The 69 Eyes: “27 & Done” – Intervista a Jyrki 69

A tre anni di distanza dall’uscita dell’ultimo “Universal Monsters”, i finlandesi The 69 Eyes sono tornati con il loro nuovo disco “West End”, che celebra anche il 30esimo anniversario di attività della band.
E bisogna ammetterlo: parlare con
Jyrki 69 è sempre un piacere.
Con la sua solita gentilezza, incredibile passione e loquacità, il carismatico frontman ci ha accompagnati in un viaggio sospeso tra passato, presente e futuro dei vampiri di Helsinki. Un viaggio emozionante, in cui una velata malinconia serve solo ad aggiungere quel tocco in più ad una già piacevolissima chiacchierata.

Ciao Jyrki, innanzitutto grazie come sempre per il tuo tempo! Eccoci qui a tre anni di distanza dall’ultimo album dei The 69 Eyes, “Universal Monsters”: è arrivato il turno del vostro nuovo disco, “West End”. Intanto, cos’è successo in questi tre anni?

Grazie a te per la pazienza e per il tuo interesse nella nostra band! Come per la gran parte dei gruppi, siamo stati in tour e abbiamo suonato quanto più possibile in giro per il mondo. Circa un anno e mezzo fa abbiamo ripreso a lavorare su della nuova musica, ma ci è voluto un po’ di tempo perché il disco fosse pronto. Alcune band, soprattutto nella scena heavy metal, funzionano come delle fabbriche: pubblicano un disco, poi vanno in tour, fanno un break e ricominciano a lavorare su un nuovo disco e così via. Per noi non è così, noi lo facciamo perché questo è il nostro stile di vita; qualcuno di noi ad un certo punto ha iniziato a scrivere della musica e ci siamo ritrovati a registrare; per qualche motivo ci è voluto un po’, considera che io avevo terminato di registrare le mie parti vocali circa un anno fa.
Eppure sto già parlando con il nostro chitarrista per mettere giù quei riff che non sono finiti nel disco, per lavorarci ancora in vista di una futura pubblicazione. Il tempo passa molto veloce, non voglio ritrovarmi a parlare con te del nuovo album nel 2022, sarebbe bello riuscire a parlarne prima! Noi vogliamo creare nuova musica, per i nostri fan che la amano e che sono cresciuti con lei. In questi tre anni sono cambiate molte cose anche nel music business: banalmente, sono nati nuovi termini per parlare della musica stessa.
Oggi ci sono circa 45.000 playlist solo su Spotify: tutte sono monitorate da qualcuno, ma la nostra musica non si troverà mai in una di queste playlist; metti il caso che la tua musica sia sulla playlist “heavy metal summer 2019”, le persone la ascolteranno, ma saranno ascoltatori passivi, che riconosceranno una canzone una volta ogni tanto, senza conoscere il tuo nome o scoprire la tua musica grazie a questi ascolti. Le persone che ascoltano la nostra musica, invece, lo fanno da 20 o 30 anni! Ci ascoltano di proposito, scelgono la nostra musica in streaming o addirittura comprano i nostri dischi. Vengono ai nostri show e a noi piace suonare le canzoni che loro vogliono ascoltare. Si tratta di un pubblico ben definito.
Quando pubblichiamo un disco, non ci aspettiamo di arrivare a tanti nuovi fan: ci può essere qualche ragazzino che ha iniziato a vestirsi di nero e ci ha scoperti così, ci sono sempre dei ragazzi giovani o teenager ai nostri concerti, il che è fantastico, ma di solito abbiamo la nostra audience. Questo mi è diventato particolarmente chiaro negli ultimi tre anni. Anzi, ancor di più nel corso dell’ultimo anno. Ho compiuto 50 anni e il mio focus è chiaro oggi più che mai: ho scoperto cosa vuol dire per me, per la mia vita, essere un rocker e perché lo sono. Io amo la strada, ho imparato ad amarla e adoro esibirmi e suonare la mia musica per il pubblico. Tre anni fa non era così chiaro come lo è oggi: amavo registrare, essere in studio, ma oggi per me è chiarissimo ciò che voglio fare. Essere nel backstage e sul palco, suonare per chi è venuto ad ascoltarci, è una cosa fantastica ed è fantastico sapere che il giorno dopo saremo in un posto nuovo.
Mi sento privilegiato perché è ciò che ho fatto negli ultimi 30 anni, soprattutto negli ultimi 20 a dir la verità, perché per i primi 10 anni della band abbiamo più che altro lavorato a definire il nostro sound e cercare di guadagnare popolarità. Quindi ecco cos’è successo nella mia testa in questi tre anni, e sono certo che questa nuova consapevolezza influenzerà il futuro mio e della band; sai, recentemente ho detto al nostro produttore che “Universal Monsters” è stato il nostro peggior album, mentre “West End” è il migliore: che sia vero o no, volevo solo vedere la sua reazione.
Ma perché non dirlo? Sicuramente è una cosa molto interessante da scrivere nelle interviste e magari c’è anche un po’ di verità in queste parole.

