Cave In: Intervista a Stephen Brodsky

E’ inutile negare che dai propri inizi Metallus.it abbia avuto una passione quasi smisurata per le evoluzioni stilistiche della scena post-hardcore americana, con un ulteriore, particolare occhio di riguardo per i dintorni di Boston, ovvero quella che ha generato realtà come la Hydrahead / Tortuga e gruppi come Isis o i qui presenti Cave In. In una delle rare incursioni europee di gruppi provenienti da quell’area abbiamo bloccato questi ultimi per un aggiornamento sullo stato del gruppo e per qualche domanda che da tempo volevamo porre. Cominciamo a domandare al gruppo al gran completo quali sono le ultime novità e qualche anteprima sul nuovo album, il primo dopo la firma del prestigioso contratto con RCA:

“Abbiamo molti pezzi pronti, credo di poter dire che la maggior parte del materiale che comporrà il nuovo disco sia ormai scritta e completa. Certo, le cose possono cambiare molto, ma siamo in fase avanzata, abbiamo già lavorato con un produttore e credo che saremo in studio per le registrazioni intorno ad Aprile per un’uscita immediatamente successiva all’Estate.” Avete recentemente pubblicato un MCD / 7″ su Hydrahead con due nuovi pezzi veramente belli, ovvero ‘Lift Off’ e ‘Lost In The Air’. Volete parlarcene? “Quei due pezzi sono un po’ meno recenti rispetto al materiale che sarà sul nuovo disco, probabilmente quando avremo occasione di paragonarli si sentirà una certa differenza. A livello qualitativo devo dire che ne siamo assolutamente soddisfatti, ma che le nuove canzoni sono decisamente migliori. Non voglio dire che queste non siano all’altezza di essere pubblicate o che siano degli scarti, ma semplicemente credo che la parte migliore delle ultime cose che abbiamo scritto ancora non sia stata pubblicata.” E’ l’ultima volta che un’uscita targata Cave In porterà il marchio Hydrahead o ci saranno uscite future, magari di natura più sperimentale e particolare? “Continueremo ad affidare materiale alla Hydrahead affinché lo pubblichi. Sarà materiale che devia dal corso più recente dei Cave In, probabilmente, oppure sarà qualcosa perfettamente in linea con quello che vedrà la luce su RCA, non lo sappiamo. Ma è certo che continueremo a lavorare con la Hydrahead e con Aaron (Turner, il proprietario dell’etichetta, N.d.A.) perché è da lì che veniamo e crediamo che la label offra della musica splendida e vogliamo continuare ad essere associati al suo nome.” Avete anche pubblicato materiale sotto il nome di The Sacrifice Poles, racchiudendo nel CD uscito su Robodog il meglio delle sessions di registrazione di ‘Jupiter’. Il CD avanza tra forma canzone e momenti più rarefatti, fra psichedelia e destrutturazione ma anche con momenti più semplici e “pop”. Come vi ponete nei confronti di questo progetto? “E’ difficile parlare dei Sacrifice Poles a livello razionale, perché nascono da un’esigenza che abbiamo provato ma che non abbiamo ancora saputo spiegare esattamente. Forse è successo che ce lo chiedessero e basta, forse è stata una voglia inconscia di mostrare come lavoriamo quando proviamo nella nostra sala prove, forse è stato un delirio di onnipotenza pensare che fregasse a qualcuno (Ride, N.d.A.). In ogni caso, anche se apprezziamo che la gente abbia comprato e amato quel disco, invitiamo a non volerci riflettere troppo per non travisarne il senso. Non è un documento programmatico, piuttosto anzi un’istantanea nemmeno completamente a fuoco.” Ma la natura improvvisativi e “jamming” che viene fuori da quel disco fa effettivamente parte del vostro modo di essere gruppo? Dal vivo vi capita di improvvisare o no? “Contrariamente a quello che si pensa non improvvisiamo moltissimo, quando suoniamo dal vivo al massimo possiamo lasciarci un po’ andare quando facciamo la cover di ‘Dazed And Confused’ ma è una cosa che accade raramente. Preferiamo concentrarci sulle canzoni, ascoltando bene anche The Sacrifice Poles, per tornarci brevemente, si noterà che non c’ è molto di improvvisato: sicuramente