Studio report

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Dark Horizon

I Dark Horizon sono una delle più promettenti realtà del panorama metal classico italiano. Pur senza grandi clamori e tra mille difficoltà la band lavora ormai da anni nell’ombra di un underground che solo ultimamente, grazie ad alcune azzeccate esibizioni dal vivo, ha cominciato ad accorgesi del loro valore. Un disco d’esordio troppo colmo di imperfezioni aveva infatti rischiato di tarpare le ali ad un talento che malgrado tutto riusciva a trasparire e che sarebbe stato un peccato perdere per strada. Fortunatamente la costanza dei fondatori e la linfa vitale portata dai nuovi membri hanno finalmente dato i risultati sperati e un ascolto del lavoro svolto dalla band durante le registrazioni (presso gli Elfo Studios ) del loro prossimo studio album ‘Dark Light’s Shades’ non lascia dubbi: saranno loro la sorpresa della scena italiana per l’anno in corso. Dimenticate l’esordio, il tempo non è passato invano per questi ragazzi e la maturazione compositiva messa in atto ha dello strabiliante. Le nuove song abbandonano infatti quasi totalmente l’impostazione power-metal un po’ fanciullesca, da sempre croce e delizia del genere, per percorrere sentieri più vicini al metal classico e sinfonico di band come Savatage e Kamelot. Restano ovviamente alcuni momenti riconducibili allo stile classicamente power di Angra e Labyrinth, ma anche alcuni passaggi chiaramente debitori al rock duro degli settanta e al progressive-pomp di un progetto come Ayreon. La bellezza di questa amalgama di influenze viene ulteriormente valorizzata dalla ricchezza in fase di arrangiamento e da una varietà tale da poter tranquillamente parlare di stile ‘Dark Horizon’. Potrete certamente trovare all’interno delle varie song riferimenti a band che hanno creato gli standard dei generi di qui sopra, ma l’impronta della personalità dei singoli musicisti, miscelata ad un attento lavoro di squadra lascia trasparire comunque un modo unico di esporre il concetto. Questo a cominciare dal timbro vocale di Roberto Quassolo, assolutamente mai sopra le righe con urlacci gratuiti o forzature pacchiane e con un occhio (e un orecchio) di favore all’interpretazione emotiva dei brani. Cosa dire poi di un chitarrista (Daniele Mandelli) che a differenza di molti suo colleghi cerca di costruire assoli in grado di legarsi ai brani in cui vengono inseriti seguendo la logica del buon gusto e non quella dell’esibizionismo. Stesso discorso per le tastiere di Alessandro Battini, in perfetto equilibrio con gli altri strumenti e in grado di seguire o condurre a seconda delle occasioni, senza risultare mai fuori contesto. Chiude la fila una base ritmica (Davide Marino al basso e Luca Capelli alla batteria) compatta e precisa che accompagna lo svolgimento delle canzoni in modo assolutamente lineare, come da perfetta tradizione in campo metal anni ottanta. E’ lo stesso Daniele (Mandelli) ha spiegarci durante l’ascolto che la scelta dei suoni è stata curata con grande attenzione, con il desiderio di dare risalto alla naturalezza di un sound dal sapore antico che l’abuso di trigger e artifizi elettronici vari ha effettivamente messo troppo spesso in secondo piano anche nel mondo verace del metallo. Registrazioni d’ambiente per creare la giusta profondità, arrangiamenti curatissimi, cori e uso di strumenti classici come flauto e pianoforte sono solo alcune delle caratteristiche che possono farvi capire quale sia stato lo sforzo dietro a questo album. Come già ampiamente detto gli ultimi ritocchi in fase di masterizzazione e post-produzione sono stati dati da un certo Sascha Paeth, ulteriore garanzia di qualità e professionalità. Non ci resta che attendere l’uscita dell’album nei negozi, fissata all’inizio di ottobre, per verificare quale sarà l’impatto sul mercato di tanta dedizione. Se nel frattempo volete saperne di più visitate qui il sito dell’etichetta e troverete copertina, tracklist e una piccola anteprima in formato mp3.

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