Andre Matos: Viaggio nel tempo e nella musica – Intervista

Partiamo ovviamente da “Mentalize“: quali sono le differenze principali rispetto al lavoro che aveva portato a “Time To Be Free”?

“Direi che “Mentalize” è complementare a “Time To Be Free” fin dal processo, che nel caso del nuovo album è stato molto più veloce e spontaneo rispetto al primo. Se con “Time To Be Free”, trattandosi del mio primo lavoro solista, mi sentivo in dovere di fare molta più attenzione e di essere molto più cauto, in questo caso ci siamo ritrovati con poco tempo a disposizione, ma quello che poteva essere un ostacolo si è rivelato fondamentale per ottenere qualcosa di più sincero: non c’è stato nessun tipo di editing, ci siamo limitati a prendere i migliori take.”

Cosa ci puoi dire dei testi di “Mentalize”?

“Di solito ho un concetto ben preciso attorno al quale ruotano i miei album. E non si tratta, sia chiaro, di fare dei veri e propri “concept album”, quanto di ragionare attorno ad una serie di idee. In questo caso mi sono ispirato ad alcune nuove scoperte scientifiche che hanno a che fare con la fisica quantistica: mi interessava, in particolare, l’idea che possiamo cambiare concretamente la nostra realtà a partire da ciò che pensiamo, cosa che di fatto rimanda più in generale ad una soluzione concreta del rapporto tra scienza e fede. Lo studio della fisica quantistica è cominciato cento anni fa: Einstein è stato fra i suoi maggiori detrattori, forse perché aveva paura che poteva portare a scoperte che avrebbero oscurato la risonanza delle sue teorie. Eppure negli ultimi anni, grazie anche allo sviluppo di nuove tecnologie, è diventato più facile dimostrare alcune delle asserzioni legate alla fisica quantistica, e ciò ha cambiato il nostro punto di vista su di essa. Concetti come quello del viaggio nel tempo, prima legati ad un ambito prettamente fantascientifico, ora non lo sono più, nel senso che si cercano delle teorie che siano in grado di ipotizzarli.”

Una considerazione che è alla base dei testi di uno dei pezzi più toccanti dell’album, “A Lapse In Time”.

“E’ un testo che parte da una considerazione di valore universale: cosa potrebbe accadere nella vita di ciascuno, se potessimo correre avanti e indietro nel tempo. Si tratta di un pezzo per solo piano e voce, che è nato musicalmente da Fabio Ribeiro. Successivamente ho lavorato sulle melodie, mentre il titolo, molto evocativo, lo ha suggerito lui.”

Anche alla base dei testi di uno dei pezzi più belli dell’album, “I Will Return”, c’è un interrogativo suggestivo.

“In effetti, oltre ad avere delle melodie molto rifinite, “I Will Return” è il risultato di un ragionamento che è partito dalla lettura di un articolo sulla sperimentazione, in Svizzera, nell’ambito dell’accelerazione delle particelle. In un laboratorio realizzato sottoterra, sono vicini a riprodurre la velocità della luce in atomi veri e propri, e quando questi si scontrano possono creare dei piccolissimi buchi neri. Tecnicamente si tratta di un processo sicuro, ma in teoria potrebbe essere creato sottoterra un enorme buco nero, di fronte al quale non si saprebbe come comportarsi. In sostanza, quindi, ciò che mi ha colpito è fino a che incredibile punto siamo in grado di manipolare le cose e al tempo stesso non siamo in grado di avere a che fare con quelle che potrebbero esserne le conseguenze.”

Cosa che ci pone di fronte ad interrogativi spirituali, oltre che scientifici, quindi. Quanto influisce la religione sull’educazione e sulla cultura in Brasile?

“Qualche anno fa il Brasile era considerato il Paese cattolico per eccellenza. La sfumatura di cattolicesimo che c’è in Brasile, però, è molto simile alla religione spettacolarizzata che si trova negli Stati Uniti. Per quanto mi riguarda, anche nella copertina di “Mentalize” c’è un’immagine cristiana: un labirinto. Si tratta di un’immagine utilizzata nel Medioevo dai Templari, in particolare con riferimento alla ricerca del Graal. Ma questo simbolo è stato preso dalle religioni pagane, e solo successivamente incorporato in quella cristiana; allo stesso modo, il cristianesimo ha incorporato in sé concetti che arrivavano dalla filosofia. Indipendentemente da dove arrivi, l’idea che mi interessava rappresentare con il labirinto era quella di ricerca della verità.”

Il rapporto tra religione e scienza è parallelo, in un certo senso, a quello tra rock e musica etnica, che si concretizza nella prima parte di “The Myriad”, un altro dei pezzi più efficaci di “Mentalize”.

“Si tratta della mia canzone preferita di quest’album: alla tradizionale struttura metal vengono mescolati degli elementi di musica tradizionale brasiliana, per ricreare un’atmosfera speciale ed unica.”

Proprio la commistione di generi ha sempre caratterizzato i tuoi lavori.

