Labyrinth: Senza minotauro – Intervista

Un ritorno. Alla grande. Questo è quello che si sono ritrovati davanti i giornalisti convenuti il 23 giugno 2003 alla corte del Labirinto, in occasione della presentazione per l’Italia del newcomer ‘Labyrinth’.

Curiosa la location: quei Jungle Sound in cui vide la luce il (da molti) vituperato ‘Sons Of Thunder’. Un disco che, a causa forse della ricerca del “clamore a tutti i costi”, del produttore famoso e quant’altro, si è trovato a patir del male peggiore: il passare di mano in mano, sino ad un risultato finale che non avrebbe rispettato gli originali carismi. Vale a dire quella sontuosità e ricchezza che solo un concept del genere aveva insite sin dal proprio concepimento.

L’occasione è quella della registrazione del programma Sala Prove per la nostrana Rock Tv. Una semplice registrazione televisiva, parrebbe. Certo, se non la si vivesse con gli occhi di chi si aspetta di vedere proposti brani vecchi e nuovi con un’energia rinnovata, con una potenza ed un muro sonoro che ti schiaccia, che ti rimescola le ossa e te le riposiziona in ordine sparso.

Ma c’è stato anche chi, in quel giorno di afoso inizio estate, avrebbe volentieri riso sotto i baffi nel vedere in azione un combo fiacco, senza più quella spina dorsale che ai tempi di ‘Return To Heaven Denied’ portò dalle stalle alle stelle il metallo di casa nostra. Non vogliamo sapere chi e non ci interessa saperlo. Ciò che importa è che ‘Labyrinth’ è qualcosa di inaspettato in questo periodo storico del metal tricolore, periodo dove il seguire una moda piuttosto che l’altra “pur di vendere”, fa spesso perdere di vista la palla: il cercare, cioè, di fare un qualcosa che travalichi i succitati trends, qualcosa che non finisca nel dimenticatoio, bensì vada ad incastonarsi nel cuore dei più, come quel feeling da sempre ricercato e raramente catturato. Questo è ‘Labyrinth’ !

Ci siamo: tutti in pedana, si parte! Una novella ‘Slave To The Night’ a cominciare, passando per una violentissima ‘Just Soldier (Stay Down)’, inframezzata da una calmissima (???) ‘Moonlight’ o una rediviva ‘Piece Of Time’: questi alcuni degli episodi che in un’oretta circa di registrazione hanno avuto il compito di confermare la convinzione che il tramonto di Cantarelli e soci è di là da venire. Tra battute al limite di James Tont, “eseguite” ad arte da un Tiranti in goliardica forma e punzecchiature sul caldo africano che si era creato in pedana da parte del buon Bertocchi, lo “scialo” ha regnato sovrano, con la particolarità però che quando c’era da far male (e tanto!) i nostri non si son certo tirati indietro!

Gli occhi erano comunque tutti per il nuovo arrivo in casa Lab: “il Pier”, come si è timidamente definito lui stesso! All’anagrafe, Gonella, questo incredibile axeman ligure (Rapallo, la sua città) è una vecchia conoscenza di Roberto e del Mc, da tempo gravita nel prolifico universo di quel lembo di terra che si affaccia sul Mediterraneo. Una padronanza tecnica ben sopra le righe (in ‘Moonlight’ ha messo tutti a tacere) ed uno stile pulito, senza voglia di ostentare è ciò che colpisce maggiormente di Pier Gonella.

