Sabaton: “The Attack of the Dead Men” – Intervista a Hannes Van Dahl

Mancano pochissime ore all’unica data italiana dei Sabaton, che per l’occasione saranno accompagnati da Amaranthe e Apocalyptica; la band è arrivata in quel di Milano già nella giornata di ieri ed è nella hall di un hotel poco distante dall’Alcatraz che incontriamo il batterista Hannes Van Dahl.
Ne segue una bellissima chiacchierata che ha quasi il sapore di una rimpatriata tra amici, in mezzo a confessioni tra 30enni, spoiler sulla scaletta che ci attende e una certa fobia per le docce in tour.

Ciao Hannes, innanzitutto grazie come sempre per il tuo tempo. Partiamo dal tour, siamo agli inizi, ma come sta andando fino ad ora?

Ciao e grazie a te! Il tour si chiama “The Great Tour” e infatti sta andando alla grande. Abbiamo esordito ad Helsinki poco prima di Natale, ma prima di partire abbiamo passato moltissimo tempo in sala prove anche con i ragazzi degli Apocalyptica, per essere pronti e sicuri di dare il meglio di noi stessi.
Suoneremo 6 o 7 nuovi brani, che se ci pensi è assurdo per un nuovo album. Ricordo quando andavo a vedere le mie band preferite, odiavo il fatto che suonassero dei nuovi pezzi! Volevo ascoltare le hit, pezzi fighi, non i nuovi brani, quindi speravamo di non avere lo stesso effetto sui nostri fan, ma fino ad ora stiamo collezionando solo recensioni positive, sembra che tutti si divertano ai concerti. E così anche noi, è la produzione più grande che abbiamo mai fatto, con 126 persone, una follia, ma allo stesso tempo meraviglioso. Ci divertiamo tanto insieme, la band suona meglio che mai, e lo penso davvero. Siamo ad un terzo del tour e non ho alcuna voglia che finisca.

Ho avuto modo di vedervi a Stoccarda lo scorso 18 Gennaio ed è stato uno show incredibile, con tantissimi effetti speciali, fuochi, la produzione completa. Se non sbaglio questa tappa all’Alcatraz è la più piccola dell’intero tour. Cosa possiamo aspettarci da questa serata?

C’è una ragione per cui veniamo qui. Sai, gli effetti speciali e tutto ciò che è extra non conta. Contano solo la band e il pubblico, che sono una cosa sola: una cosa che puoi rendere più grande con i carri armati e tutto il resto, ma non è questo a fare lo spettacolo. Va benissimo suonare in una venue anche piccola, ma la verità è che adoriamo essere qui, il pubblico è davvero pazzesco. Questa volta non potremo mostrare tutti gli effetti speciali che abbiamo, ma sono certo che sarà una di quelle date del tour che non potremo dimenticare.

E parlando di questo, sono stata più volte all’estero per concerti, ma a Stoccarda ho notato per davvero la differenza con il pubblico italiano; tutto era molto ordinato, nessuno ha aspettato la band fuori dalla venue…vedete ancora delle differenze negli spettatori a seconda del paese in cui suonate?

Assolutamente sì, e sulla base di questo già sai che lo show assumerà un colore diverso. Ad esempio, in Germania il pubblico urlerà “Noch ein Bier” per 95 minuti, mentre in Olanda il pubblico chiederà a Joakim di togliersi i pantaloni e metterseli in testa, non so perché, ma è così. Questo ti permette di creare un rapporto unico con il tuo pubblico, una relazione speciale con persone in tutto il mondo, così con il fan italiani come con quelli serbi o svedesi. Che è una cosa fantastica. Ti dirò, forse il pubblico peggiore è proprio quello svedese, perché è molto riservato. Ci vuole tantissimo per far ballare uno svedese, mentre ci vuole nulla per far ballare un italiano. Detto ciò, proprio questa riservatezza crea un rapporto ancora diverso e speciale, e non a caso i fan svedesi sono tra i più devoti che abbiamo.

Sarete supportati da Amaranthe e Apocalyptica e proprio con gli Apocalyptica avete registrato una versione di “Angels Calling”. Com’è nata questa idea?

Era nei piani da un po’, Pär è stato ad alcuni show degli Apocalyptica negli ultimi tempi, li conosciamo bene e rispettiamo molto la loro musica. Quando è iniziato il tour si è posta la solita questione delle band con cui partire. Bisogna sempre chiedersi: è una band che ci piace musicalmente? Può piacere ai nostri fan? E ci piace anche a livello personale? Perché bisognerà passare molto tempo insieme e quindi è meglio andare d’accordo. Abbiamo chiesto agli Apocalyptica se volevano essere dei nostri e ci hanno detto di sì, e quando abbiamo registrato il pezzo, è venuto tutto spontaneo fin dall’inizio, i ragazzi sono molto professionali e tra i migliori musicisti con cui abbia mai suonato, per cui per noi è stato davvero un onore. E poi, come hai visto anche in Germania, ogni sera suoniamo insieme dei pezzi e credo che questo renda lo spettacolo ancora più bello.

Esatto, quindi possiamo aspettarci di vederli con voi sul palco anche questa sera?

Sì, suoneremo cinque o sei brani insieme, confermo.

