Starsick System: “I Am The Hurricane” – Intervista alla band

Abbiamo incontrato gli Starsick System al termine del loro concerto al Legend Club di Milano, in occasione dell’edizione di quest’anno del Rock In Park, appuntamento fisso dell’estate rock/metal meneghina.
Abbiamo avuto modo di ascoltare dal vivo alcuni dei nuovi brani contenuti nel secondo album di studio della band friulana, “Lies, Hope & Other Stories”, di cui abbiamo sviscerato ogni aspetto in una lunga e divertente chiacchierata con il vocalist Marco Sandron, la bassista Valeria “Pizzy” Battain, il chitarrista David “Dave D.” Donati e il batterista Ivan Moni Bidin.
Tra molte risate e qualche inattesa rivelazione sul conto del nerboruto Zakk Wylde.

Ciao ragazzi, innanzitutto grazie del vostro tempo!
Vi va di presentarvi ai nostri lettori e dirmi qualcosa in più sull’origine della band?

La band nasce nel 2012, anche se siamo un gruppo di amici che, separatamente, ha sempre suonato insieme. Nel 2012 abbiamo deciso di provare questa avventura insieme, un po’ per scherzo come cover band di brani rock classici anni ’80.
Dopo circa sette, otto mesi di palchi vari nella nostra zona, tra Friuli e Veneto, ci siamo ritrovati a decidere di fare dei pezzi nostri. La stesura del primo disco è stata molto naturale e quando ci siamo ritrovati con l’album quasi finito abbiamo pensato che era una figata! E così abbiamo smesso con le cover, dato che i brani originali funzionavano davvero bene.
E questa fratellanza che c’è tra noi è sicuramente una delle cose che ci fa andare avanti come gruppo.

“Lies, Hopes & Other Stories” è il vostro secondo album di studio, dopo il debutto nel 2015. Cosa è cambiato rispetto all’esordio con “Daydreamin’”?

Sicuramente, suonando insieme per due anni di promozione a “Daydreamin’” il nostro affiatamento è cresciuto sia nel privato che sul palco: si sono create un’alchimia e una sinergia che crescono sempre più. Adesso sul palco ci capiamo al primo sguardo. Questo disco è nato più velocemente del primo, perchè conoscevamo i nostri punti di forza, sapevamo dove volevamo andare: il nostro equilibrio come band è cresciuto in maniera esponenziale e tutto questo si sente sicuramente nei nuovi brani.
Sul palco, soprattutto, si nota una coesione che poi passa al pubblico: il primo disco è stato suonato davvero tanto per i canoni di una band underground come noi; i risultati si vedono e ne siamo davvero molto contenti.

Il vostro sound è un hard rock molto moderno, capace di viaggiare tra brani più aggressivi e parti decisamente più melodiche. Quali sono le vostre principali influenze stilistiche?

La cosa divertente di comporre i brani per gli Starsick System è il tentativo di cogliere i gusti di ognuno di noi; il sound si crea automaticamente, come una formula matematica che si sposa con lo stile di ognuno di noi al basso, alla chitarra, dietro al microfono o dietro le pelli. Nella band è Ivan a comporre con Valeria, ma siamo talmente in sinergia che è come se ognuno di noi lavorasse ai brani. Loro fanno esattamente ciò che tutti nella band vorrebbero suonare o cantare.

Se doveste descrivere il vostro approccio musicale con 3 parole a chi non vi conosce, quali scegliereste?

Multicolore, libero ed emotivo.

Cosa potete raccontarmi sulla nascita del disco? Come è andato il processo di scrittura e registrazione?

Diciamo che a una certa era ora di fare un nuovo disco ed è nato così! No, a parte gli scherzi, ad un certo punto abbiamo cominciato a buttare giù le prime idee e a parlare tra noi per definire il colore del disco, vale a dire l’emotività, l’atmosfera che volevamo conferire all’album. In questo caso avevamo in mente un disco blu, che per noi vuol dire emozionale.
Una volta capita la mappa da seguire, di norma cominciamo a buttare giù dei provini e dei riff, su cui creiamo una pre-produzione completa con batteria, basso e linee vocali. Valeria inserisce le finiture dei testi e dopo cominciamo a dare vita ai brani e li aggiustiamo fino a che non li sentiamo nostri.
Vogliamo che i brani che suoniamo su disco siano eseguibili dal vivo al 99% e quindi già in composizione pensiamo a questo aspetto, anche nell’espressione e nell’economia del pezzo. Nella band abbiamo una buona gestione dell’ego: noi siamo un gruppo, non quattro solisti, e abbiamo capito che raggiungere la forma canzone è molto più difficile di quanto non potessimo pensare in passato, ma quando ciò avviene è una bella soddisfazione.
Far memorizzare i ritornelli al pubblico è più difficile che fare dei tecnicismi fini a se stessi: vogliamo che la gente venga ai nostri show e canti le nostri canzoni, ecco il fine ultimo della nostra musica.

Oggi è uscito il video del brano “I Am The Hurricane”. Cosa potete dirmi su questo pezzo in particolare e come è nata la scelta di girare un video per questa traccia?

La scelta del brano è stata condivisa: abbiamo ascoltato il disco e abbiamo capito subito qual era il brano che sarebbe stato quello di punta. E’ il pezzo che meglio rappresenta il disco e, non a caso, è anche l’opener. L’album è una sorta di concept e il video di “I Am The Hurricane” voleva essere una sorta di riassunto del disco: i simboli rappresentati sulla copertina (che incarnano la parte della bugia, della speranza e delle esperienze della vita) dovevano essere presenti anche nel video. Quindi la storia del video non è un racconto in senso stretto, ma ruota piuttosto attorno a delle immagini simboliche. La ballerina, ad esempio, raprresenta le bugie e infatti ha dei tratti oscuri, ingannevoli ed effimeri, che ricordano quasi Il Cigno Nero. I conigli, la parte più leggera e delicata, rappresentano la speranza. L’orologio e le catene invece sono l’incedere del tempo e quindi lo scorrere della storia. Il pezzo descrive le nostre storie insieme, perchè ognuno di noi sa, a livello emotivo, ciò di cui deve parlare ogni brano.

