Devin Townsend: “Terria” – Intervista

Devin Townsend è tornato, il suo nuovo album si intitola ‘ Terria’ e noi abbiamo pensato bene di fare due chiacchiere col folle-geniale musicista canadese per capire meglio cosa sta succedendo nel suo mondo e nel suo modo di fare musica. ‘Terria’ infatti è un crocevia di spunti, generi, idee, rimandi alle sue produzioni precedenti, il tutto condito dalla strabordante personalità e genialità di Devin. Un lavoro affascinante e onirico, un nuovo tassello che va ad aggiungersi al mosaico Townsend…

Il tuo nuovo album ‘Terria’ è uno dei lavori più intriganti dell’ultimo periodo, eppure di nuovo ai cambiato le carte in tavola. Ogni volta avere fra le mani un tuo album è un nuovo viaggio verso l’ignoto. Ormai è diventata un’abitudine, continuerai anche in futuro?

“E’ quello che spero di fare. Cambiare di continuo, riuscire ogni volta a dare qualcosa di diverso, di nuovo. Oggi esiste un sacco di materiale che ho scritto che è già stato pubblicato e se vado a riguardalo tutto, in esso trovo sempre qualcosa di me. Ci sono sempre io, ma in modo diverso. Al contempo però ci sono anche delle costanti. Per esempio il suono o il mixaggio. Io amo un suono ampio e brillante. E’ vero però che ci sono cose che cambiano, ma credo anche che chi mi ascolta sia capace di seguirmi ovunque io vada, anche se non sono sempre le stesse direzioni.”

Il problema diventa individuare di volta in volta l’obbiettivo successivo. Questa volta per esempio che cosa ci dovremo aspettare?

“Credo un altro disco molto heavy. Magari potrebbe essere anche un album degli Strappino Young Lad. In questi giorni vedo tutte queste immagini di guerra, morte e distruzione… e credo proprio che il prossimo disco sarà un disco dal sound guerriero.”

Parlare di guerra? Credi sia il momento giusto per parlare di guerra?

“Credo di si. Bisogna parlare di guerra. Se non lo facessimo sarebbe come accettare di ignorarla, sarebbe come mancare alla propria natura di artista. Credo che ogni musicista abbia il dovere di rappresentare il proprio tempo, di trasferire nel proprio lavoro le sensazioni e le immagini che gli passano davanti agli occhi. Sto già scrivendo il materiale per il nuovo album e non penso sia giusto lasciare che il mondo che vedo ne rimanga fuori. Bisogna vedere che cosa succederà, dobbiamo ancora capire se questa non possa essere addirittura la fine del mondo.”

Tornado al disco, l’hai intitolato ‘Terria’, che cosa significa?

“Prima ancora che all’idea di terra, che poi è il più ovvio dei significati, ‘Terria’ è un nome di donna. Credo che questo album contenga una sorta di energia femminile. E’ un disco soft… duro, ma al contempo anche con della dolcezza.”

C’è un legame tra questa dolcezza ed il fatto che dopo anni passati a far parte di band oggi per la seconda volta ti ripresenti al pubblico con un album con il tuo nome e basta?

“Fondamentalmente penso che i dischi precedenti con le altre formazioni siano stati un errore. E’ vero esistevano nomi di band, ma erano comunque dei solo project e questo a mio modo di vedere ha creato solo della confusione.

Ai tempi le case discografiche cercavano soprattutto di raggiungere il pubblico heavy e non volevano innescare delle impressioni errate, in particolare non volevano connessioni con Steve Vai e siccome il mio nome era legato alla partecipazione al suo album avevano paura che questo generasse un’ incomprensione di partenza. Strappino Young Lad o Ocean Machine o Devin Townsend, nomi diversi è vero, ma la sostanza era la stessa. Oggi uscirebbero tutti come Devin Townsend, sarebbero degli album solisti… anche se già lo erano. Diciamo che era solo un problema di confezione, ma in concreto non cambiava niente.”

Sull’album hai inserito una canzone intitolata ‘Canada’, perché scrivere un pezzo sul tuo paese d’origine?