Un fresco buffet ristora le pance e lo spirito, e prepara i convenuti ad una rilassata conferenza stampa durante la quale si para di fronte ad essi un Labirinto pronto a soddisfare le curiosaggini della stampa. Domande tra le più disparate, talvolta scontate ma lecite, come il perché di un album senza un nome ufficiale, solo ‘Labyrinth’. Dapprima si ride alla boccaccesca risposta dello Stancioiu: ” Ma farti gli affari tuoi no, eh?”oi interviene Roberto a chiarire che “Era scontato prendere il titolo di uno dei brani del disco per darne il titolo. Questo disco è Labyrinth. Punto. Senza compromessi! E’ esattamente quello che ci sentivamo di scrivere e lo abbiamo scritto! E’ come un voltar pagina, un nuovo inizio…” Come non chiedere poi a(l timido?) Pier cosa si aspetta dalla sua nuova band… “L’esperienza sarà sicuramente positiva. Appena il Mc mi ha chiamato ho da subito accettato di provare coi ragazzi, anche perché i loro pezzi mi sono sempre piaciuti, esattamente come il genere musicale che i Labyrinth suonano. Poi ho ascoltato il disco nuovo e ho notato immediatamente in esso una notevole maturità: i suoni ottenuti, inoltre non sono stati condizionati da qualcuno che li imponeva, ma sono venuti di getto e naturalmente. Il sound è veramente incredibile e sicuramente il prossimo sarà ancora più personale!” Di lui dice Andrea Cantarelli: “C’è stato subito un’intesa con Pier proprio per il suo modo di suonare. Molti ragazzi di oggi magari ti stupiscono subito per la tecnica, ma mancano di quel feeling tipico degli anni ottanta cui io e lui ci sentiamo sicuramente legati! “ Altro passaggio interessante della conferenza stampa è la domanda circa la correlazione tra la copertina ad opera di un genio come Travis Smith e le tracce contenute nell’album. Prende la parola il Mc: “Più che un riferimento alle singole canzoni contenute nel disco, la cover è la rappresentazione di un nuovo inizio: proprio come il fiore, che simboleggia una rinascita, od il viso sofferente che rappresenta in tutto e per tutto il travaglio che ci ha portato sino al concepimento di questo disco!” Proprio con il palestrato tastierista ci intratteniamo subito dopo la conferenza per una tranquilla chiacchierata… Allora Mc, direi di cominciare dalla tua dipartita assieme a Mattia dai Vision Divine: puoi dare una tua versione dei fatti “definitiva” che metta a tacere, una volte per tutte, le voci circolate a riguardo?

“Diciamo che la volontà mia e di Mattia è stata quella di concentrarsi solo e più attivamente al nuovo lavoro dei Labyrith: motivo per il quale la dipartita dai VD si era resa necessaria. Secondo me questa scelta ha dato ancora più credibilità alla band… Ora siamo un gruppo vero composto da 5 musicisti all’interno del quale tutto quello che viene prodotto è all’insegna del divertimento e della serenità e dove ognuno ha la libertà di esprimersi liberamente. Non che prima non fosse così, solo che già dalla realizzazione di ‘Sons Of Thunder’ si erano venute a creare divergenze musicali tra noi e Carlo che non hanno reso possibile il proseguimento del nostro cammino artistico assieme.”

Andrea Cantarelli , in un’intervista recente che gli feci, mi disse che gli piace pensare a Carlo come ad un amico nonostante le vicissitudini dell’ultimo anno. Alla luce dei tuoi trascorsi nei VD, come ti poni nei confronti del Thorsen?

“Olaf Thorsen è stato un personaggio di notevole importanza nell’ambito della mia carriera musicale. Se non lo avessi conosciuto probabilmente non sarei entrato nei Labyrinth, oppure non avrei potuto passare degli ottimi momenti umani ed artistici con i Vision Divine. Purtroppo il caso ha voluto che non ci siamo più sentiti molto dopo il suo split, ma comunque spero che possa sentirsi realizzato artisticamente con la sua band e gli auguro grandi soddisfazioni.”

Questa è stata indubbiamente una produzione interamente seguita dai Labyrinth – senza “intrusioni” o “nomi illustri” – che fa saltare immediatamente all’ orecchio una limpidezza di suoni che, a parer mio, neanche ai tempi di ‘Return…’ si era potuta udire. Puoi descrivermi il clima che aleggiava in studio tra di voi nei giorni delle sessions di registrazione e missaggio, che ha poi portato a questo brillante risultato?

“Proprio come ti dicevo prima, tutto si è svolto in un clima di assoluto relax, ma allo stesso tempo molto concentrati sul risultato che volevamo ottenere. A questo proposito avevamo le idee molto chiare visto l’intenso lavoro di pre-produzione, svolto nello studio di Mattia e sul mio Pc. Questo risultato è stato possibile anche grazie alla disponibilità dei fonici e del personale del Noise Factory, uno studio spazioso e confortevole, dove, quando volevi farti due risate dopo un’intensa sessione di registrazioni potevi giocare a calcetto o alla Playstation 2, con la quale ci siamo scannati… e non lo dico per fare pubblicità occulta eh! Eh! Anche durante la composizione dei brani l’atmosfera era la stessa: bastava che uno portasse un’idea che ad un altro membro della band ne veniva immediatamente un’altra e così via, fino a far crescere i brani in maniera assolutamente naturale!”

