Soen: (the)”Covenant”, intervista a Joel Ekelöf

Soen, dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti al palco del Sonic Room per l’ultima data europea del loro tour di supporto a “Lotus”, eravamo rimasti ad una band padrona dei propri mezzi. Joel Ekelöf è il volto “pubblico”, la voce che spunta tra le note, il primo ad essere notato. Abbiamo avuto modo di incontrarlo qualche minuto prima dell’inizio del live fabrianese, incrociando le mente con una persona dalla voce sottile (nella vita “normale” ) e dalla pacatezza invidiabile.

La nascita di “Lotus”, raccontaci tutto il processo che avete percorso fino al “raggiungimento dell’obbiettivo”.

Ci sono voluti due anni dal nostro ultimo album: un anno di songwriting ed almeno 6 mesi tra produzione e registrazioni. Il resto è stato promozione di queste nuove canzoni, impegno costante per far arrivare a tutti la nostra musica

Sin dal vostro primo album “Cognitive” il vostro sound è paragonabile ad una tavolozza di colori: se dovessi sceglierne uno per “Lotus” quale sceglieresti considerando anche i colori (piuttosto cupi) che avete scelto per realizzare l’artwork?

Sai, le cose non sono totalmente nere. C’è un messaggio nascosto che ci parla che tu puoi fare qualcosa per te stesso, per quello che stai vivendo. La nostra musica in un certo qual senso è anche una sorta di “analisi” di periodi passati, magari difficili, ma è anche basata sulla forza che viene utilizzata per cercare di trovare riposte e, perché no, quella che possiamo chiamare felicità. Sintetizzando: anche partendo dall’oscurità c’è un messaggio di positività e speranza.

Vorrei entrare nello specifico di alcune canzoni, vorrei conoscere la storia di “Covenant” e sapere la scelta che vi ha portato alla realizzazione di un video così intenso e così “attuale” per certi fatti di cronaca (il video lo potete trovare al di sotto della risposta di Joel nda.)…

Per prima cosa noi non siamo animati da sentimenti antireligiosi. La nostra idea è stata quella di poter raccontare una storia di un giovane, indifeso, abusato. Così come ci può intuire dal testo della canzone e dalle immagini del video. Sono cose che sono avvenute storicamente all’interno della chiesa cattolica, ed abbiamo sentito il bisogno di parlarne per raccontare una storia. Siamo tutti quanti delle persone spirituali: era ed è un tema importante, un tema che necessitava un approccio critico.

“Lotus” ora, una title track perfetta che sembra raccordare un certo modo di interpretare la musica anni ’70 in chiave moderna. Perché avete scelto questa canzone per “rappresentare” il disco? Perché lei come title track?

È una canzone scritta da Martin, ma come hai detto bene tu, è una canzone che arriva direttamente dalla tradizione progressive di quegli anni e per noi è stato come rendere onere ad uno spirito che reggeva tutta la musica e tutta la comunità progressive. Tante tantissime band (Pink Floyd, Genesis, Yes, Jethro Tull) che hanno scritto canzoni che oggi quelle attuali non compongono. Era band che avevano e che hanno una forte componente strumentale, ma soprattutto emozionale e di “spirito”. Questa è la tradizione progressive che abbiamo scelto per così dire di onorare. “Lotus” è una canzone che ci rappresentata, ecco poi perché il passo di scegliere lei come title track.

Ritorniamo a parlare di musica ed immagini perché una canzone come “Martyrs” ha lasciato perplessa parte degli utenti youtube che si sono affacciati al video di questa canzone (anche in questo caso il video lo potete trovare al di sotto della risposta di Joel, Nda.). Ti saresti mai aspettato questa serie di reazioni critiche?

Sinceramente no, anche se ci rendevamo conto di che quello che stavamo girando non era il “classico video” di una band progressive. Un qualcosa di diverso, certamente, ma non abbiamo avuto paura dell’eventuale rischio perché eravamo ben intenzionati a provare qualcosa di nuovo. Siamo stati però sopresi della risposta di una parte della comunità metal che si è sentita offesa, per così dire. La comunità metal è qualcosa che non è mainstream, che si cura poco dei giudizi altrui un po’ come i protagonisti del video, anche loro assolutamente fuori da mainstream. Ecco perché io personalmente sono stato molto sorpreso di leggere commenti che parlavo di sentimenti offesi. Devo ancora comprenderla, anche se per fortuna moltissimi dei nostri fan – e non – hanno apprezzato le immagini. Seguire sempre le regole “giuste” non è mai la scelta migliore.

Il tour europeo è praticamente finito (l’intervista è stata concessa lo scorso 6 aprile 2019, giorno dell’ultimo live legato al tour europeo invernale di supporto a “Lotus”): raccontateci le esperienze di chi ha vissuto questi emozioni dal palco.

È stato fantastico. È stato fantastico vedere i fan accettare immediatamente un disco come “Lotus”, uscito da soli due mesi. Lo hanno capito, lo hanno amato e sembra che un disco del genere sia uscito da tantissimo tempo. Dal vivo poi è stato un successo: praticamente sold out ovunque. Nel prossimo futuro ci sarà qualche festival estivo e poi ci concentreremo sulla parte est dell’Europa che in questa prima fase non abbiamo ancora sviluppato.

E per un nuovo album dei Soen? Quanto ci sarà aspettare?

(sorride, Nda.) Sicuramente ci sarà qualcosa di nuovo, molto preso inizieremo il percorso di scrittura del nuovo materiale, e penso che in un paio d’anni si possa concretizzare tutto il percorso ed ottenere un nostro nuovo album.

 

 

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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