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Sepultura: “Machine Messiah” – Intervista ad Andreas Kisser

Esce il prossimo 13 gennaio tramite Nuclear Blast, il nuovo e atteso album dei Sepultura, intitolato “Machine Messiah“. In occasione dell’uscita del quattordicesimo disco in studio della band carioca, abbiamo avuto modo di parlare con lo storico chitarrista Andreas Kisser, che ci ha illustrato il concept alla base del full-lenght, il suo orgoglio per l’aver realizzato un capolavoro come “Roots” e della sua voglia di continuare a fare musica. 

Signore e signori, Andreas Kisser!

Ciao Andreas e benvenuto su Metallus.it

Ciao a tutti.

Allora iniziamo subito col parlare del vostro nuovo album, “Machine Messiah”. Cosa si nasconde dietro questo splendido artwork, chi è il messia meccanico?

Eh, bella domanda [ride]. Partiamo col dire che quello di un messia meccanico è un’idea alla base del concept del nostro nuovo album. Abbiamo voluto affrontare questa tematica perché, guardandoci intorno, ci siamo resi conto di come le macchine facciano sempre più parte delle nostre vite. La gente fa un uso incredibile di robot, dalla smartphone al computer ai Google Glass, e immaginare di vivere senza, oggi come oggi, è qualcosa di impensabile. Nel disco non parliamo di scenari futuristici ispirati alla fantascienza, ma al nostro presente, quello in cui se vai al ristorante trovi persone sedute vicine che restano incollate allo schermo del loro cellulare piuttosto che conversare l’una con l’altra. Per non parlare delle persone che vengono ai nostri concerti e sono più prese dal registrare il concerto che viverlo, del vivere un’esperienza unica come può essere un live della tua band preferita. Ecco, tutte queste situazioni ci hanno ispirato nella scrittura di testi nei quali raccontiamo di persone che si affidano ai robot per risolvere i loro problemi. Non mi riferisco a chi, dopo un incidente, magari utilizza delle apparecchiature meccaniche per ovviare a problemi fisici, bensì a quella vasta schiera di persone che attende la risoluzione dei propri problemi appellandosi a un robot, demandando a terzi ciò che in realtà dovrebbero fare loro. Ognuno di noi ha la capacità e le potenzialità per creare una propria personalità, una propria identità, un proprio universo dove vivere. Non esiste alcun messia meccanico che giunge a salvarci dalle nostre mancanze. Spetta a noi, e solo a noi, risolvere i nostri problemi, senza aspettarci nulla dall’esterno.

All’interno della band la pensate tutti alla stessa maniera o ci sono punti di vista differenti? Come sono i nati i testi di quest’album?

Siamo io e Derrick [Green, cantante] i principali compositori della band e, potrà sembrare un paradosso, ma abbiamo posizioni diametralmente opposte sulla tecnologia. Lui è favorevole a un uso dei robot mentre io ne sono un fermo oppositore. Ciò ci ha spinto a parlare tanto, a confrontarci sulle nostre idee e questo processo interessante di dialogo è confluito, poi, nei testi dell’album, nato proprio da due menti – una pro e una contro – che la pensano diversamente sullo stesso tema. Se ci pensi è davvero bello pensare che all’interno della stessa band, a volte dello stesso brano, possano coesistere idee così diverse. È una cosa che mi piace davvero tanto, è stimolante. Inoltre, ha fatto sì che le lyrics fossero bilanciate e non faziose, evitando così di precludere ogni possibile sviluppo.

Questo è il secondo album che registrate con Eloy Casagrande alla batteria. Ora che la line-up sembra aver trovato una sua stabilità, è cambiato qualcosa nel vostro processo compositivo o tutto è rimasto invariato?