I Noise Factory: avete quindi scelto una new entry del gotha degli studi di registrazione meneghini. Parlando di fonici, come vi siete trovati a lavorare con Giovanni Spinotti? “Ci siamo trovati molto bene. Giovanni è un fonico veramente competente: ha lavorato per diversi anni negli USA con i migliori fonici esistenti e negli studi più all’avanguardia. Un aspetto molto importante per lui, è stato quello di capire in base alle nostre direttive i suoni che volevamo ottenere, cosa che Giovanni ha fatto in fretta ed egregiamente!”

Questo disco è un pò come un voltar pagina per i Labyrinth: dopo un non fortunatissimo ‘Sons Of Thunder’ , credi che questo nuovo episodio della vostra storia possa essere finalmente quello della vostra definitiva consacrazione?

“Questo non lo posso sapere, ma lo spero e sono ottimista! Abbiamo sputato sangue per poter realizzare questo album, soprattutto a causa delle nostre vicissitudini discografiche durate quasi 4 anni. Figurati che ci ho rimesso quasi la salute ! Anche se così non fosse, sarei contento lo stesso, come anche gli altri ragazzi, perché ‘Labyrinth’ è il meglio che potevamo ottenere in questo momento e siamo assolutamente soddisfatti del risultato finale. La prima cosa penso sia essere sempre soddisfatti del proprio lavoro: se poi le vendite e la popolarità cresceranno, è chiaro che saremo ancora più contenti!”

Una canzone particolare e non banale, con una intro molto à la Carpenter è ‘When I Fly Far’, seguita a ruota da ‘Neverending Rest’: due produzioni targate interamente De Paoli. Ci fornisci qualche particolare sulla loro nascita (origine dei testi, ma soprattutto delle musiche)?

“Devo dire che – senza essere vittimista – queste canzoni le ho scritte in un periodo molto difficile della mia vita, dove ho sofferto di profonde crisi depressive, che hanno minato anche la mia salute. Credo sia la prima volta dopo tanti anni, che riesco a trasferire intensamente in musica le sensazioni e le emozioni che ho provato in determinati momenti. Anche i testi riguardano degli episodi che mi hanno fatto soffrire molto. Il testo ma anche la musica di ‘Neverending Rest’ sono dedicati ad un mio caro amico che è purtroppo scomparso proprio mentre la scrivevo, cosa che mi ha colpito profondamente! A lui piaceva moltissimo quando la suonavo in casa, prima che fosse completata interamente. Con questo, nel testo e nella musica non voglio infondere tristezza ma un messaggio di speranza. ‘When I Fly Far’ invece, era partita come una ballad pianistica, ma anche qui ho sentito l’esigenza di creare un’atmosfera che rispecchiasse le mie emozioni : ecco il perché dell’intro che definisci ‘à la Carpenter’! “

Mi ha inquietato poi moltissimo la parte centrale di ‘Just Soldier (Stay Down)’ e di ‘Terzinato’ dove tu crei situazioni ed atmosfere al limite del claustrofobico e del “malsano”: è forse il “lato oscuro” del Mc che sta facendosi sempre più largo?

“Nonostante sia apparentemente un tipo abbastanza solare e allegro, ho sempre coltivato dentro di me una parte estremamente malsana, costituita da manie e perversioni cerebrali. Queste perversioni ai limiti degli incubi notturni, le ho fatte sfociare nella musica, ottenendo come risultato delle parti inquietanti , come quelle centrali di ‘Just Soldier (Stay Down)’ e ‘Terzinato’. ”

Che mi dici di quel finale tipico di Kevin Moore al termine di ‘Synthetic Paradise’?

“Ti ringrazio per il complimento! Per me Kevin Moore è il poeta delle tastiere, un artista veramente ineguagliabile! Il fatto che quella parte ti ricordi il suo stile, probabilmente è perché mi ha influenzato talmente che talvolta scrivo inconsciamente delle parti che potrebbero accostarsi al suo modo di intendere le tastiere. E poi è vero, quel suono è simile seppur involontariamente al timbro che usò Kevin nell’intro e nel solo di ‘Pull Me Under’: me ne sono reso conto solo dopo, eh! Eh! ”

Uno strumento di estrema versatilità è proprio la tastiera, ma non sempre ne vengono sfruttati appieno i potenziali: qual è il tuo pensiero a riguardo?