Avete in mente di girare altri video relativi ad altri brani del disco?

A Luglio uscirà un audio video di “You Know My Name”: questo brano, tra l’altro, è diventato un nostro tributo a Chris Cornell dopo la sua scomparsa, ma in realtà noi lo suonavamo dal vivo da anni e ha avuto un riscontro così buono in sede live che abbiamo deciso di inserirlo anche su disco.
D’ora in poi questo pezzo sarà anche un tributo, ma la cover non è nata assolutamente dopo la scomparsa di questo grande artista.
Al momento non c’è altro nei piani anche, purtroppo, per ragioni economiche. Per noi il video di “I Am The Hurricane” è stata una spesa abbastanza grande: pensa che abbiamo utilizzato una delle macchine cinematografiche utilizzate per girare “Inferno” a Venezia. La qualità, quindi, è stata del tutto differente, e fare un altro video significherebbe dover mantenere gli stessi standard.

Siete una band italiana al suo secondo album di studio. Tutti sappiamo quello che si dice del panorama musicale italiano rock e metal, ma qual è la prospettiva che avete avuto modo di acquisire fino ad ora sul business e come vi vedete invece tra 10 anni?

Simpatici e vecchi! Scherzi a parte, pensiamo che ora Spotify e tutte le piattaforme digitali la facciano da padrone: da qui a 10 anni non ci saranno più CD fisici e la parte digitale sarà preponderante. Noi musicisti vivremo di live: già oggi è difficile vendere un CD, perchè l’ascolto è molto più veloce e immediato, mentre manca l’aspetto della tangibilità. CD e vinili rimarranno in forma di gadget, l’ascolto passerà attraverso il digitale e noi band dovremo fare uno sforzo live ancora maggiore rispetto ad oggi.

Quali consigli vi sentireste di dare ad una giovane band che, come voi, ha il sogno nel cassetto di registrare un disco ed entrare professionalmente nel mondo della musica?

Siate umili. Suonare tanto dal vivo negli ultimi due, tre anni, ci ha portati a vedere anche delle realtà di band giovanissime che però credono di essere il gruppo della vita. Per arrivare ad essere qualcuno ci vuole una base di umiltà: noi non siamo nessuno e quando, forse, riusciremo ad essere qualcuno, continueremo a portare avanti questa filosofia.
Bisgona divertirsi, questo senza dubbio, ma facendo le cose bene e anche per se stessi: oggi con la musica non si mangia, c’è poco da fare, ma tutto deve essere alimentato dalla passione. Una band deve attraversare diverse fasi: bisogna crescere, evolversi, e non mollare il colpo dopo le prime batoste, perchè le batoste servono ancor più delle soddisfazioni. Anche quando suoniamo davanti a poche persone, noi lo facciamo con uno spirito di festa: non bisogna demoralizzarsi, ma andare sempre avanti.

Avete avuto modo di aprire per i Black Label Society. Cosa ricordate di quell’esperienza?

A parte aver scoperto un Zakk Wylde cordiale e davvero profumato, abbiamo avuto il piacere di avere il suo autografo sulle chitarre. Solo che quella di Marco aveva una verniciatura a nitro, che ha fatto un qualche tipo di reazione: risultato, ha dovuto portare la chitarra a riverniciare e l’autografo di Zakk Wylde è andato via!
Un’altra cosa che ricordiamo è che beveva tè caldo con lo zenzero, altro che alcoolici! Comunque noi siamo saliti sul palco e avevamo un ottimo sound, anche a detta di altri presenti: ma la cosa incredibile è che il volume di Zakk Wylde era tre volte il nostro, davvero devastante.
All’inizio eravamo un po’ spaventati, perchè c’era davvero tantissima gente, ma quando abbiamo visto che il pubblico si lasciava coinvolgere dai nostri brani ci siamo davvero caricati. Speriamo di trovarci ancora in situazioni del genere, ma se non dovesse succedere sarà un ricordo che ci porteremo dentro per sempre.

Quali sono i piani per la promozione del disco? So che avete in programma alcune date e poi ci sarà un release party al R’n’Roll di Milano.

A parte il release party abbiamo un paio di date tra Luglio e Agosto, ma abbiamo deciso di promuovere il disco in maniera diversa dal primo. Non vogliamo fare duemila date in Italia, pensavamo di farne di meno, ma più mirate, e poi puntare all’estero. Stiamo organizzando un mini tour in UK, che vorremmo poi portare in alcuni paesi Europei, come Germania, Belgio o Francia. L’idea è portare la nostra musica un po’ fuori confine. E’ importante, per crescere, riuscire a portare il nome della band anche fuori e in posti in cui non siamo mai stati.
Di certo vogliamo seguire anche il feedback del disco: in UK abbiamo già avuto un buon riscontro, adesso proveremo anche in Germania e vedremo come va.

Grazie, ragazzi! Vi va di concludere con un messaggio finale per i lettori di Metallus.it?

Innanzitutto salutiamo tutti! Poi vi invitiamo a vederci e speriamo che possiate scoprire questo nuovo disco, che ha un’attitudine diversa rispetto al primo album. Non abbiate paura di ascoltare cose nuove, perchè potreste avere anche delle belle sorprese!

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

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