dei passaggi poi non sono finiti su disco e hanno un appeal più chiaramente psichedelico, ma finisce qui. A pensarci bene facciamo abbastanza schifo quando cerchiamo di improvvisare (Ride, N.d.A.).” La firma del contratto con la RCA ha sicuramente spostato su di voi un’ attenzione maggiore di quella che avete avuto addosso finora. Come vi sentite? “Non abbiamo grossi problemi a stare al centro dell’attenzione: non perché siamo degli inguaribili egocentrici, quanto piuttosto perché non ci interessa granchè di quello che la gente dice di noi. Crediamo di scrivere, registrare e suonare dal vivo una musica onesta e interessante e crediamo, per ora di riuscirci. Le poche occasioni in cui diamo veramente peso a quello che viene detto di noi dalla stampa è quando dicono delle cose che non stanno né in cielo né in terra. Allora ci facciamo una risata.” Di un’opinione parzialmente diversa appare però John, il batterista: “Io un po’ mi arrabbio per certe cose. Mi arrabbio quando chi scrive di noi tira fuori delle cose che davvero non hanno senso e che tendono a inquadrarci in un modo che è fuorviante.” Ti riferisci al continuo ricorrere alla definizione di “progressive” per la direzione musicale intrapresa da ‘Jupiter’? “Esattamente. Non capisco dove sentano il prog nella nostra musica. Il prog non è un suono, il prog è un’attitudine, una scelta di scrittura, un modo di articolare i pezzi e di intendere lo scorrere di un disco. Il nostro è rock. E’ musica diretta, per nulla cerebrale, che non passa attraverso lunghi processi che la modificano. Anzi il nostro obiettivo è quello di suonare più fisico e “live” che si possa.” Aggiunge Stephen Brodsky: “Probabilmente deriva da alcune soluzioni un po’ più complesse e stratificate e da alcuni passaggi diciamo “epici”, ma davvero la cosa finisce lì. Se si valutano le intenzioni siamo quanto di più lontano da un gruppo prog esista. Questo non significa che odiamo il prog, in ogni caso. Io adoro i Rush, ma credo che con loro non abbiamo nulla a che fare. Uno dei gruppi che ci ha più influenzato sono i Failure, ma nessuno li cita mai, nemmeno dopo che ne abbiamo fatto una cover.” La situazione, forse in Europa più che negli Stati Uniti, è che 2-3 anni fa la scena post-hardcore americana fosse veramente uno dei picchi creativi più intensi della musica degli anni ’90. Gruppi come voi, Coalesce, Botch, Isis, The Dillinger Escare Plan, Converge e altri avevate una compattezza e un’apparente unità d’intenti difficile da rilevare in altre situazioni. Ora che praticamente tutte le promesse sono state mantenute e che ogni gruppo ha scelto una propria strada ben definita, quali sono le vostr considerazioni a riguardo? “Come tu stesso dici la “scena” si è divisa. Credo che questo tipo di evoluzione sia normalissima: cinque anni fa eravamo giovanissimi, avevamo dei modelli comuni e questo si rifletteva in maniera evidente nella nostra musica. Nessuno dei gruppi aveva una personalità ancora abbastanza forte, a parte i Converge che suonano ormai da dieci anni, per prendere una strada totalmente indipendente, finiva che ci scambiavamo e “prestavamo” membri per andare in tour o per finire il lavoro in studio. Capisco bene che qui in Europa potesse sembrare che la scena di Boston e dintorni ruotasse intorno a tre-quattro persone, ma il fermento era molto maggiore, solamente eravamo inesperti. Un esempio è quello degli Isis: credo che suonino veramente solo come gli Isis solo da un paio d’anni, prima il debito nei confronti dei Neurosis era così evidente che molti non facevano nemmeno lo sforzo di provare ad andare oltre, anche se già il materiale di ‘Mosquito Control’ e ‘The Red Sea’ era eccezionale. Ora basta pensare a loro, a noi e ai Converge per capire che le personalità si sono affermate in modi e direzioni diversissime. Credo che molta altra musica entusiasmante sia in arrivo. Questi gruppi, vedi anche la reunion dei Coalesce, hanno ancora molto da dire.”

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