Tarchon Fist: “Heavy Metal Black Force” – Intervista alla band

Ci avevano promesso tre album, ed eccoci qua, il terzo lavoro è arrivato. Ancora diverso dai due precedenti, nelle tematiche dei brani, negli autori e nella formazione rimaneggiata, i bolognesi Tarchon Fist ci mostrano luci e ombre di una certa frangia dell’heavy metal italiano, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. “Hevay Metal Black Force”, di sicuro, non è un disco da prendere sottogamba, non bisogna fermarsi al primo ascolto, come non bisogna fermarsi all’apparenza per quanto riguarda la band in sé. La sintesi della conversazione, lunga e pienissima di spunti, avuta con tre quinti dei Tarchon Fist (ovvero Lucio Tattini, chitarra, Wallace, basso e Dr. Rix, chitarra), dimostra infine come si possa cominciare da una domanda apparentemente semplice e poi arrivare da tutt’altra parte.

Il nuovo album, oltre che ad alcune modifiche nella formazione, ha portato anche a un cambiamento nel vostro look. Le foto promozionali vi mostrano infatti con indosso abiti militari ed armi imbracciate. Che cosa significa tutto questo?

(Lucio Tattini) Il look militare è dato dal fatto che tutti i giorni che ti alzi cominci a combattere. Il metallaro deve combattere per qualcosa, altrimenti che senso ha? Il metallaro è contro. Il senso del nostro look militare è partito da quello.

(Dr. Rix) Molti, fraintendendo, ci hanno dato contro, più di uno ci ha dato dei guerrafondai. Invece non capiscono che non è assolutamente collegato a questo.

(Wallace) E’ uno stile più paramilitare, è una reazione a un’oppressione, che sentiamo soprattutto adesso che la musica d’autore è schiacciata completamente. Come in Italia si propone solo il pop, a livello metal adesso si propone solo la cover, non c’è praticamente spazio per la musica d’autore, quindi devi lottare con le unghie e con i denti per poterti ritagliare il tuo spazio.

(Dr. Rix) Noi ci siamo dichiarati sempre a favore della musica propria. Infatti, la canzone “Heavy Metal Black Force” (che dà il titolo all’album, ndr) punta il dito contro le cover band, il testo è molto esplicito.

(Lucio Tattini) Il problema non sono le cover band. Le cover band sono realtà che creano i musicisti perché la gente vuole quello, quindi il problema non è la cover band, il problema è la gente. Il metallaro medio ha un difetto: segue tutti i movimenti. Adesso, per esempio, c’è stato chi ha avuto molto da ridire contro la musica folk, perché porta via pubblico al metal, ma perché il metallaro medio va a vedere i gruppi folk e non altri? Semplicemente, per me, perchè trova serenità, perché va in una situazione che non è metallara, quindi non deve giudicare nessuno, non è giudicato da nessuno, sta bene e trova della gente, perché in questo momento è quello che va. È un tipo di concerto in cui si può andare senza dover per forza dire: oh, quel chitarrista ha sbagliato, l’ho sentito, hai sentito che ha sbagliato? L’ho anche registrato e fotografato mentre sbagliava la nota! Succede, soprattutto se vieni a vedere i Tarchon Fist, perché non siamo sicuramente (senza togliere niente a nessuno) musicisti che cambiano la storia della musica. Però, quando punti tanto sullo show, suoni, hai i fuochi, fai tutto da solo perché hai guidato, scaricato, montato, fai tutto sul palco, e poi rismonti, ricarichi tutto, riporti a casa e ricarichi tutto…certo che se noi potessimo arrivare il giorno prima, dormiamo in albergo, tutti ti montano le cose, tu vai lì, controlli che vada tutto bene, suoni e torni a casa, se fosse il nostro lavoro…basterebbe avere la possibilità di fare un vero show. Non è possibile, va bene così, va bene lo stesso. Normalmente, se vado a vedere un concerto, anche se ultimamente non ho molto la possibilità cerco sempre di divertirmi. È chiaro che si è in pochi, creare un movimento è difficile e probabilmente non siamo neanche noi le persone in grado di creare un movimento, però ti garantisco che quando ci muoviamo, sono momenti indimenticabili, per noi e per gli altri.