“Sono cresciuto ascoltando hard rock e musica classica, ma è venuto un momento in cui dovevo decidere quale delle due strade prendere, ed ho optato per la prima. Tuttavia ero convinto che dovesse esserci un modo per utilizzare anche la musica classica: e in effetti gli elementi sinfonici, e anche quelli etnici, creano una combinazione aperta, con un risultato che è sorprendente perché il mix funziona! Va anche detto che il rischio di dar vita, al contrario, ad una commistione quasi caricaturale è sempre dietro l’angolo: è relativamente facile, infatti, prendere il metal ed aggiungerci altri ingredienti, ma bisogna farlo con senso di responsabilità e di equilibrio, evitando di cadere nel ridicolo e ricordandoti sempre che sei una band metal, il resto sono sfumature. Ciò che viene prima di tutto è la musica, e alla base ci sono la capacità di comporre e quella di emozionare, il resto è un di più.”

A questo proposito, visto anche la tua solida preparazione musicale, come affronti il rischio di cadere nel tecnicismo?

“L’importante è mantenere un approccio responsabile, non dimenticare mai da dove vieni, in una parola essere umile. Ovviamente sono favorevole alla ricerca di cose nuove, bisogna osare e shockare, ma se lo shock è fine a se stesso non ha senso: non bisogna mai perdere d’occhio il fatto che non fai musica solo per te, ma per un pubblico.”

Con gli Angra, nella prima metà degli anni Novanta, avete fatto qualcosa di completamente nuovo ed originale. C’è qualche altro gruppo che ti ha colpito per l’originalità, in questi anni?

“La qualità degli album e dei suoni è cresciuta, grazie anche alle nuove tecnologie, ma ho sempre la sensazione che manchi qualcosa: ad essere sincero, penso che a parte i Rammstein – ma si parla di oltre dieci anni fa – non c’è stato molto che abbia catturato la mia attenzione per la sua originalità. Non vedo l’ora di essere sorpreso, ma mi sembra che ai nuovi gruppi interessi essenzialmente suonare sempre più potenti e sempre più aggressivi. E così scopro molto di più andandomi a riascoltare gli album dei miei gruppi preferiti, dai Deep Purple ai Judas Priest, dai Black Sabbath a quello che ritengo il più originale musicista pop, Peter Gabriel. E poi ci sono i Queen, ovviamente.”

Cosa ne pensi di quello che hanno fatto con Paul Rodgers?

“Penso che abbiano affrontato la situazione da una prospettiva onesta e sincera: gli mancava il palco, volevano tornare a suonare dal vivo e per questo soffrivano molto. Essendo musicisti maturi e pieni di rispetto per il loro lavoro e per i propri fan, quando hanno annunciato la loro collaborazione con Paul Rodgers lo hanno fatto presentandolo come uno special guest: Paul Rodgers è un bravissimo cantante, ma decisamente non un clone di Freddie Mercury. Ecco, mi sembra che operazioni di questo tipo siano oneste, al contrario di quanto hanno fatto Journey o Judas Priest, che hanno cercato dei cloni di Steve Perry e Rob Halford. Prendi, invece, gli AC/DC, che con Brian Johnson hanno scelto qualcuno che non cantava affatto come Bon Scott, ma anche gli Iron Maiden, che quando hanno ingaggiato Blaze Bayley hanno seguito la giusta filosofia, secondo me: se poi le cose non hanno funzionato è per altri motivi, ma la scelta di non cercare un clone di Bruce Dickinson era quella più onesta.”

In una tua vecchia intervista ho letto di come “Rio”, da “Time To Be Free”, sia nata dall’influenza esplicita di un film, “City Of God”.

“Non capita spesso che l’influenza sia così diretta, ma in quel caso sì: la mia famiglia viene da Rio De Janeiro, e ricordo la città quand’ero bambino. La società stava attraversando grandi cambiamenti, e ciò viene rappresentato in maniera molto efficace nel film, che mi ha molto emozionato per la sua combinazione di violenza e poesia: trovo che il grande paradosso del lato violento, disgustoso e cattivo dell’uomo unito alla bellezza formale ed al potere della natura sia rappresentato alla perfezione nel film. Il cinema mi ispira molto, vado sempre alla ricerca di nuovi film che non siano quelli hollywoodiani, ma allo stesso modo sono influenzato da arte e letteratura.”

Recentemente hai preso parte a due progetti di musica classica.

“Sì, il primo è stato a novembre, nel sud del Brasile, ed era intitolato “Rock Classics”: concerti in cui storici pezzi rock riarrangiati per l’occasione venivano eseguiti da un’orchestra. Ho avuto, così, modo di cantare canzoni di Pink Floyd, The Who, Led Zeppellin e tanti altri ancora di fronte ad un’audience mista. E’ stato interessante rimettere insieme questi due generi musicali, anche perché in tal modo venivano messe insieme due diverse tipologie di pubblico: gli appassionati di musica classica hanno avuto l’opportunità di rendersi conto di quanto sia potente il rock, mentre i fan del rock hanno potuto esplorare le sonorità di un’orchestra. Il progetto è stato messo in piedi da un direttore giovane, così come quello cui ho partecipato a dicembre nel nord del Brasile: in quel caso si trattava di un omaggio alle mie canzoni, alcune delle quali sono state riarrangiate in versione solo strumentale, mentre su altre sono stato chiamato a cantare. Il risultato è stato così buono che alla fine abbiamo deciso di registrare le performance per una possibile uscita futura in CD o DVD.”

Tornerai in Italia a breve?

“Spero proprio di sì: abbiamo già dei contatti per fare qualche festival estivo, ma contiamo di fare anche qualche data da headliner. Ci vediamo presto!”

 

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

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