In realtà no, è rimasto tutto come prima. Generalmente le canzoni nascono da un mio riff, io sono sempre lì pronto a registrare ogni idea che mi viene in mente e che riesco a trasformare in un riff. Sicuramente Eloy ha apportato qualcosa di nuovo, di diverso, nel suo approccio alla musica e al suonare la batteria, ma anche in precedenza ci trovavamo spesso a discutere e sviluppare insieme le idee intorno a un riff di chitarra. Anche Paulo [Jr., bassista] e Derrick partecipano in questa fase alla creazione del brano con le proprie idee. Io registro la maggior parte del materiale che finisce su dei demo che poi invio agli altri membri del gruppo che iniziano a lavorarci su, proponendo delle linee vocali, dei giri di basso, e così creiamo quello che poi diventa un brano dei Sepultura. Solo in un’ultima fase interviene il produttore che apporta le ultime modifiche prima poi di registrare la canzone in maniera definitiva. È un processo che, come vedi, coinvolge tutta la band, e l’album è la risultante di questo processo.

In questo album si avvertono diverse soluzioni che sembra strizzare l’occhio alla fase iniziale della carriera musicale della band, in particolare il periodo che ha visto la pubblicazioni di capolavori come “Arise”, “Chaos A.D.” e “Roots”. In che direzione si stanno muovendo i Sepultura?

Io credo che sia inevitabile come cosa, anche perché gli album che hai citato hanno fatto la storia della band, sono parte di noi e certi elementi possono sicuramente tornare. Ovviamente, noi come band guardiamo avanti, la nostra volontà è quella di seguire nuove strade e, almeno intenzionalmente, non ripetere la formula utilizzata in un disco precedente. Nella costruzione di questo concept, “Machine Messiah“, abbiamo seguito un modo di lavorare che utilizzavamo sul finire degli anni ’80, quando dovevamo tener ben presenti le limitazioni del supporto di allora, il vinile. Un periodo in cui dovevi pensare a come suddividere i brani, quale canzone avrebbe aperto il lato A e quale il lato B. Questo processo meticoloso di creazione di una sequenza di brani è stato fondamentale per realizzare la storyline di “Machine Messiah“. Ecco, in questo caso siamo stati influenzati dalla prima parte della nostra carriera, le prime registrazioni, quando dovevi essere molto attento nel curare ogni dettaglio del disco, compreso anche la copertina che doveva avere un grande impatto, come è successo con il nostro ultimo album. Sicuramente in questo siamo stati influenzati da “Arise” e “Chaos A.D.“.

Parlando proprio di canzoni e della loro disposizione, quello che colpisce è la vostra scelta di aprire con un brano che non ha proprio le caratteristiche dell’opener, la title track, che si muove su ritmi più cadenzati e atmosfere più sognanti. Da dove nasce questa scelta così azzardata?

Si, hai ragione, effettivamente è un brano molto emozionale. La scelta è ricaduta su questa canzone perché credo che crei le giuste aspettative in chi ascolta, il quale si trovare a chiedersi ‘wow, e cosa arriverà adesso dopo un brano così?’. Considera più come un intro, una lunga intro, con lyrics e quant’altro, ma ha la funzione di creare attesa e attenzione in chi ascolta. La nostra volontà, quando ci sediamo e decidiamo di realizzare un nuovo album, è sempre quella di dare ai nostri fan qualcosa di nuovo, di diverso, far provare emozioni diverse. Se pensi a un disco come “Revolusongs” del 2003, ci trovi dentro tante cover di band tra loro diverse come gli Exodus, Jane’s Addiction, Devo, U2 per arrivare a una cover di “Angel” dei Massive Attack. Ci puoi trovare dentro tante vibrazioni diverse, ora più pesanti ora più intense, e credo che “Machine Messiah” abbia un po’ del DNA di quel disco.

Nella realizzazione di “Machine Messiah”, dunque, trovano spazio anche elementi tribali ereditati da altre culture, come nel caso di “Phantom Self”. Ci vuoi parlare di questo brano e, in generale, sul vostro lavoro di ricerca di nuove esperienza da tradurre in musica.

