Volbeat: “Pelvis On Fire” – Intervista a Kaspar Boye Larsen

de”Rewind, Replay, Rebound”, il nuovo e attesissimo album dei Volbeat, è stato pubblicato oggi, per la gioia di tutti i fan della band danese.
Abbiamo raggiunto telefonicamente il bassista
Kaspar Boye Larsen e, incuranti delle interferenze di linea, ci siamo fatti raccontare qualcosa in più sull’ultima fatica della combo più metalbilly nella storia della musica. In attesa di rivederla dal vivo a Milano.

Ciao Kaspar, innanzitutto grazie del tempo che ci stai dedicando. Partiamo dal titolo del nuovo album dei Volbeat, “Rewind, Replay, Rebound”: c’è un significato dietro questa scelta?

In realtà non saprei dirti di preciso; la scelta del titolo, così come la stesura dei testi, è stato un compito di cui si è occupato interamente Michael [Poulsen, frontman della band ndr], quindi di certo lui saprebbe dirti di più in merito. Invece, noi altri membri del gruppo abbiamo collaborato e fornito molti input nella creazione della musica dei brani.

E parlando proprio di musica, “Rewind, Reply, Rebound” ha il marchio di fabbrica dei Volbeat, eppure presenta delle caratteristiche che in parte lo differenziano dai vostri lavori precedenti. Come descriveresti lo stile dell’album?

Sì, assolutamente, il disco è riconoscibile come un album dei Volbeat, ad esempio “Cheapside Sloggers”, il secondo singolo, è un pezzo in pieno stile Volbeat. Tuttavia, abbiamo voluto aggiungere degli elementi differenti, per cui all’interno del disco troverete molto più rock tradizionale e brani rock in mid tempo: il primo singolo, “Last Day Under The Sun”, dimostra proprio come abbiamo voluto aggiungere qualcosa di nuovo alla composizione.

“Seal The Deal & Let’s Boogie” era molto diverso dal nuovo album anche in termini di atmosfere e subiva il fascino di una New Orleans magica e mistica, mentre “Rewind, Replay, Rebound” sembra trovare ispirazione in una direzione completamente diversa. Cos’è cambiato per la band tra il 2016 e oggi?

Come sai, io sono arrivato nella band circa tre anni fa, quindi non so bene quale fosse la situazione prima del mio arrivo, ma di certo in questi anni abbiamo cercato di sviluppare maggiormente il nostro sound e, naturalmente, siamo cresciuti anche come esseri umani.
Michael è diventato papà e questa nuova esperienza ha influito tanto, soprattutto dal punto di vista dei testi dei nuovi brani. Inoltre, sia Michael che Rob si sono aperti a nuovi stili musicali e devo dire che anche questo fattore ha influito sull’ispirazione e sulla direzione del disco.

Anche nel nuovo album vi siete avvalsi di molte collaborazioni con altri musicisti. Ce n’è una in particolare di cui sei particolarmente soddisfatto?

Naturalmente ti direi Gary Holt, è stato fantastico averlo sul disco e siamo contentissimi che anche lui sia rimasto soddisfatto del risultato finale! Per me è stata una cosa straordinaria. Ma in generale, il bello delle collaborazioni è che aggiungono ai pezzi quel qualcosa in più che altrimenti non avrebbero; così anche la presenza dei ragazzi della JD McPherson’s band in “Die To Live” ha dato alla canzone un tocco in più: anche questa è una collaborazione di cui sono stato particolarmente contento.

Il disco presenta alcune piacevoli sorpese, come ad esempio “Pelvis On Fire”, che potrebbere essere uscita dal un album di Elvis Presley! Cosa puoi dirmi di questo pezzo?

Credo che sia uno di quei brani tipicamente Volbeat di cui ti parlavo prima; è nata perchè avevamo bisogno di un pezzo che alzasse la temperatura dell’album! E per quanto riguarda lo stile, potrebbe essere stato influenzato da Shakin’ Stevens, non so se lo conosci. Durante il processo di scrittura, Michael ha ascoltato davvero tanto la sua musica.

Il vostro secondo singolo, “Last Day Under The Sun”, è già molto amato dai vostri fan. Com’è nato questo brano?

Tutto è nato dal riff iniziale, scritto da Rob. Appena l’abbiamo ascoltato abbiamo pensato che fosse davvero fantastico! Per noi è un pezzo molto importante, perchè mostra una nuova direzione della band: ovviamente non si discosta del tutto dal nostro sound, però aggiunge qualcosa di nuovo. Non saprei dirti quanto sia amato dal nostro pubblico, perchè è uscito da poco, ma posso confermarti che è stato accolto davvero bene fin dalle prime esecuzioni in sede live, è questo ci ha fatto molto piacere.

Come ci hai detto anche prima, sei entrato nella band nel 2016, quindi sei al tuo secondo disco con i Volbeat. Com’è stato prendere parte questa volta all’intero processo di scrittura e registrazione del disco?

Esatto, quando sono entrato a far parte dei Volbeat, la band era già in studio per la registrazione di “Seal The Deal & Let’s Boogie”, quindi non ho avuto modo di partecipare al processo di scrittura in quel caso. Invece questa volta ho scritto le mie parti di basso e in generale sono stato coinvolto in tutte le fasi di stesura del materiale. All’inizio non sapevo cosa aspettarmi, ma poi ho capito che non era molto diverso dall’essere in un’altra band! Per me è stato molto importante lavorare con Rob, credo che sia un genio dal punto di vista musicale: mi capitava di andare da lui con delle idee o delle linee di basso in mente e lui sapeva sempre trovare la giusta direzione. Allo stesso modo, anche collaborare con Jacob Hansen è stata una bellissima esperienza; durante l’intero processo di scrittura e registrazione ho imparato tanto e si è evoluto anche il mio modo di suonare. Prima dei Volbeat, suonavo per lo più hardcore metal e generi più aggressivi: certo, questa componente heavy è presente anche nei Volbeat, ma i brani richiedono uno stile più variegato.

Vi vedremo a Milano il prossimo Ottobre; per me sarebbe un sogno ascoltare dal vivo “Black Rose”, ma cosa può aspettarsi il vostro pubblico italiano?

Suoneremo sicuramente le nostre grandi hit, nella setlist troveranno spazio una o due canzoni particolarmente datate della nostra discografia, ma non mancheranno ovviamente qualcosa come cinque pezzi dal nuovo album. Ma se “Black Rose” è addirittura un sogno per te, dovrò assicurarmi che sia in scaletta!

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

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