(Dr.Rix) Il problema è che oggi, se tu vuoi vivere di musica, sicuramente non puoi fare soltanto i tuoi pezzi, anche se è la cosa che preferisci. Per me i Tarchon sono al primo posto, come mia forma di espressione come musicista, però, se voglio sopravvivere come musicista, devo fare lezione ai bambini, ai ragazzi, e ho dall’allievo che non riesce a tenere il plettro in mano e mi dice che vuole suonare i Judas Priest, alle bambine di 7 anni a cui devo far fare Frà Martino. Ho suonato in tante situazioni, ho suonato pop, blues, e fino a qualche tempo fa c’era un riscontro economico, perché quando non c’era la fame che c’è oggi riuscivo ad essere pagato e ad avere anche il rimborso spese, cosa che oggi non succede più.

Di cosa parlano quindi i brani di “H.M.B.F.”?

(Lucio Tattini) A parte “Play It Loud” e “I Stole A Kiss To The Devil”, che sono gli apripista, pubblicati ancora prima che uscisse l’album, la lotta è sicuramente un tema importante, ma ce ne sono anche altri. C’è “Sweet Lady Rose”, che è nata dalla mia visione del film “L’esorcismo di Emily Rose” e che Sergio ha poi realizzato benissimo scrivendone il testo. “All Your Tears” parla invece della strage di Nassirya vista certi punti di vista un po’ diversi dal solito. Ho immaginato una donna, a cui è morto il marito, ha due figli a casa, a cui non rimane più niente e a cui il marito, prima di morire, dice: voglio che tu vada, con una scatola piena delle tue lacrime, da chi ha voluto questa guerra, e che tu gliela dia, perché è quello che ti è rimasto. Si parla quindi di lotta, ma già come era successo in “Fighters” (secondo album dei Tsrchon Fist, ndr), non era una lotta in senso materiale. Tutti noi combattiamo, per sopravvivere, anche senza chiedere molto alla vita.

(Dr. Rix) “Sweet Lady Rose” è stato un pezzo molto fortunato perché ci è uscito con molta spontaneità. Lucio lo ha scritto in una notte, io ho scritto il pezzo in mezz’ora ed ha funzionato subito. In questo brano ci sono due visioni: quella del diavolo e quella del prete, con un botta e risposta molo teatrale. È tutto in terza persona, solo alla fine compare Emily, che pronuncia una frase sola, come nel film, quando dice: accetto questa sorte sgradevole, ho scelto di accettare questo calice amaro, in cui riusciamo anche a spiegare che non siamo satanisti. “H.M.B.F.” è un album molto vario, dove si esplora la lotta da tanti punti di vista. Non si parla tanto della guerra, ma dell’orrore che la guerra porta con sé, il dolore, la sofferenza, la lacrime e il disgusto. Noi interpretiamo la lotta non tanto come un dovere di imporci, quanto di sopravvivere. Quando in “H.M.B.F.” diciamo che vogliamo sbarazzarci degli uomini – copia, dei “cover men”, lo diciamo perché chiediamo che ci sia la possibilità di esprimersi a band come noi, perché c’è gente che va a vedere le brutte copie degli AC/DC, solo perché si mettono la coppola e i pantaloncini corti.

(Lucio Tattini) Per carità, Angus va benissimo, perché è il suo personaggio, ma non io. Io mi vergogno come un cane a pensarmi così.

(Dr. Rix) “H.M.B.F.” è molto polemica quando dice “ruba un nome e fallo tuo”. A me fanno ridere tutte quelle band che si fanno lo striscione con i caratteri delle band a cui fanno riferimento, che si vestono allo stesso modo. Se il tour più importante degli Iron Maiden è stato il World Slavery Tour del 1985, quelli si vestono allo stesso modo di allora…a me viene da ridere.

(Lucio Tattini) Poi c’è “You Must Feel You Heart”, che secondo me in questo momento è il più bel pezzo dell’album. È dedicata a tutti noi. Adesso lo stiamo dedicando a Sergio (Nardelli, storico giornalista metal italiano morto la scorsa estate, nrd) e al Baffo (storico organizzatore di eventi nella zone di Roma, morto lo scorso anno, ndr) perché loro hanno finito la loro vita credendo in quello che hanno sempre fatto. È bello pensare che se siamo così non è per colpa nostra, che quello che facciamo lo facciamo perché dobbiamo seguire il nostro cuore, a discapito di tutti. Le prime volte che ho suonato questo brano in un concerto, facevo fatica ad iniziare perché ci commuove molto.