“West End” ha sicuramente i tratti distintivi del sound dei The 69 Eyes, ma allo stesso tempo riserva delle sorprese. Parlami un po’ delle scelte stilistiche che avete fatto…

Hai ragione, è un disco che rispetta il nostro sound come sempre, ma innanzitutto è più orientato alle chitarre, ed effettivamente le parti di chitarra sono state registrate molte volte. Io ero piuttosto annoiato a dir la verità, ma il risultato è un lavoro di chitarra molto accurato, che caratterizza molto bene l’intero disco.
Per tenermi impegnato durante le registrazioni degli altri, ho contattato un paio di amici di vecchia data: ad esempio Dani Filth, che conosco dalla fine degli anni ’90, e Wednesday 13. In passato siamo stati in tour con le loro band, ma non li vedevo da almeno 10 anni. Ci siamo incontrati ad Hollywood l’anno scorso, ci siamo messi a parlare del più e del meno e abbiamo parlato di una collaborazione. E così è nata “The Last House On The Left”: io e Wednesday abbiamo scritto il testo insieme, volevo che fosse coinvolto fin dall’inizio, ma avevamo bisogno di una voce femminile. E abbiamo pensato a Calico Cooper! Devi sapere che lei compariva nel video di “Never Say Die”, che abbiamo girato a Los Angeles; c’è una scena in cui la band suona nella notte vicino al fiume di LA e ci sono degli skater e delle ballerine intorno a noi. Una delle ragazze che saltano da una parte all’altra era proprio lei, ma noi non lo sapevamo! Qualcuno ce lo ha detto dopo l’uscita del video, “ehi, c’è la figlia di Alice Cooper che salta in giro nel vostro video” e noi eravamo increduli. Alla fine questo disco è stato tutto un affare di famiglia, non abbiamo invitato altri artisti o fatto determinate cose perché volevamo avere più attenzione; è stato perché siamo amici ed era una cosa divertente da fare. Sentivo davvero la mancanza di questi ragazzi! Come se non bastasse, ci siamo ritrovati ad avere tutti lo stesso management, The Oracle Management, presieduto da Dez Fafara dei Devildriver, così ora siamo anche nello stesso team. Diciamo che tutto è andato come doveva andare e credo che ad un certo punto il prossimo anno potremmo anche fare un tour insieme, anche se non c’è niente di sicuro o annunciato. Come ai vecchi tempi, perché no. 

Sarei molto curiosa di approfondire anche l’artwork di “West End”; sulla copertina del precedente album c’eri tu, oggi invece troviamo un’immagine molto minimalista. Qual è il suo significato?

