Soto: “Divak” – Intervista a Jeff Scott Soto

“Divak” è l’ultima fatica dei Soto, e non di Jeff Scotto Soto come artista solista. Questa è la posizione del cantante americano che ha ribadito con determinazione la forza di un progetto nato per incarnare lo spirito di una band a tutti gli effetti. Questo è il resoconto dell’intervista con Jeff Scott Soto, che svelato i segreti di “Divak” (compresa anche la motivazione di uno titolo così particolare), senza risparmiare critiche nei confronti del mondo dei reality show e delle Kardashian…..

Iniziamo a parlare dell’ultimo album dei Soto “Divak”: presentalo ai nostri lettori

“Divak” è il secondo album dell’avventura dei Soto, e arriva a circa un anno di distanza da “Inside The Vertigo”. Abbiamo scelto di lavorare subito ad un nuovo album perché il “tempo uccide le band”, quindi abbiamo scelto di non far passare troppo tempo tra un’uscita e l’altra. Un modo per non far dimenticare dei Soto e per non far smettere di parlare i fan della band. Ho scelto quindi di tornare a quella che possiamo chiamare una mentalità “old style”, quando le band facevano uscire anche 2 o 3 album all’anno, per dare un successore ad “Inside the Vertigo”. Posso inoltre dire che “Divak” è un album al 100% di una band che prende il nome di Soto e non solo un album di Jeff Scott Soto.

Come hai detto “Divak” non è solo un tuo album, ma un album di una band vera e propria: cosa ci puoi raccontare del processo compositivo?

Come ho accennato prima questo è davvero l’album di una band: ho chiesto alla band di fare un grande album e tutti i ragazzi hanno dato un grande contributo alle canzoni di “Divak”. Abbiamo lavorato su tantissime idee valide, che ci hanno permesso di far uscire il nuovo album abbastanza rapidamente. Ogni membro ha dato la sua impronta alle canzoni dell’album e tutte le canzoni che sono poi state pubblicate ci rappresentano appieno. Io ho poi lavorato su melodie e testi.

Qual è il significato della parola “Divak”? Sembra quasi essere una parola che si ricollega ad una divinità di qualche civiltà perduta….

Niente di tutto questo (ride nda.). Divak è semplicemente una parola bulgara che possiamo tradurre in selvaggio o pazzo. Tutto nasce dal salvataggio di un gattino nero da parte mia moglie, che è originaria della Bulgaria, e dal tentativo di accudirlo e sfamarlo a dovere. Lo abbiamo fatto durante le nostre vacanze estive in Bulgaria, abbiamo cercato di farlo adottare da qualche nostro amico ma non ci siamo riusciti. Ora il gattino vive con noi, e mia moglie quando questo piccolo trovatello fa qualche danno lo ammonisce in bulgaro usando la parola “Divak”. Ecco quindi la storia dietro il nome del nuovo album dei Soto. Una personalità selvaggia che ben si adatta alle nostre nuove canzoni. Ed è ovviamente un bell’argomento di discussione durante le interviste, non trovi?

Assolutamente sì. “Divak” inoltre sembra essere il naturale successore di “Inside The Vertigo”, anche se sembra decisamente più heavy rispetto al tuo materiale prodotto in precedenza. Ricordo inoltre che qualche tempo fa tu avevi dichiarato di non trovarti totalmente a tuo agio con del materiale più orientato verso l’heavy metal preferendo canzoni più virate verso il rock. Puoi spiegarci questo cambiamento?

Voglio puntualizzare che quando ho fatto quella dichiarazione non mi stavo riferendo al fatto di non voler riproporre cose che avevo già fatto in passato. Per questo avevo fatto una dichiarazione del genere. Con “Divak” ora e con “Inside The Vertigo” ho cercato di fare qualcosa di nuovo e di fresco. Questa mia nuova vita artistica mi appaga ed aveva bisogno di una “casa” che potesse accogliere questa mia nuova fase. Per questo sono molto contento del rapporto che abbiamo con la earMUSIC che ha accolto a braccia aperte il nostro nuovo materiale. Non è mai stata mia intenzione tornare indietro sui miei passi. Questo preciso momento creativo mi sta facendo crescere come artista ma soprattutto sta permettendo la crescita dei Soto come band.