(Dr. Rix) E’ forse il pezzo che sentiamo di più emotivamente, sia per il testo, che sentiamo tutti, in modo diverso, che per la musica. Per un musicista il brano perfetto, di cui uno è sempre alla ricerca, è quello in cui la musica e le parole fanno l’amore. Ecco, “You Must Feel You Heart” ha questa cosa, è il pezzo in cui siamo riusciti meglio a unire questa cosa, e ciascuno di noi ha trovato la sua interpretazione. Io ho scritto questo brano pensando a tutta la mia vita, alla scelta di fare il musicista a discapito di tutto, al mio complicatissimo rapporto con mio padre, che non ha mai accettato il fatto che io volessi fare il musicista. Ognuno si commuove per una determinata interpretazione. Quando il brano dice “this is my choice, try to understand”, tutta la mia vita è quello che tu chiami solo rumore. Quando ti dicono: ancora a 30 anni con i capelli lunghi, a fare quella musica che è rumore? A me dispiace che tu non capisca, prova a capire: non ti dico capisci, ma almeno provaci.

(Lucio Tattini) In realtà quindi questo disco è più mistico che guerriero, è più emotivo. Poi c’è “Born To Kill”, che è un pezzo che io ho scritto nel 1982 nella mia cameretta, dove non c’era assolutamente nessuno, con paroline che probabilmente facevano ridere tutti, ma a me piacevano, e poi è stato rimaneggiato dal paroliere Ghisolfi. Su quest’album infatti c’è la versione originale, presa in gran parte dal nostro DVD “We Are The Legion”, che è diversa da tutte le altre che sono state fatte. Il film “Born To Kill” è uscito molto tempo dopo!

Quali sono i principali ostacoli che vedete in giro per quanto riguarda il metal e la sua diffusione qua in Italia?

 (Lucio Tattini) Uno dei problemi è che a volte al metallaro medio sembra non importi più della musica, che la musica non riesce più ad essere protagonista. Il web è pieno di migliaia di post che parlano sempre delle solite band, non c’è più niente di nuovo perché al nuovo non viene data la possibilità di crescere (e non sto parlando di me). Dopo tanti anni che si suona, si capisce cosa ci vorrebbe per avere più audience, però ci vuole l’opportunità per farti sentire. Oggigiorno essere musicisti non significa più andare in un albergo e spaccare tutto, devi creare un movimento, per avere il seguito e per te stesso, per essere appagato con la musica che fai. Non esistono più i fan, esistono degli amici che ti vengono a vedere e con cui stai bene insieme. Io suono e sfogo una mia passione, il mio riscontro è passare una bella serata con persone che altrimenti non sarei riuscito a vedere. Questa, oltre a stare con gli altri ragazzi della band, è la moneta con cui vengo ripagato.

(Dr.Rix) Io parlo come membro più giovane della band. I ragazzi tra i 20 e i 25 anni stanno per la maggior parte su Facebook e su forum dove si parla di musica. In molte occasioni sono stato aggiunto a gruppi su Facebook inerenti alla musica, e mi è capitato in più occasioni di fare pubblicità al nostro Three Days in Rock (il festival che i Tarchon Fist organizzano ogni anno alla fine dell’estate, ndr) e vedevo che questi post non venivano visualizzati da nessuno. Però, ogni tre giorni, c’era qualcuno che postava, che ne so, la canzone del gruppo grosso, e c’erano milioni di visualizzazioni. La cosa bella è che questo gruppo aveva come didascalia, a caratteri cubitali “supportiamo il metal italiano”. Io ho fatto una grande esortazione, ho detto: andate a vedere i concerti, ma non solo quelli dei gruppi grossi, che per carità, li vado a vedere anch’io. Quando ero un ragazzino, andavo a vedere i gruppi grossi,  ma andavo a vedere anche le band di metal italiano allora meno conosciute, come Labyrinth e Vision Divine, perché allora era metallo italiano emergente, dieci, dodici anni fa. Che cosa è successo? Io sono il primo a dire: sì, vado al Sonisphere, vado a vedere gli Iron Maiden tutte le volte che posso, perché li adoro, però, come seguo gli Iron Maiden, seguo le band locali. Se tutti guardiamo solo alla gente già arrivata, i prossimi che vorrebbero arrivare, come fanno? Adesso sì, non ci sono i soldi, ma il problema è nella testa. Ci sono persone che passano la loro vita a rovinarsi le dita sulla tastiera di un computer e a scrivere: secondo voi è più bello il riff di “Cowboys From Hell” oppure quello di “Master Of Puppets”? Stanno a parlare di aria fritta e i locali rimangono vuoti. Non gliene frega niente a nessuno su chi è più bravo, è questo che mi fa incazzare.

