Supersonic Blues Machine: “Running Whiskey” – Intervista a Fabrizio Grossi

Come abbiamo già avuto modo di spiegare, c’è un importante pezzo di Italia all’interno dei Supersonic Blues Machine, che hanno appena lanciato sul mercato il debut album, West Of Flushing, South Of Frisco” (la recensione). Si tratta di Fabrizio Grossi che, direttamente dalla California, ci ha spiegato con grande dovizia di particolari la genesi del gruppo, le numerose collaborazioni che affollano l’album e il suo punto di vista su tanti argomenti che riguardano il nostro Paese, anche se visto da lontano.

Vorresti parlarci prima di tutto di come si è formata la band?

La prima persona dei SBM che ho conosciuto è stata Kenny Aronoff, che ho conosciuto circa sei anni fa, perchè dovevamo fare una specie di live band con cui suonare fusion e free rock insieme a Steve Lukather. Ci siamo trovati bene e da quel momento abbiamo fatto parecchie produzioni insieme in studio. Con lui la scelta è stata abbastanza ovvio. Ho conosciuto Lance invece quattro anni fa; mi avevano contattato lui e il suo manager per promuovere il suo nuovo disco. Lui è venuto qui e nel giro di due giorni avevamo già finito tre brani, ci siamo trovati bene fin da subito e la nostra collaborazione è andata avanti bene. L’idea della band però è nata da Billy Gibbons, che una sera mi ha telefonato e mi ha detto: “Ho un’idea per un pezzo che potrebbe essere una figata incredibile”. quando uno così ti dice una cosa del genere, cosa fai? Lo ascolti, naturalmente. Così ci siamo trovati in studio e ridendo e scherzando, nel giro di un paio d’ore abbiamo inciso un brano. Mentre stavamo parlando, non mi ricordo come, è saltato fuori anche il nome di Lance, e lui mi ha detto: “Certo, lo conosco da quando era un ragazzino. Dovreste fare qualcosa assieme, secondo me vi trovereste bene”. Ho preso quindi contatto con Lance proponendogli l’idea di fare un progetto con musica di questo tipo, e lui ha detto di sì con entusiasmo. A quel punto ho detto a Billy: “Forse ho trovato una casa per il pezzo che abbiamo registrato, ma devi venire a suonarlo tu sul disco”, e lui ha risposto: “Assolutamente”. Da qui è nato tutto. A livello di presentazione, siamo noi tre, ma nella band abbiamo anche un altro paio di persone che suonano con noi dal vivo, e cantiamo tutti.

C’è il giro molta curiosità anche a proposito degli ospiti che fanno parte dell’album.

Gli ospiti non sono solo persone che fanno la loro marchetta e poi se ne vanno. Sono tutti amici, sono tutte persone con cui, in un modo o nell’altro, abbiamo lavorato, e che secondo me avevano qualcosa di particolare riguardo a quello che volevamo fare musicalmente. L’idea era di creare una situazione molto anni ’70, come il Magic Bus: noi facciamo il nostro tour, però ci portiamo dietro un po’ di amici, che non necessariamente sono sempre gli stessi tutte le volte che usciamo. L’approccio jam inoltre è sempre stato un aspetto molto importante per noi, almeno per quanto riguarda l’aspetto della musica live: organizziamo ma lasciamo anche molte cose live per quanto riguarderà la presentazione dei pezzi. Il fatto di avere molti ospiti ha però allungato anche i tempi di registrazione, perchè ciascuno di loro aveva impegni diversi, inoltre non abitiamo tutti a Los Angeles. Robben Ford abita anche abbastanza vicino a me, ma Walter Trout, ad esempio, abita dall’altra parte della città, inoltre ha avuto anche problemi di salute molto seri. Il nostro cantante e chitarrista abita a Dallas, mentre Warren Haynes abita a New York, Billy Gibbons è in giro con gli ZZ Top per nove mesi all’anno, e così via. Per alcune cose abbiamo dovuto aspettare, ma tutto quello che è successo è stato un cammino obbligato. Siamo contentissimi del risultato, dell’accoglienza e dei feedback che stiamo ricevendo. Abbiamo fatto musica con il cuore, non calcolata, e secondo me il messaggio sta arrivando.

