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Trivium: “The Sin And The Sentence” , intervista a Paolo Gregoletto

Il conto alla rovescia per conoscere tutti i dettagli del nuovo album dei Trivium “The Sin And The Sentence” è praticamente scaduto. La band americana, qui rappresentata ai nostri microfoni dal bassista Paolo Gregoletto, ha svelato alcuni dei segreti di un album decisamente atteso dai fan italiani. Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con il bassista dei Trivium poche ore dopo la data di Sesto San Giovanni a supporto dei Megadeth (8 agosto a Milano).

Ciao Paolo, prima di tutto parliamo di questo tour, e del concerto svolto insieme ai Megadeth di Dave Mustaine. Come è andato?

Il tour è stato incredibile così come il concerto. Abbiamo fatto molte in giro per l’Europa e siamo stati molto contenti di poter presentare a tutti i presenti alcune delle nuove canzoni che abbiamo registrato per il nuovo album. Ci siamo divertiti davvero tanto anche perché suonare per una platea ampia come quella dei festival è sempre una cosa stimolante e divertente.

Ci puoi raccontare qualcosa del nuovissimo album griffato Trivium?

Siamo una band ci piace suonare musica heavy e al tempo stesso melodica. Credo che il nuovo album sia una chance per dimostrare ai nostri fan che la nostra è sempre in evoluzione. Senza dimenticare il passato.

Parliamo del primo singolo. Una canzone piuttosto diversa rispetto quanto da voi proposto nel precedente lavoro da studio. Un mix di elementi che unisce approccio heavy, parti melodiche,  altre neoclassiche ed altre estreme. Secondo voi è una canzone che rappresenta appieno il nuovo album oppure e come avete affrontato a livello compositivo una canzone del genere?

Penso che sia un buon biglietto da visita per il nuovo album, ma penso che una canzone sola non possa dare il quadro generale di una situazione che non è così facile da descrivere nei pochi minuti di “The Sin And The Sentence”. Avevamo molte idee in testa, molte cose da provare e mixare insieme per così dire. Abbiamo lavorato molto e ci sono certe cose come alcune la parte neoclassica che può ricordare qualcosa dei Rainbow di Ritchie Blackmore.  Miscelare idee, farle diventare proprie attraverso il lavoro e la capacità di trasformarle in qualcosa di mai sentito. Questa secondo noi è la filosofia che si nasconde dietro il nuovo album.

Parliamo anche del video ed andiamo un pochino più a fondo anche del testo. Cosa ci puoi dire a riguardo?

Posso raccontarti del testo con più precisione, perché per quanto riguarda il significato del video posso dirti che è una visione complessa, come una versione del metal seguendo lo stile di David Lynch. È sicuramente un video particolare ed il regista ha fatto davvero un ottimo lavoro. Per quanto riguardo il testo è una sorta di concept che parte dalle mie letture riguardo la caccia alle streghe. Cerca di raccontare di come certe persone possano attaccarne altre solo perché hanno idee che non sono comuni o condivise. Sono idee che avevo in testa ed ho cercato insieme alla band, costruendo una metafora per dire che c’è sempre qualcuno che ti attacca perché ha idee che sono diverse dalle tue. Possiamo quindi dire che parla in un certo senso di quel “maccartismo” latente che è parte delle nostre società.

In questo album sei entrato molto più addentro nella composizione del nuovo materiale. Cosa è cambiato quindi nella band e nell’approccio compositivo?

Sono stato sempre coinvolto, ovviamente, ma questa volta anche c’è stato qualcosa in più che è venuto certamente in maniera naturale. Preparando il nuovo materiale ti posso dire che ho letto molto ed ho osservato il mondo cercando ispirazione e tutto questo è stato preso in considerazione. Dal punto di vista musicale come band abbiamo cercato di lasciare aperte tutte le strade, cercando di valutare con attenzione tutte le opzioni che ci siamo trovati davanti nel corso del lavoro di costruzione delle nuove canzoni. Abbiamo lavorato come entità unica capace di unire le buone soluzioni proposte da ogni membro dei Trivium insomma.

Dalla nostra ultima intervista con voi è passato un po’ di tempo, e nel frattempo ora avete anche un nuovo batterista, Alex Bent. Ci puoi raccontare qualcosa di lui?

È davvero un batterista di talento ed è stato davvero importante averlo incontrato. Mi piace molto il suo modo di suonare la batteria e questo suo modo di approcciarsi allo strumento lo puoi sentire nel nuovo album visto che il suo strumento è uno dei protagonisti delle nuove canzoni. Una persona cha lavora molto, umile, parte di una famiglia. E questo non può che farci piacere, anche perché quando abbiamo suonato con lui per la prima volta è stata come una rivelazione.

Negli ultimi giorni (ricordiamo che l’intervista è stata fatta a metà agosto) avete annunciato un tour negli States insieme agli Arch Enemy. Ci possiamo aspettare qualcosa di simile anche per l’Europa?

Sì qualcosa succederà l’anno prossimo. Stiamo cercando di trovare i giusti compagni di strada per così dire. Speriamo di poter trovare qualcuno di assolutamente stimolante, e siamo sicuri che andrà così. Per quanto riguarda la struttura vera e propria dei live, suoneremo tante canzoni. Ovviamente le nuove senza dimenticare il materiale che è parte ormai del nostro repertorio classico.

Avete intenzione di unire a tutto questo uno stage particolarmente d’effetto?

Abbiamo già molte idee, stiamo valutando opzioni anche perché questo potrebbe essere il nostro tour più importante come headliner.

Paolo, siamo alle battute finali. Un messaggio per i fan italiani?

Grazie per il vostro sostegno, supporto ed amore. Grazie!

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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