Avete avuto la possibilità, più volte negli anni, di suonare dal vivo in diversi Paesi europei, in particolare in Francia, Regno Unito e Repubblica Ceca. Che cosa avete imparato dalle vostre esperienze all’estero?

 (Lucio Tattini) Abbiamo imparato che siamo una grande band. Abbiamo imparato che in Francia, non in Italia, per la prima volta nella mia vita, la gente faceva crowd surfing mentre noi suonavamo. Abbiamo imparato che i Nightmare, onestissimi e umilissimi, alla fine della loro performance, quando sono andato io a fargli i complimenti, ci hanno detto: “I veri headliner siete stati voi”. Abbiamo imparato che abbiamo la possibilità di andare al Gods of Metal della Repubblica Ceca e non a quello italiano. Abbiamo imparato che se noi non fossimo qua, forse non saremmo a questi livelli, e che, sia ben chiaro, noi amiamo alla follia la gente che ci accompagna quando siamo in giro, non vuole essere una critica nei confronti di chi ci segue, anzi. Non si è metallari facendo le cose facili, si è metallari facendo le cose difficili, e le cose difficili sono supportare band come i Crying Steel, gli Skanners, mettici chi vuoi, e non gli Iron Maiden. In Germania i tedeschi supportano le band tedesche, tu suoni di spalla alle band tedesche e tutti sono delle star. Abbiamo imparato che i Tarchon Fist sono una grande band.

(Wallace) In Francia tra l’altro abbiamo suonato in una music hall, un posto fantastico dove si sentiva benissimo). In Inghilterra invece abbiamo beccato un tizio, anche più grande di Lucio, che quindi il metal se l’era ascoltato per bene, dall’inizio, che ci ha detto: “Oh, finalmente una vera band che fa heavy metal”.

Lucio, lo scorso 4 ottobre, al concerto di release party di “H.M.B.F.”, abbiamo vissuto un momento molto intenso emotivamente e anche molto alto dal punto di vista musicale, cioè la presenza sul palco, per due brani, di Tronco, ex cantante di lunga data nei Rain. Come hai vissuto questo momento e la sua preparazione?

(Lucio Tattni) Il discorso con Tronco è cominciato qualche anno fa. Io ho in previsione di uscita per il 2015 un mio cofanetto, che conterrà 3 CD, dove ci saranno i primi pezzi dei Rain, brani che ho scritto nel 1978, 1979, e che hanno cominciato ad essere suonati effettivamente dai Rain nel 1980, poi ci sarà un album, che è rimasto congelato ma è stato registrato nel 2000 da me, Tronco e Ghisolfi, che era il vecchio paroliere dei Rain. Da lì ho chiesto a Tronco se era disponibile a fare una liberatoria per l’utilizzo della sua voce. Poi è venuta l’idea di riutilizzare del materiale registrato su “Headshaker” e risuonato con i Luciferi, che è un nuovo progetto che sto mettendo in piedi solo per questo, e anche lì avevo bisogno di una liberatoria. Allora ci siamo visti, abbiamo cominciato a parlare e, dopo avere chiesto agli altri della band se erano disponibili ad avere un ospite per la serata del release party, dato che sapevamo già che non avremmo avuto una band di supporto, gli ho proposto di prendere parte alla serata di Bologna. Loro hanno detto di sì e io ho chiesto a Tronco se fosse disponibile. Lui ha risposto che, compatibilmente con i suoi impegni di lavoro, forse ci sarebbe stato. Pochi giorni prima della serata mi ha confermato la sua presenza. Fra di noi quindi le cose si sono molto allentate, e il fatto che mi abbia baciato sul palco sotto certi aspetti mi ha fatto molto piacere, è stata una cosa molto particolare. Fra l’altro, in quel momento sul palco gli ho chiesto: “Allora, Tronco, dove eravamo rimasti?”, e lui ha risposto: “A otto anni fa, che cazzo facciamo adesso?” (risate generali, ndr).

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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