“Eravamo in tour, in Canada appunto, era mattina presto ed eravamo in macchina, io ed il bassista. Lui guidava ed io stavo sul sedile del passeggero. Mentre si viaggiava abbiamo visto il sole nascere e ci siamo detti: Wow che paese meraviglioso… è stata una sensazione. E’ quello il momento in cui m’è venuto in mente anche il titolo del disco. Quella è la sensazione che bene o male lega un po’ tutto il disco.”

Ami molto il tuo paese?

“Come tutti. E’ solo un paese, ma quando sono qui mi sento a casa, un po’ come se fossi al riparo dai guai. Cammino per le strade e la gente sa che sono canadese… così non gli viene in mente di picchiarmi (ride).”

Hai cominciato la tua carriera quando eri ancora un ragazzo ed oggi di ritrovi con diversi anni di esperienza sulle spalle ma anche la fortuna di continuare ad essere giovane. Credi di essere cambiato o che le cose si stiano modificando rispetto ad un tempo?

“Si. Tutto si sta lentamente perfezionando. Ho dovuto arrivare a 26 o 27 anni di età per arrivare a imparare la musica, a conoscerla veramente e credo che ce ne vorranno ancora per imparare a suonare dal vivo nel modo giusto. ‘Terria’ rappresenta un momento di passaggio. Come dicevo sto cercando di raggiungere la perfezione in quello che faccio. Dal vivo comincio ora ad evere il perfetto controllo come della respirazione, dell’efficacia delle parole. Poco per volta credo di avvicinarmi sempre più alla “confezione” di un prodotto completo. Oggi so di essere in grado di controllare a pieno la mia musica. So esattamente quello che faccio e quello che voglio ottenere e questo mi consente di andare più a fondo nelle cose, ma come dicevi sono ancora sufficientemente giovane per potermi ancora estraniare con le cose più belle della vita legate alla mia età .”

Una delle opinioni maggiormente condivise sul tuo lavoro ti ritiene un musicista in grado di spaziare riuscendo ogni volta a proporre qualcosa di diverso. Ti senti orgoglioso si essere un artista tanto eclettico?

“E’ una medaglia con due facce. Da un lato c’è la grande fortuna di poter esplorare di volta in volta quello che veramente sento, di poter spaziare espressivamente, ma dall’altro c’è sempre il rischio di allontanare il pubblico, di non riuscire a trascinare con sé chi ascolta. Credo che di disco in disco la gente che mi segue ha sempre la necessità di sentire il lavoro prima di decidere se gli piace o no. Non è una scelta, ma è quello che mi esce in modo spontaneo, è la natura delle cose a cambiare, la mia sensibilità ad evolversi e questo non può essere automatico anche nel pubblico. Comunque è fantastico, chi mi segue lo fa sempre con convinzione.”

Ma in music business dove si cerca sempre di creare generi e sottogeneri, in una panorama fatto di riferimenti precisi non è forse pericoloso essere così indipendente?

“Il problema è sempre lo stesso. Devo scrivere musica per chi mi segue o per il pubblico in generale? Per me stesso o per gli altri? Io ho fatto la scelta di seguire quello che mi viene naturale, non forzo nulla, di volta in volta vediamo quello che succede. Onestamente io credo di dover scrivere per le persone che hanno voglia di capire, di andare oltre, non per quelli che potrebbero seguire, accodarsi… per la corrente. E’ inutile cercare di raggiungere il maggior numero di persone se poi queste non sono in grado di capire quello che faccio. I dischi sono lì per essere ascoltati, ma devo essere le persone a scegliere se a loro piace o no. Non io.”

Credi che il contesto naturale delle tue canzoni sia il disco o il palco dal vivo?

“Entrambi e deve essere così. Purtroppo ‘Terria’ soffre questa situazione. Le composizioni ed i suoni dell’album hanno dei problemi ad essere riproposti dal vivo e credo che sarà uno degli aspetti su cui mi concentrerò di più in vista del prossimo lavoro. L’obiettivo deve essere quello di avere materiale in grado di mantenere la stessa intensità sia su disco che dal vivo senza che si renda necessario un adattamento.”

Non credi che con l’evolvere della tua musica possa rendersi necessario costruire attorno ad essa uno show a 360°, capace di integrare il suono con un’adeguata atmosfera?