“Al giorno d’oggi la tecnologia ci permette di ottenere, sfruttando al 100% il potenziale del suddetto strumento, dei suoni molto potenti ma anche molto cattivi. Basta soltanto avere la volontà ed il coraggio di utilizzarli. Questo lo dico perché nel metal questi suoni vengono utilizzati poco o niente forse perchè si ha paura che un suono elettronico risulti techno. Ciò non è assolutamente vero: un suono elettronico è un suono che esiste nei sintetizzatori , quindi – da musicista – non vedo perché non si dovrebbe utilizzarli per rendere più interessante un brano musicale o un arrangiamento. Anzi, penso che l’elettronica ed il ritorno al vintage analogico sia il futuro di questo genere musicale, altrimenti galleggiante nel torpore della maggior parte delle attuali produzioni.”

La scelta di buttarti molto su suoni settantiani, caratterizzati da un suono hammond – che a mio modo di vedere, trova la massima espressione in ‘Hand In Hand’ ed in ‘This World’ – pensi che verrà assimilata in modo positivo dai fans, legati forse più alle precedenti sonorità del Labirinto a livello di tastiere?

“Penso che – come è ovvio che sia – potranno piacere o non piacere: se uno ama veramente la musica, sa che il metal o il prog non sarebbero mai esistiti senza le bands che negli anni ’70 utilizzavano gli hammonds. Sto parlando degli Emerson Lake And Palmer, dei Deep Purple e via discorrendo. Come ti dicevo poco fa, anche l’hammond fa parte di quella gamma di suoni che sono presenti nelle tastiere o nei synth e che non vengono pressocchè utilizzati nei generi musicali affini al nostro: una cosa che trovo artisticamente molto limitante. Da musicista ho sentito l’esigenza di utilizzarlo perché secondo me era il suono giusto da inserire nelle parti in cui lo ritenevo opportuno. Poi sta di fatto che se un fan ascolta attentamente ‘This World’ si accorge dei chiari riferimenti purpleiani, quindi perché non utilizzare un hammond!?!”

Mi hai sempre detto di essere molto legato agli ’80: come vedi il come back verso quegli anni che in moltissimi – in ogni ambito sociale – stanno seguendo in questi anni di inizio millennio?

“Forse perché li ho vissuti da bambino o da adolescente e quindi con occhi differenti rispetto ad ora, ritengo che gli anni ’80 abbiano sfornato sfornato ciò che di meglio si possa trovare nell’heavy metal, nel rock, nella new wave, nel pop, nei cartoni animati e in generale nei programmi televisivi. Si, credo che in questo inizio del secondo millennio troveremo molte situazioni che abbiano influenze dagli anni ’80, ma anche dai ’70 sino addirittura ai ’60. Per ciò che riguarda la musica in particolare mi sembra necessario ed inevitabile questo processo di ripescaggio dal passato, che alla fine – per assurdo – andrà a rimodernizzarla: altrimenti essa ristagnerebbe per anni e non credo sia possibile!”

Dopo il boom del metal made in Italy della fine dei ’90, dove voi e Rhapsody l’avete fatta da padroni, ora sembra ci sia in atto una flessione dell’interesse verso il trademark tricolore da parte del pubblico tutt’altro che rassicurante: la tua opinione a riguardo?

“Sono pienamente d’accordo con te riguardo questa flessione d’interesse, a parte forse per un paio di casi. Questo perché, bands comunque valide in Italia e musicisti in grado di fare buone cose si assestano a mio parere sui soliti cliché, senza cercare ulteriori spunti, magari più interessanti. Così facendo risultano un po’ tutti uguali a loro stessi, solo per non osare a spingersi verso altri generi, ristagnando nel classico calderone. Ricordo benissimo quando Rhapsody e Labyrinth avevano smosso le acque del metal italiano 5 o 6 anni fa: il metallo tricolore andava molto di moda all’estero e proprio in quel periodo è stato inserito nel mercato qualsiasi cosa sino a saturarlo, inflazionandolo. A peggiorare le cose è poi giunto anche dell’avvento di Internet e della masterizzazione folle. Essendo questa la situazione, rimarranno solo le grandi bands che saranno in grado di produrre le cose migliori: poi, si sa, ci vuole anche un po’ di fortuna in questo campo!!”

Direi che è tutto. Ma prima di lasciarci, vuoi dire la tua?

“Voglio ringraziarvi per avermi concesso questa divertente intervista e poi tutti quelli che la leggeranno… ma anche quelli che non lo faranno!! Un’altra cosa: “se vi capita” date un’ascoltata a ‘Labyrinth’ !!! ” foto: Luca Bernasconi LABYRINTHMUSIC – Il sito

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