Scar The Martyr: Intervista a Joey Jordison

Chiusa la parentesi con i suoi Murderdolls, Joey Jordison ci riprova e mette in piedi un nuovo progetto, Scar The Martyr, di cui tuttora si hanno pochissimi dettagli. Il batterista degli Slipknot, in esclusiva per Metallus.it, racconta di questa misteriosa e nuova creatura.

Domande e foto a cura di Marcella F.
Traduzione a cura di Arianna G.

Come e da dove è nata l’idea di questo tuo nuovo progetto, gli Scar The Martyr? Come sono stati scelti i membri che compongono questo nucleo?

A dirti la verità, ho iniziato a comporre il materiale durante i miei giorni off/liberi lontano dagli Slipknot, mi sono recato nello stesso studio di registrazione dove abbiamo registrato “All Hope Is Gone” (2009, ndR) e mi son fermato là per circa due mesi, dando inizio così alla scrittura di questo materiale. Ho iniziato a fare alcune versioni demo per me stesso, non avevo ancora un’idea precisa su cosa fare. Ho ritentato una seconda volta e da quel momento, il processo di sviluppo è venuto da sé.  Ai tempi questa iniziativa sembrava una cosa fattibile, per cui sono andati avanti e mi sono dato alla ricerca di un cantante per la band.  James Murphy mi aveva raccomandato Henry Deker. Ho mandato ad Henry cinque pezzi e lui, poco tempo più tardi, mi mandò quello che lui aveva fatto su questi pezzi. Ne son rimasto totalmente colpito a tal punto da dire “Lui è quello giusto, la sua voce si adatta benissimo ai brani” e da quel momento, abbiamo prenotato lo studio di registrazione affinché potessimo registrare il resto dell’album con lui.

Quindi possiamo dire che non hai dovuto fare una selezione tra tanti artisti, avevi già capito chi volevi che ti affiancasse in questa nuova esperienza…

Sì! Sì!

In una recente intervista, hai affermato di non aver tratto alcuna ispirazione dalle tue esperienze musicali passate e di esserti voluto focalizzare su qualcosa di forte, affinché la gente potesse ricordarsene…

Vero!

La domanda sorge quindi spontanea: come hai scritto i brani che compongono questo debut? Hai pensato alla tecnica…?

No, a dire il vero non ho pensato proprio a nulla quando ho composto. Non sono stato lì a pensare “Oh, deve suonare così, deve essere in quest’altro modo, deve prendere questa direzione e quell’altra”, ho fatto sì che il processo si sviluppasse in maniera molto naturale, avevo già un’idea della struttura dei brani ma è solamente quando anche gli altri membri della band hanno preso parte alla stesura del materiale che il tutto è venuto a crearsi per bene e devo dire che son molto soddisfatto.

Accennavamo prima a Henry Derek, il cantante. Se non erro, tu e lui avete lavorato insieme alla stesura di questo disco. Quali canzoni sono state da te composte? Quali, invece, sono state scritte da lui? Come è stato suddiviso il lavoro?

Henry ha scritto qualche canzone, io mi sono unito a lui nella composizione della musica, Henry ha scritto anche la musica per le tracce “Cruel Ocean” e “White Nights In A Day Room” e più o meno abbiamo avuto modo di collaborare insieme per tutto l’album. La maggior parte della musica è stata composta da me, mentre le lyrics sono state scritte da lui, questa è la parte più importante. Ovviamente anche gli altri ragazzi hanno dato del loro, Kris Norris, Jed Simon e Chris Vrenna hanno fatto sì che questo disco risultasse tale!

Parliamo dei brani. Ho avuto modo di ascoltare 5 brani, alcuni di questi pezzi sembrano molto melodici, il drumming è molto potente, è un mix di parti melodiche e parti robuste che potrebbe piacere ad un’audience più ampia, che potrebbe spaziare dal crossover al melodico e via discorrendo. Perché hai deciso di puntare maggiormente ad un sound melodico piuttosto che dedicarti ad una sonorità dubstep? Negli ultimi tempi, un sacco di musicisti hanno sperimentato questo genere musicale, come gli Slipknot,  che hanno mischiato crossover e nu metal, per poi legarsi al filone dubstep…

Ad alcuni non piace proprio il dubstep! (ride)

Stavo arrivando proprio a questa questione. So perfettamente che non vi è traccia di dubstep qua! La mia domanda è: cosa ti ha spinto a rimanere fedele alle tue radici nu-metal?