Tornando all’imminente performance, come dicevi prima ci saranno un po’ di pezzi da “The Great War”: come selezionate i brani che confluiscono nella scaletta?

Ognuno sceglie i suoi preferiti, ma poi bisogna vedere qual è la reazione del pubblico: i pezzi devono essere divertenti per noi e per i fan, bisogna trovare il giusto equilibrio. Ci è capitato di suonare dei brani che pensavamo sarebbero stati fantastici dal vivo e invece non hanno funzionato, per cui abbiamo dovuto rimuoverli. Sulla base della reazione delle persone, puoi vedere subito cosa va bene e cosa no: noi siamo qui per il nostro pubblico e vogliamo renderlo felice, credo sia importantissimo per una band saper ascoltare i propri fan.

Devo dire che sia a Stoccarda che a Falun, in occasione del Sabaton Open Air della scorsa estate, sono rimasta impressionata proprio dalla resa live di uno dei nuovi brani, “Bismarck”. Credo che da sola valga il costo del biglietto! Ma, in generale, qual è la stata fino ad ora la reazione del pubblico ai brani di “The Great War”?

Assolutamente fantastica. E suonare delle nuove canzoni è molto bello anche per noi: io sono nella band da 7 anni, posso solo immaginare cosa significhi suonare gli stessi pezzi per chi, come altri nel gruppo, lo fa da 20 anni. Devi riuscire a mantenere la freschezza. Ad esempio, “Bismarck” ha una parte di batteria insidiosa nel mezzo, per la quale devo tenermi pronto. C’è una piccola possibilità di incasinare tutto e questo mi piace tantissimo, perché mi rende nervoso il giusto e mi fa restare concentrato. “Primo Victoria”, invece, potrei suonarla senza problemi anche dormendo, per cui è bello avere dei pezzi che siano più sfidanti e ti mantengano vigile.

Con il passare degli anni, è sempre più difficile bilanciare brani vecchi e nuovi senza scontentare nessuno. Come ci riuscite?

È la cosa più difficile del mondo, ormai abbiamo così tanti dischi ed è sempre più difficile concentrare i pezzi nel tempo a disposizione che è sempre lo stesso; per non parlare del fatto che è importante mantenere alta l’energia per tutta la durata dello spettacolo. Certo, è un problema positivo da avere, ma è davvero terribile dover scegliere. Si va per tentativi, si cerca l’equilibrio tra quello che le persone vogliono sentire e quello che noi vogliamo suonare. Non riesco ad immaginare come facciano band come gli Uriah Heep, che hanno qualcosa come 39 dischi all’attivo! Come diavolo fanno a scegliere? Terribile.
Dalla nostra abbiamo il fatto che spesso i nostri tour sono tematici: questo ad esempio ruota attorno al nuovo album e quindi alla prima guerra mondiale. Quindi ecco che è tornata “Angels Calling” e anche “The Price Of A Mile”, che dopo questo tour potrà prendersi di nuovo una bella pausa.

Avete qualche folle rituale prima degli show?

No, io personalmente devo riscaldarmi per bene prima dello spettacolo, inizio circa un’ora prima. Ad esempio non mi piace bere prima di un concerto, perché per me bere un bicchiere di vino o qualche birra in compagnia vuol dire rilassarsi, ma non voglio essere rilassato prima di salire sul palco, voglio essere reattivo e ricettivo, voglio sentire e vivere tutto. Quindi mi limito ad entrare nel mood dei pezzi, fare stretching, bere acqua, tutte cose noiose.
Voglio che la mia testa sia concentrata al 100% sullo show, anche se come vedi anche nei video vlog finiamo sempre per fare qualcosa di stupido o scherzare insieme.
Come rito di gruppo, ci diamo solo il pugno e ognuno nella band lo fa in modo diverso con gli altri, ma niente di folle, no.

Qual è la cosa che preferisci e quella che odi di più della vita in tour?

L’unica cosa per cui lo faccio sono gli spettacoli e incontrare le persone, è l’unico motivo. Suonare è sempre fantastico, certo, puoi avere una brutta giornata, ma per me l’unica cosa che conta sono la performance e la musica. La cosa peggiore, ed è la risposta più stupida che ti possa dare, sono le docce. Mi piace farmi la doccia, ma quando devi farla costantemente diventa noioso! Anche tu hai i capelli lunghi, quindi puoi capirmi, ci vogliono secoli. Ma se questa è la cosa peggiore, allora vuol dire che hai una vita abbastanza bella, no?
Non mi piace aspettare, ma mi tengo impegnato: ci sono sempre le interviste, la playstation, chiamare i tuoi famigliari…in un tour come questo, non ci sono davvero aspetti negativi, forse la stanchezza, che ti impedisce di suonare al meglio. Per questo è importante programmare bene i giorni liberi, mangiare tanti arancini quando sei a Milano e dosare bene le energie; sai, è vero che sono giovane, ma vado in tour da quando avevo 16 anni e comincio a notare la differenza, devo essere attento a come uso le mie energie, che è una cosa nuova per me; quindi ce la prendiamo piuttosto comoda.

Niente sesso, droga e rock ‘n’ roll?

A volte. Ma stiamo attenti a scegliere il momento giusto! E comunque niente droghe, solo caffè, è l’unica droga che circola in questa band.

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

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