Come ti dicevo prima, prevalentemente abbiamo trovato lo spunto per la nostra musica fuori dal musica, guardando documentari o leggendo film, e, ovviamente, viaggiando. Il poter viaggiare, entrare in contatto con persone nuove, ascoltare nuova musica, ricreare le emozioni che abbiamo provato nei diversi luoghi in cui siamo stati, tutto questo insomma ci ha influenzato nella composizione di quest’album, come di tutti gli altri. Non posso parlarti di una direzione musicale che abbiamo cercato di dare al disco, piuttosto delle emozioni che abbiamo cercato di trasmettere con l’album. Ti faccio un esempio: in un brano come “Phantom Self” ci sono elementi che abbiamo inglobato dalla Tunisia, elementi che ci sono stati suggeriti dal nostro produttore [Jens Bogren, N.d. R.]. Pensare che due paesi così diversi e lontani possano unirsi grazie alla musica è qualcosa che ci piace davvero tanto. Siamo sempre aperti verso nuove soluzioni, verso nuove esperienze, non precludiamo la strada a nulla e siamo pronti a provare tutto. Ovviamente, non sempre riusciamo a utilizzare tutte le idee che abbiamo, spesso non funzionano. Però il fatto di provarci, la costante ricerca di qualcosa di nuovo da aggiungere al nostro background ci rende dei musicisti migliori, e la musica che creiamo nasce proprio da queste emozioni. Non dalla copia di qualcosa che abbiamo già realizzato, quanto la voglia di sperimentare soluzioni nuove.

Anche in quest’album non poteva mancare un omaggio alle vostre radici, le vostre tradizioni, peculiarità che vi ha contraddistinto da tutte le altre band della scena metal mondiale. A 20 anni dalla pubblicazione di “Roots”, quanto sono importanti le vostre radici?

Roots” è senza dubbio l’album più importante della mia carriera. Sono passati 20 anni ma è un album che sembra uscito ieri per la freschezza delle sue composizioni. Durante la realizzazione di ogni singolo aspetto di quel disco, noi volevamo rimarcare il legame con tutti i differenti aspetti della cultura brasiliana, dalle tribù indiane alla black music, le percussioni e i tanti strumenti che utilizziamo. È un album che, poi, ha avuto modo di influenzare tanta altra gente, tante altre band, mi riferisco soprattutto alla scena Nu Metal e a band come Korn, Deftones, Slipknot. Sono orgoglioso di come la gente ancora oggi parli di quell’album, sono orgoglioso di aver preso parte alla realizzazione di un disco come “Roots“. Siamo molto legati alle nostre radici, ci sono elementi che ancora oggi utilizziamo durante i nostri concerti. Adesso è Derrick che suona le percussioni durante gli show dal vivo, utilizzando lo stile dei Maracatu, tipico della zona settentrionale del Brasile. È un modo per restare legati al nostro passato, alle nostre origini, e ci piace.

Tra qualche giorno farete il vostro ritorno sul mercato, nel 2016 abbiamo assistito al ritorno di nomi storici come Anthrax, Megadeth, Testament e non ultimi i Metallica. Credi che i Sepultura, insieme alle band che ho citato, possono apportare ancora qualcosa di nuovo alla musica Metal?

Ovviamente lo spero, spero davvero di poter ancora apportare qualcosa di nuovo. Abbiamo avuto il privilegio di viaggiare in 76 nazioni in 32 anni di carriera, siamo stati a contatto con persone e culture differenti, siamo stati in posti mai visti prima. Da tutte queste esperienza abbiamo sempre cercato di trarre qualcosa di nuovo e trasportarlo nel nostro background. Inoltre, abbiamo sempre modo di imparare qualcosa di nuovo dal tradizione brasiliana, che per noi è sempre fonte di ispirazione nella realizzazione di un nuovo album dei Sepultura, in modo che non risulti mai uguale al precedente. Abbiamo un eccellente batterista, siamo tutti cresciuti sotto dal punto di vista dell’esperienza, e siamo ancora ancora qui a motivare e influenzare nuove generazioni di metal band, che seguono la nostra musica. In questo senso posso dire che abbiamo fatto qualcosa di diverso rispetto agli altri, qualcosa di rilevante. È una bella sensazione essere ancora qui nonostante tutto il tempo trascorso, i cambi all’interno della band e, soprattutto, quelli all’esterno della band: abbiamo iniziato sul vinile, per poi passare al CD, a internet e il download. A breve uscirà il nostro nuovo album, registrato con una grande formazione, una grande casa discografica, credo che sia un ottimo periodo per noi. Abbiamo un grande carriera, continuiamo ad aggiungere nuovi elementi nei nostri platter, e stiamo contribuendo a offrire la nostra parte alla musica, una componente fondamentale nella vita di molte persone.

