queste persone, perché capiscono l’impresa. Mi fa piacere che non solo i musicisti, ma anche le persone si accorgono della qualità del lavoro, del mix, che non mi risparmio in niente. Mi fa veramente piacere. Li ringrazio per capire il lavoro che c’è dietro: i risultati non si ottengono così, c’è tanto background e mi fa piacere che venga apprezzato e venga recepito. Questo è il mio messaggio. E poi di comprare i CD e di non scaricarne troppi! Se ti piace compralo, perché così uno magari riesce a farne un altro.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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