Beh, diciamo che io scrivo canzoni che io stesso vorrei ascoltare! Sono cose che vengono dritte dal cuore, parliamo di una nuova avventura musicale, mi sono recato in studio senza avere un’idea chiara di cosa volessi realmente e senza neanche rendermene conto, avevo già un po’ di materiale pronto.

Ho avuto modo di ascoltare questi 5 brani: “Soul Disintegration”, “Never Forgive, Never Forget”, “Cruel Ocean”, “My Retribution” e “Blood Host”. C’è qualche connessione tra loro?

Principalmente no… l’album segue linee diverse, non c’è una canzone che somiglia ad un’altra, non volevo fare un album che si limitasse a seguire un certo tipo di musica, ecco perché la musica è divertente, da una parte non vorresti spaziare in troppi territori diversi tra loro ma mantenere costanti le sonorità heavy e provare a definire il tuo sound personale.

C’è già un titolo scelto per l’album, dato che non ci è dato saperlo?

Ehm, ancora no, si saprà tutto entro la settimana prossima (l’intervista è stata realizzata in occasione del promoday italiano tenuto a Giugno, ndR).

Cosa ci puoi dire, invece, dell’artwork del disco? Anche questo è un segreto?

La copertina è stata disegnata e curata da Travis Smith (che ha lavorato con Cradle Of Filth, ecc…), è il grafico che si occupa di tutte le nostre grafiche. È un artista veramente bravo, attualmente si sta occupando di tutta la questione legata al disco. Non voglio accennarvi nulla, ma posso dirvi che sarà fottutamente bello!

La band, al momento, è composta da membri di Darkest Hour, Nine Inch Nails… Insomma, tutti i membri provengono da svariate formazioni, ma se parlassimo di un ipotetico tour, come verrebbe gestita la situazione, essendo appunto che voi tutti provenite da band differenti?

Abbiamo ricevuto 3 offerte, ma ancora stiamo valutando quale possa essere per noi la migliore, in modo da poter partire per un eventuale tour in Autunno. Al momento dispongo ancora di tempo libero lontano dalle attività con gli Slipknot, così come gli altri componenti degli Scar The Martyr, per cui diciamo che la cosa ha funzionato. Speriamo di poter imbarcarci on the road presto.

Come dicevo prima,  tu hai affermato di voler creare qualcosa di cui la gente potesse ricordarsi e quindi indimenticabile… ma se così fosse, ovvero, se la gente non apprezzasse questo tuo nuovo tentativo musicale, come reagiresti?

Andrebbe bene ugualmente! Voglio dire, spetta sempre ai fans l’ultima parola, quindi sono loro a dover giudicare se un disco possa piacere o meno. Io sono già felice del fatto che i fans mi abbiano sempre sostenuto dai tempi degli Slipknot, questo è un altro lato di me stesso, per cui spero che la gente possa comunque apprezzarlo!

marcella.fava

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Marcella Fava nasce a Reggio Emilia il 30 aprile 1988. Figlia d’arte, il padre è Antonio Fava, grande scrittore, regista, ma soprattutto attore teatrale e insegnate di Commedia dell’Arte di fama mondiale. La sua prima macchina fotografica è la polaroid di Barbie, all’età di 6 anni, che tutt’ora utilizza per divertimento. Le fotografie vengono fuori di qualità scarsa dati gli anni che ha, ma contengono tanta tenerezza e tanto affetto. Frequenta e si diploma presso il Liceo D’arte “Paolo Toschi” di Parma, a seguire il Centro Sperimentale di Fotografia “Ansel Adams” di Roma fino ad ottenere il Postgraduate Certificate in Professional Studies – Photography presso il Central Saint Martins – College of Art And Design di Londra, specializzandosi in reportage e fotografia analogica. Attualmente è fotografa a tempo pieno con sede a Reggio Emilia (anche se non si nega viaggi reportagistici in girando il mondo) e scatta per Metalus.it da circa 4 anni, unendo insieme alla fotografia l'altra sua grande passione, la musica!

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