Raccontaci qualcosa di “Cyber Masquerade”, che nel testo sembra puntare il dito contro la sovraesposizione nei social media…

Questa canzone è stata ispirata dalle sorelle Kardashian. Se si fa attenzione a quanto scritto nel testo è un atto di accusa contro chi diventa famoso senza saper fare nulla. Ed è quello il senso della “cyber masquerade”: trovarsi sotto i riflettori di tutto il mondo senza un reale talento, contro i media che ti mettono al centro di tutto e ti trasformano in una superstar. Ed è un po’ la storia di tutti i reality show che trasformano le persone in personaggi, anche se solo per pochissimo tempo, solo perché quello spettacolo ti ha permesso di finire sotto i riflettori.

Parliamo ora della oscura “In My Darkest Hour”: cosa significa per te questa canzone?

Questa canzone parla degli abusi sugli animali: nel testo che ho scritto cerco di far parlare gli animali che vengono maltrattati dagli esseri umani. Ho scritto il testo per questa canzone spinto dalla notizia di un cane bruciato dall’acido di batteria dal collo fino alla coda. Il cane dopo essere stato in un primo momento salvato è morto nello studio del veterinario che stava cercando di curarlo. È una canzone per dire che anche gli animali non dimenticano e certe volte possono anche non perdonare. E’ una canzone molto importante perché sono anche un attivista per i diritti degli animali.

Un paio di ore fa (l’intervista è stata fatta lo scorso 17 marzo) il tuo nuovo video “Weight Of The World” è stato messo on line. Cosa ci puoi raccontare a riguardo?

L’ultimo video che avevamo fatto era stato caratterizzato dal fatto che tutta la band era lontana centinaia di chilometri. Per questo nuovo video abbiamo deciso di essere presenti come band al completo. Abbiamo fatto qualcosa di semplice e dal sapore post-apocalittico per così dire. Abbiamo lavorato con un regista italiano Marco Tommaselli, ed è stato davvero interessante lavorare con lui perché si è dimostrato veramente preparato nonostante le sua giovane età. Penso che lavoreremo con lui ancora visto il suo grande talento.

Sarete in tour nel mese di aprile (i Soto passeranno in Italia il 21 ed il 22 aprile al Rock Out di Trieste e al Blue Rose Saloon di Bresso): cosa ci dobbiamo aspettare da queste nuove date? Su cosa incentrerete la setlist?

Come detto prima i Soto sono una band, e non lo spettacolo di Jeff Scott Soto. Non c’è bisogno di tirare fuori il passato perché abbiamo due dischi da presentare ed abbiamo il materiale per uno show basato sulle canzoni dei Soto. Dobbiamo spingere il nuovo materiale. È questo quello che vogliono i fan. Non vogliono sentire le canzoni vecchie per la millesima volta. Ci sarà qualche piccola intrusione nel mio passato, ma non sarà la parte più importante dello show. Voglio che lo show sia quello di una metal band perché i Soto non sono una costola della mia attività da solista.

Sei sempre stato impegnato in mille progetti durante la tua carriera, ma al momento oltre ai Soto hai qualcosa nascosto nel cassetto?

No, assolutamente. Sono concentrato e mi sto dedicando al 100% ai Soto. Se facessi altro nel frattempo mi metterei in competizione con me stesso e questo non avrebbe certo senso.

Siamo ai saluti finali: un messaggio ai lettori di Metallus!

L’Italia ed i fan italiani sono tra i migliori che un artista possa desiderare. Ho sempre trovato nelle persone che venivano a sentirmi cantare la stessa passione che brucia in me. Li ringrazio tutti, dal più profondo del cuore, e spero di poterli incontrare ad un concerto dei Soto.

jeff scott soto

 

 

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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