Pensi che il fatto di abitare tutti, se non vicini, comunque negli Stati Uniti, sia stato un fattore determinante nella formazione della band e in quello che è il suo stile?

Non credo che dipenda tanto da quello, secondo me è una questione di trovare la chimica giusta. Il fatto che tu possa sentire un disco abbastanza “crudo”, di cui noi siamo orgogliosissimi, anche se non sono necessariamente tutti uguali, dipende da tante cose che sono successe mentre lo realizzavamo. Tieni conto che dall’inizio delle registrazioni alla sua pubblicazione sono passati due anni e mezzo. In questo periodo di tempo ci sono stati due divorzi, una ospedalizzazione, un infarto, due incidenti in macchina…sembra veramente una situazione da band anni ’70, con tutti i casini del mondo! Quello che senti rispecchia moltissimo questo. Tutto quello che è successo doveva succedere per portarci qua, così come tutto quello che è successo durante le nostre vite e durante le vite dei nostri ospiti, e tutto questo è rispecchiato nei nostri brani. A parte due o tre episodi molto scherzosi, che comunque sono pertinenti, il filo conduttore di questo disco è il fatto di essere molto positivi. Ne abbiamo vissuto di tutti i colori, ognuno di noi ha fatto le sue cazzate, abbiamo avuto i nostri momenti di gloria e i nostri momenti di panico, e bene o male siamo arrivati dove siamo ora. Il fatto che il disco suoni così bene deriva dal fatto che non c’è niente di calcolato, è la storia e l’analisi di tutta una vita, o magari degli ultimi due anni, ma non c’è niente di premeditato.

Quindi diresti che cc’è un tema comune tra i brani dell’album?

Noi pensiamo che, quando vedi intorno a te qualcosa che non ti piace, anche a livello politico o religioso…noi pensiamo che tutto quello che succede, non è che te lo meriti, ma devi lasciarlo succedere. Sia che sia una cosa che ti vai a cercare, sia che sia qualcosa che succede e continua perchè noi fai niente per cambiarla, devi lasciarla succedere. Il brano “I Can’t Take It No More” prende spunto da qui. In inglese si dice “take a stand”. A proposito di questo brano, ti racconto un episodio. Quando vivevo in Italia, tra le tante cose che non mi sono piaciute, non ho mai creduto al fatto di dover destinare un anno della mia vita facendo il servizio militare.  Non sopporto di essere maltrattato e castrato per quanto riguarda i nostri sogni e le nostre possibilità. a causa di una mentalità retrograda e assistenzialista, che purtroppo, vedo, esiste ancora, anche se la gente della tua generazione sta vivendo tutto questo in un altro modo. Quando ho esposto ai miei genitori la mia volontà di non fare il servizio militare a favore dell’obiezione di coscienza, loro mi hanno chiesto: “Ma perchè non lo vuoi fare?”, “Perchè non ci credo”, “Ma lo hanno fatto tutti!”. Ora, i genitori fanno sempre il meglio per educarci, ma quando mi hanno risposto in questo modo, io gli ho detto: “Da qualche parte bisogna pure cominciare”. Se andiamo sempre dietro a tutto quello che ci dicono, non cambieremo mai. Allora, come io ho fatto questo, come altri hanno fatto prima di me e come altri hanno dopo di me, siamo arrivati all’abolizione del servizio militare obbligatorio. Anche le cose più insignificanti, fatte bene e con il cuore, possono servire da ispirazione a tanti altri, e quando tutte le piccole azioni vengono sommate, i risultati si vedono.

Tu sei italiano ma ormai da molti anni ti sei trasferito negli Stati Uniti. Come vedi da lì, da quella che potrebbe anche essere vista come una condizione privilegiata, la situazione per quanto riguarda la musica nel tuo Paese di origine?