Wow, grazie mille, è la prima volta che qualcuno usa questa parola per descriverlo, è bellissima. Ma è naturale, sei italiana…
Un mio amico, Jiri Geller, aveva una band punk agli inizi degli anni ’90, ma poi si è dato alla scultura. Non lo vedevo da circa 20 anni, ma un giorno ho visto delle sue sculture in stile pop art, molto belle, e l’anno scorso l’ho incontrato per caso dopo anni. Abbiamo parlato e gli ho chiesto se potevamo usare una sua scultura come artwork. Ha insistito per creare qualcosa di nuovo e mi ha chiesto quale fosse il titolo dell’album. Gli ho detto che era “West End”, che aveva un’idea quasi apocalittica alle spalle, e lui ha creato questa scultura molto grande, le dimensioni sono quelle di un uomo, con cinque palloncini neri, come in un funerale. L’artwork è una foto della scultura stessa.
La mia idea era di portare qualcosa di nuovo nella scena: i cliché mi piacciono, sono fighi, ma stavolta volevamo davvero allontanarci dal solito immaginario delle rose o delle candele in copertina. Ci piaceva l’idea di una persona coinvolta nella scultura, un’altra che la fotografasse e una terza che creasse il design dell’immagine: se vedessi la versione del digipack noteresti ancora maggiori dettagli; l’autore del design di copertina è un altro amico, un artista underground finlandese, è lui che ha aggiunto i colori, la versione rivisitata del nostro logo e altri elementi. Anche in questo caso, sono stati coinvolti amici provenienti dalla scena finlandese: come con Wednesday e Dani, è stato tutto un affare di famiglia.

Hai detto di aver scritto parte dei brani ad Hollywood, ma poi quando sei tornato in Finlandia, non ti sentivi più ispirato da quanto avevi composto. Salvo poi cambiare di nuovo idea quando sei tornata negli Stati Uniti. Come mai?

È andata così: stavo facendo festa a Los Angeles, sono tornato nel mio hotel, il sole stava sorgendo e ho deciso di lavorare un po’ su alcuni demo che avevo con me, pensando di poter essere ispirato da tutta la situazione. Ho fatto così, ma poi sono tornato a casa e ho pensato che il risultato fosse terribile: ho chiamato Johnny Lee Michales, il nostro produttore, e gli ho detto che quelle canzoni non avrebbero funzionato.
Poi però sono tornato a fare festa, ho riascoltato quelle stesse canzoni e le ho trovate davvero belle! Credo fosse per via della situazione: dovevo riascoltare quella musica in un momento magico che era tutto nella mia testa, tra le feste di Los Angeles, con il sole che tramonta sul Sunset Strip. Mentre in Finlandia era Novembre, sempre così buio…è una storia divertente da raccontare in effetti, anche perché è andata davvero così!
A volte ho bisogno di andare in qualche posto particolare per trovare l’ispirazione. Certo, può accadere anche quando sono a casa, deve esserci la giusta vibrazione spirituale; questa volta ho pensato che fosse molto divertente, perché davvero la mia percezione dipendeva dal contesto. Ad esempio, “27 & Done” è perfetta per il Sunset Strip, mentre a casa mi sembrava old fashion, terribile. Quindi quello è stato uno dei brani che ha necessitato di parecchi viaggi perché ne cogliessi davvero il potenziale.

Quando ci siamo parlati l’ultima volta nel 2016, stavi scrivendo un libro sulle tue avventure da rocker, e mi risulta che sia stato pubblicato. Raccontami un po’ come è andata.

Il libro è uscito nel 2017: volevo cimentarmi nella scrittura per la prima volta e quindi è stato facile parlare di cose che conoscevo, come le mie piccole avventure nel mondo, a Roma, a New York…della mia vita, insomma. Non è né una storia della band, né un libro di memorie, è un insieme di esperienze che arrivano dal mondo del r’n’r e che ho fatto in vari paesi. Sai, ero vicino ai 50 anni e ho pensato che fosse un buon momento per scrivere un libro.
Dopo di che, ho pubblicato un album solista intitolato “Helsinki Vampire”, sempre prodotto da Johnny Lee Michaels: nel 2018 ho fatto un tour negli USA con una band che comprendeva ragazzi degli L.A. Guns, Faster Pussycat, Devildriver. Abbiamo suonato alcuni miei pezzi solisti e dei The 69 Eyes, ma anche di Danzig e Doors, è stato molto figo. E per me è stato anche un modo per riportare i The 69 Eyes negli Stati Uniti, cosa molto importante perché non ci andavamo da una decina d’anni.
Dez Dafara ha visto che facevo molto avanti indietro e che non me la cavavo male con i miei progetti, per cui ci ha deciso che era tempo di tornare negli USA anche come band. Così abbiamo fatto un tour lo scorso Aprile-Maggio dopo dieci anni ed è stata l’esperienza più bella della mia vita fino ad ora!