“Penso che il prossimo passo sia quello di dividere la mia attività in due rami separati, uno più progressivo e l’altro più heavy. Siamo appena stati in Australia a suonare dal vivo e le cose sono andate alla grande. Credo che fondamentalmente la buona riuscita di un concerto sia comunque legata alla dimensione del pubblico. Di fronte ad una grossa audience le cose sono sempre migliori, hanno un impatto più efficace. Quando vedo le foto dei festival in Giappone con centinaia di migliaia di persone che assistono ai concerti sento proprio che è quella la giusta dimensione… quello che io voglio fare ed ottenere. Io cerco di scrivere le canzoni per quella dimensione di concerto.”

Dopo tutte le tournée che hai fatto, dal tuo punto di vista qual è il paese che ti sembra il migliore in cui esibirsi?

“Credo che tutti i paesi siano fantastici. Ma sono tutti diversi fra loro. Ci sono nazioni in cui la gente si scatena di più e che sembrano apprezzare di più, altre meno, ma nella loro diversità hanno tutte qualcosa di meraviglioso.”

Anche se la tua musica non è così immediata?

“E’ divertente… hai ragione, ma è anche vero che chi viene ai miei concerti è così presa da quello che faccio, conosce così bene quello che ho scritto che l’armonia tra noi e loro è perfetta. Non ho un pubblico così vasto, ma chi mi segue ha un tale entusiasmo per quello che faccio che ogni volta si sprigiona una tale energia che non sento la mancanza di chi non c’è.”

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Devin Townsend – Recensione: Terria

Aveva ben ragione il buon Devino ad essere entusiasta e completamente catturato dalla realizzazione del suo (allora) nuovo ‘Terria’, quel disco "marrone", basilare, sadico come lui stesso ci ha abituati, spiazzante. Chi intende trovare traccia di Strapping Young Lad o Physicist ha sbagliato tutto, qui la versione del "nuovo" Devin si pone al di sopra di tutto e di tutti, Semmai qualche linea la si riesce a tracciare con gli Ocean Machine, ma sarebbero a volte forzature che non renderebbero giustizia alla sana melma che riempie le nuove (lunghe) composizioni del canadese. Un artista a tutto tondo, che riscopre il gusto per le chitarre, per un cantato meno urlato, per un atteggiamento schizzato al quale non eravamo così tanto abituati né nelle linee melodiche né tantomeno in quelle musicali che sorprendono, che da tranquille impazziscono preda di isterismi di uno spartito scritto rispondendo ai canoni del caos ordinato. Arrangiamenti vocali da salto sulla sedia, un mondo fin troppo ben illustrato nell’artwork di Travis Smith che gioca la sua parte nell’economia di un lavoro che ha troppe sfaccettature per essere semplicemente raccontato, che non si pone alcun confine, che è pesante ma mai logorroico, a partire dall’aperitivo offerto in apertura alla conclusione:"You don’t know". Un disco che, in ultima analisi, potrebbe essere l’unica colonna sonora per un primo piano dell’entropia. Addirittura epico nell’incedere di ‘Earth Day’, che entra pian piano nella testa, che richiede attenzione, che regala momenti di ‘Deep Peace’ appunto, ma che strattona con immensa foga per tutta la durata del (lungo) lavoro. Insomma, un lavoro ostico, ma che "come ai vecchi tempi" – direbbero i nostalgici – ti fa venire la voglia di capirlo, di subirlo ancora, per scoprire se quello che hai in mano è l’opera di un genio o solo un pugno di terr(i)a. Noi propendiamo per la prima ipotesi. Voi desiderate un’oliva?

Voto recensore
8
Etichetta: Inside Out / Audioglobe

Anno: 2001

Tracklist:

Olives / Mountain / Earth Day / Deep Peace / Canada / Down And Under / The Fluke / Noboy’s Here / Tiny Tears / Stagnant (disc 2 limited edition: Universal + multimedia section with Devin Townsend Live In Tokyo 1999: Intro/ Seventh Wave / Regulator / Truth / War / Hide Nowhere and audio commentary from Devin on the making of Terria)


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