E’ un rapporto a sentimenti misti. Da una parte c’è tutto il discorso, e non voglio fare nomi, degli show televisivi, come abbiamo anche qua, e del baronato della discografia, dove c’è la predilezione a prendere questi fenomeni che possono imporsi soltanto perchè hanno la possibilità di esibirsi in televisione ma che non hanno la possibilità di costruirsi una carriera. Per loro alla fine mi dispiace, perchè in tanti si approfittano di loro. Mi fa molto piacere però vedere una grande crescita delle nuove generazioni dal punto di vista tecnico; negli ultimi anni, nella musica rock, c’è stata una grandissima crescita, anche se moltissimi di questi personaggi che stanno crescendo, finiscono per lavorare all’estero. Un esempio è il mio carissimo amico Michele Luppi, che ha finito per suonare con i Whitesnake. Abbiamo fatto un paio di dischi assieme, è uno dei cantanti più spaventosi con cui abbiamo mai lavorato…ma è uno che è riuscito a fare tutto con band al di fuori dell’Italia. In Italia nessuno gli ha mai dato spazio. In Italia purtroppo c’è molta tendenza alla gelosia. Se qualcuno fa qualcosa di buono, la gente non è contenta, anzi fa il possibile per buttarlo giù o per criticarlo. Mi sembrano cose da bambini di cinque anni: ma dove siamo, alla festa delle medie, come dice la canzone di Elio? Qua, devo dire, il cameratismo che c’è tra i musicisti è come dovrebbe essere veramente, è un altro modo di pensare. Se in Italia non cambia la mentalità, non cambierà mai niente. L’altra cosa importante è che in Italia si parla tanto di musica ma si suona poco. La musica si fa o si ascolta, non è una cosa di cui si parla. Non ho problemi con i musicisti italiani; ad esempio, sono ottimo amico di Laura Pausini, lavoro con molti altri musicisti di musica italiana, ma ho sempre a che fare con persone che hanno mantenuto una certa coerenza nel loro percorso musicale. Se la musica è fatta col cuore, mi fa vibrare nel modo giusto, indipendentemente dal genere, a me piace. In Italia ci sono tanti cuochi, ma poca conoscenza delle ricette giuste.

Quali sono i vostri progetti per l’immediato futuro?

Una cosa che ci tengo a dire è che questo album non è una cosa fatta sistematicamente; non abbiamo pensato: adesso mettiamo su un progetto, chiamiamo un paio di persone importanti e vendiamo un paio di dischi in più. I dischi, adesso come adesso, oggi come oggi, sono una cosa su cui è difficile fare un business, a meno di vendere milioni di copie, però, da musicista, devi essere contento di quello che ottieni, e non soltanto per la tua performance. Siamo contentissimi di quello che abbiamo fatto e non vediamo l’ora di portarlo on the road; adesso ci stiamo organizzando per il 2016, per spettacoli dal vivo sia in Europa che in Nord America. Vogliamo portare avanti il nostro messaggio, primo perchè ci piace, secondo perchè ci troviamo bene tra noi, indipendentemente da quelle che sono le persone famose che hanno suonato con noi, e poi soprattutto il messaggio dei SBM è un messaggio di speranza, in generale. Se tre personaggi come noi, che non siamo dei ragazzini, siamo riusciti a fare una cosa del genere da soli, coinvolgendo soltanto nostri amici, è fantastico. Ci viene data la possibilità di avere una voce, e noi vorremmo estendere la possibilità a chi non ha voce. Secondo me fa parte della responsabilità che ti assumi quando ti prendi il beneficio di essere al centro dell’attenzione. Adesso abbiamo materiale per altri tre dischi, se non di più, abbiamo materiale per altre collaborazioni e tante cose che vogliamo raccontare. E’ soltanto l’inizio dell’avventura.

Supersonic Blues Machine

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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