I The 69 Eyes sono arrivati al loro 30esimo anniversario, sempre con la stessa lineup e con la stessa passione. Qual è il segreto della vostra band?

In realtà all’inizio non volevo nemmeno parlare di questo anniversario, non mi sembrava una cosa bella o interessante: ho pensato che potevamo far uscire il nostro nuovo album come al solito e che magari nessuno avrebbe realizzato che erano trascorsi 30 anni dalla nascita della band. O almeno così credevo. Poi sempre lui, il nostro nuovo manager, mi ha fatto notare che eravamo ormai leggendari, che i nostri fan ci amavano proprio per questo, e che dovevamo festeggiare questo traguardo. Abbiamo pensato di celebrare l’anniversario con un documentario, che uscirà in versione Blu-Ray insieme al disco, che racconta i 30 anni dei The 69 Eyes. Ci saranno interviste e materiale raccolto in tutti questi anni.
Parlando invece del nostro segreto, della nostra storia, ti racconterò come è andata dal mio punto di vista. Quando abbiamo iniziato alla fine degli anni ’80, amavo il r’n’r e, in quegli anni, volevo sembrare parte di una band. Così, ho cominciato a vestirmi come un rocker e dovunque andassi, Roma, New York, Helsinki, tutti mi parlavano, mi dicevano che sembravo una rockstar, mi chiedevano quale fosse la mia band. Ma io non ne avevo una.
Allora ad un certo punto ho pensato che avrei dovuto fondare una band: ho incontrato questi ragazzi che avevano lo stesso desiderio, ma non avevano un cantante per il loro gruppo. All’epoca disegnavo fumetti, per cui all’inizio ho semplicemente creato la grafica per dei loro flyers, ma poi abbiamo fatto delle prove e mi sono ritrovato ad essere il loro cantante temporaneo. Senza che me ne accorgessi, abbiamo iniziato a fare cover di artisti come Alice Cooper, Iggy and the Stooges, New York Dolls e cose così.
Non avevamo ancora un nome definitivo, eravamo i The 69 Eyes, ma era un nome temporaneo, con un cantante temporaneo. E 30 anni dopo, eccoci ancora qui.
Ma il punto era che volevamo essere in una band. In realtà è il miglior modo per rimorchiare: vedi una bella ragazza, vai da lei e le dici “vuoi venire a vederci suonare? Posso inserirti in guest list”. Magari funziona ancora, non ci provo da un po’.
E poi ci ritrovavamo nei rock bar ed eravamo una gang, una famiglia, eravamo uniti e le persone lo vedevano; all’improvviso potevamo incontrare altri artisti in giro per la Finlandia, potevamo vedere gratis le nostre band preferite perché suonavamo negli stessi festival, potevamo esibirci in posti che avevamo solo sognato, visitare nuovi paesi. E tutto è nato dal semplice desiderio di avere la frase giusta per rimorchiare le ragazze e un gruppo per stare insieme. Per noi non è mai stato e mai sarà un lavoro, abbiamo iniziato perché volevamo appartenere a qualcosa. Volevamo una gang. E quella gang erano i The 69 Eyes.

Se potessi tornare indietro nel tempo e parlare con un giovane Jyrki 69, alla luce della tua vita fino ad oggi, che cosa gli consiglieresti, personalmente e professionalmente?

Trasferisciti a Los Angeles. Vai negli Stati Uniti e non tornare indietro. Gli direi semplicemente: “Go West, young man”.

Tornerete in Italia a Novembre: cosa potranno aspettarsi i vostri fan italiani dallo show di Parma?

Sarà fantastico tornare in Italia. Siamo certi che i nostri fan verranno a celebrare con noi la nostra lunga relazione con i vampiri italiani: sarà una fottutissima festa, esattamente come quelle che facevamo con voi negli anni ’90. Esattamente come nel 1989.

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

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