Parlavi dell’influenza che i Sepultura esercitano sulle giovani leve. Se ti guardi in giro riesci a intravedere band affamate come lo eravate voli più di trent’anni fa? Cosa vi tiene ancora in pista dopo oltre trent’anni di carriera?

Beh, noi siamo ancora affamati, altrimenti non saremo ancora qui a promuovere un nuovo album. L’essere affamati è una componente fondamentale che ci ha accompagnati in tutte le fasi della nostra carriera. Fa capire agli altri chi sei veramente. Prendi uno come Mick Jagger, o Keith Richards, quella è gente che ha ancora fame, che è ancora in giro a promuovere grandi performance dal vivo. Li ho visti dal vivo qualche anno fa e sono rimasto letteralmente impressionato dalla loro energia, dalla loro professionalità, delle canzone incredibili che hanno sfornato una dolo l’altra in oltre cinquant’anni di carriera. Questa fame deve accompagnarti in ogni fase della tua carriera, perché se a un certo punto viene meno, perdi tutto. E per noi è un privilegio aver mantenuto quella caratteristica degli esordi, la forza di andare ancora in tour e del voler continuare a essere dei musicisti. Ecco, questo è fondamentale: prima ho citato i Rolling Stones, ma c’è gente come B.B. King o Andrés Segovia, gente che ha suonato fino a ottant’anni e che non avrebbe mai smesso. Essere un musicista è una scelta di vita, non come l’essere un calciatore, o uno sportivo in generale, gente la cui carriera ha un periodo limitato di tempo.

Un ultima domanda la riservo al tuo rapporto con la tecnologia, in particolare al download e ai servizi di streaming come Spotify.

Io credo che ci troviamo ancora in una fase di transizione se parliamo del rapporto tra musica e tecnologia. Una cosa è certa, ogni band vive il suo rapporto con la tecnologia in maniera diversa, spesso innovativa, e penso al grande lavoro di promozione del loro ultimo album fatto dai Metallica, diffondendo un video per ogni canzone del disco. Io credo sia una bellissima idea, che ti permette di esplorare la musica in tanti altri modi, come il distribuire la tua musica come e quando vuoi. Ci sono band che ormai arrivano a pubblicare un disco senza alcun annuncio, semplicemente mettendolo in vendita. Ognuno ha la sua maniera di raggiungere una fatta sempre più ampia di audience, di essere quanto più creativi possibile. Alla fine, se ci pensi, è molto artistica come cosa. In merito alla questione di queste piattaforme che permettono di ascoltare musica, credo che molto dipenda tutto dagli artisti, i quali devono lottare per i propri diritti. Come compositori abbiamo dei diritti che tutelano la nostra arte, sta a noi lottare per quei diritti e provare a trovare un equilibrio che possa accontentare tutti. Io resto sempre convinto che la vera dimensione della musica sia quella dal vivo, quella in cui sei faccia a faccia con il tuo pubblico, la più reale nella quale presentare i tuoi brani. Bisogna lottare per poter suonare dal vivo e farsi conoscere, il resto è solo una conseguenza di questo.

In chiusura, quando partirà il vostro tour e quando avremo il piacere di vedervi in Italia?

Avremo un primo periodo di promozione dell’album durante il quale saremo in tour per circa sei settimane e avremo modo di suonare in Italia a febbraio, insieme ai Kreator. Credo che torneremo anche in estate quando suoneremo nella stagione dei festival, ma non abbiamo ancora nulla di confermato.

Grazie Andreas e ancora complimenti per l’album!

Ciao a tutti i lettori di Metallus.it e grazie a voi.

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Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

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