Browbeat: Tutta Colpa Di Henry Rollins – Intervista

Browbeat, una delle band italiane che non ci consegnano ai panorami di serie B nel tramutare forza e rabbia in musica, senza mai celare un’identità che spicca a chi li osserva da vicino con qualche punto in meno di superficialità. Siamo entrati un po’ nel merito sia di ‘Audioviolence’ che del gruppo in sé grazie a MV, al telefono.

Con lui siamo partiti dalle considerazioni su quello che è stato il periodo del gruppo in relazione al secondo album: “E’ stata la nascita di un disco naturale, in definitiva. L’uscita dal gruppo di Frank (precendentemente chitarra e backing vocals) è stato un colpo duro per noi come gruppo ma abbiamo proseguito la strada che Browbeat aveva imboccato: una strada conforme a quello che pensiamo. Dal mio punto di vista in particolare volevo esprimermi un po’ di più a livello vocale: provenendo da strati metal e crossover volevo cimentarmi con le aperture melodiche. Non volevamo compromettere l’impatto di Browbeat, ma aggiungere qualcosa soprattutto al cantato. Ci sono pezzi con strutture curate meglio,ad esempio, rispetto a ‘No Salvation’ per essere un po’ meno prevedibili e monolitici, meno scontati se vuoi.”

Meno scontati e forti di un contratto internazionale con Copro Records insieme all’apporto in sede produttiva di colui che ha diretto anche i lavori, fra gli altri, di Earthtone9, Dave Chang: “Al momento non è ancora cambiato nulla in seno al gruppo, a parte l’euforia nell’aver trovato un’etichetta straniera dopo aver chiamato Dave Chang senza avere un contratto. Volevamo un produttore di quel calibro e la scelta era quasi obbligata. Da questa collabroazione è poi nata la firma del contratto con Copro, e la cosa ci sta benissimo: saremmo incoscienti a dire che non siamo soddisfati del risultato. Fra l’altro Chang non è entrato a gamba tesa nei pezzi in fase di prouzione, non li ha snaturati, ha rispettato quello che noi avevamo ed ha messo in luce i pregi di quel materiale aiutandoci ad esprimerci al meglio. E’ un produttore che lascia molta libertà a coloro che suonano. Nel nostro caso ha avuto modo di ascoltare delle versioni demo delle canzoni che sono ora sul disco ed ha iniziato da lì il suo lavoro.”

Un lavoro che prima di chiudersi definitivamente annovera un pezzo “parlato” in italiano che ” è una cosa strana per Browbeat (ride). Ho chiamato un mio amico che divideva con me le parti vocali negli HP il gruppo in cui ero prima di entrare nei Browbeat (di cui faceva parte anche Andrea, attuale batterista in Browbeat, nda). Facevamo crossover con elettronica e due cantati. Loro ora sono tornati in giro, senza me ed Andrea, chitarre e basi elettroniche. Mi piace ancora quello che fanno, onestamente. Lui era il responsabile delle parti parlate dei pezzi e quello che scrive, quel suo stile, continua ad affascinarmi così l’ho voluto in una canzone semplicemente perché siamo rimasti buoni amici. Era originariamente un intermezzo strumentale. Adesso, con l’apporto del parlato italiano, è un esperimento secondo noi ben riuscito. Sicuramente diverso dal resto di quello che viene proposto dal gruppo.”

Un gruppo che ha fatto della rabbia il principale canale di sfogo della propria musica, a livello di musiche, di suoni e di testi perché “C’è più rabbia, è vero, in ‘Audioviolence’. Ho scritto fuori di metafora, tirando fuori opinioni e pareri su temi quali il G8 o lo sfruttamento da parte delle multinazionali ed il concetto di globalbizzazione. Non ho voluto fossilizzarmi, però. Si parla anche di sentimenti quotidiani, ho preferito lasciar perdere concetti generici ed universali puntando su un’attitudine diretta relativa a ciò che mi accade intorno. Come hai detto anche tu, ‘Audioviolence’ è un disco di e nell’odio. Rispecchia quello che è successo e succede. Anche nelle cose nuove che stanno nascendo i testi vanno in quelle direzioni.” Prima di concludere, ci si diletta un po’ per etichette. Dopo averne scartate una dozzina, ci soffermiamo su “hardcore” e “post hardcore” : “Devo onestamente ancora inquadrare un termine come post core. Quello che mi viene in mente è un tempo in cui scoprivo gruppi come i Quicksand, ad esempio. Direttamente discendenti dalla scena hardcore di New York con gli innesti melodici, insomma. In Browbeat c’è sempre quella base hardcore, quella voglia di eliminare le barriere, anche quando siamo su un palco. Ascolto hardcore dalla fine degli anni ottanta ed è sempre stato un minimo comune denominatore anche per la band. Insomma, dopo aver smesso con il succhiotto abbiamo iniziato con Quicksand, in pratica. La nostra attitudine è quella. Sullo stesso piano con il pubblico, anche se sei su un palco, anche se sei davanti a due o a centomila persone: è la gente che fa il concerto e tu sei uno strumento della gente, sei piccolo, non ci sono santi che tengano. Lo stile di vita, poi, è un’altra cosa. Per sommi capi posso dirti che è uno sforzo ad essere positivi nei confronti della vita, almeno secondo me, cercare sempre il bello delle cose e reagire a quelle brutte senza abbattersi. Reagire, certo, soprattutto continuare, risolvere o affrontare comunque i problemi senza mai scoraggiarsi.

Alla fine, secondo me l’attitudine hardcore è facilmente riassumibile in una sola persona: Henry Rollins.”

E’ con questo aforisma che chiudiamo la chiacchierata, attendendo il nome Browbeat sui cartelloni per provare sulla pelle questa attitudine, questa rabbia, questa voglia di hardcore. E, soprattutto, per ascoltare della musica che sia davvero tale alle nostre orecchie.

Alla prossima.

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